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7 borghi fantasma da scoprire tra Alpi e Appennini

La Penisola italiana è costellata di borghi fantasma, abbandonati nel corso del tempo per differenti cause. Parliamo di centinaia di piccoli centri abitati, migliaia se consideriamo anche malghe e alpeggi, arroccati su Alpi e Appennini, i cui resti raccontano storie di terremoti, di frane, di guerre, di povertà e ricerca di una nuova vita più comoda a valle nella fase del boom economico del secondo dopoguerra. A tutti gli amanti del mistero suggeriamo 7 mete da non perdere.

Craco, Basilicata

Craco, in provincia di Matera, è forse il paese fantasma più famoso d’Italia. Estremamente scenografico, appare come un agglomerato di case medievali a una quota non elevata, di 391 metri, circondato da meravigliosi calanchi. Le origini di Craco sono molto antiche. Il nome compare la prima volta in una testimonianza del 1606, come “Graculum”, campo arato. Sono state rinvenute anche tombe risalenti all’VIII a.C., e si sa che nel X secolo fosse un insediamento di monaci italo-bizantini, ma le case che oggi vediamo, arroccate intorno alla torre normanna che domina il borgo, risalgono al 1154 – 1168.

Nel 1963 Craco è stata distrutta da una ingente frana che ha costretto la popolazione locale ad abbandonare le proprie dimore per rifugiarsi nel nuovo comune di Craco Peschiera. Oggi è possibile seguire un percorso di visita guidata, lungo un itinerario messo in sicurezza, che consente di percorrere il corso principale del paese, fino a raggiungere quello che resta della vecchia piazza principale e addentrarsi nel nucleo della città fantasma. Si arriva abbastanza agevolmente in auto fino all’ingresso del paese.

Sono stati tanti i registi rimasti affascinati dal borgo. Numerosi i ciak battuti dagli anni Settanta. Per citarne due tra le tante, la prima pellicola girata a Craco è stata “Cristo si è fermato ad Eboli” (1978) di Francesco Rosi, la più celebre dei tempi moderni senz’altro “La passione di Cristo” (2004) di Mel Gibson, che ha scelto il borgo per girare la scena dell’impiccagione di Giuda.

Palcoda, Friuli Venezia Giulia

Pàlcoda, in provincia di Pordenone, viene descritta come una città fantasma inghiottita dalla natura. Ed è proprio così. I ruderi della frazione del comune di Tramonti di Sotto, disabitata dal primo dopoguerra, appaiono immersi in un boschetto di aceri e noccioli e invasi dalla lingua cervina, una felce che cresce di norma nel sottobosco umido.

I resti del borgo, situati a una quota di 628 metri, sono raggiungibili solo a piedi da Tramonti di Sotto, seguendo il sentiero CAI 832 fino ai resti di un altro borgo della Val Tramontina, Tamar, abbandonato negli anni Cinquanta, e poi il sentiero 831a. Piccola curiosità: dal 400 al 1600 Palcoda rappresentò un appoggio temporaneo per i pastori. Nel 1600 iniziò ad essere abitata stabilmente. Le principali attività degli abitanti erano di carattere agro-pastorale ma, piccola curiosità, nel borgo si producevano cappelli di paglia che venivano esportati fino in Nord Europa.

Come anticipato, il paese non fu abbandonato come i precedenti dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma al termine della Prima. Nel corso della Seconda divenne rifugio dei partigiani. Nel 2011 si è proceduto a liberare dalla selva e restaurare la Chiesa del borgo, risalente al 1780, e il suo campanile.

Coindo, Piemonte

Coindo (Ou Couindou in francoprovenzale, Ël Coindo in piemontese) è una borgata montana del Comune di Condove (TO), in Val di Susa, suddivisa in due agglomerati di abitazioni, uno superiore e uno inferiore, oggi ridotte a ruderi, fatta eccezione per qualche casa restaurata. La parte superiore si sviluppa a 800 metri di quota.

Lo spopolamento del borgo è avvenuto nel secondo dopoguerra, in particolare l’esodo dalla borgata inferiore è iniziato a partire dal 1945, quello della superiore dal 1964. Gli abitanti, dediti ad attività agro-pastorali, parlavano la lingua franco-provenzale. Accanto alla lingua madre erano parlati anche l’italiano e il piemontese. Non esiste una strada carrozzabile di collegamento tra il borgo e Condove, ma soltanto una mulattiera.

Savogno, Lombardia

Savogno, in provincia di Sondrio, è un antico borgo medievale che si erge a una quota di 932 metri, in Val Bregaglia. Anche in questo caso, l’abbandono definitivo si lega al boom economico degli anni Sessanta. L’ultimo abitante ha abbandonato la sua dimora nel 1968. Nel borgo si conservano ancora le mura in pietra, i loggiati in legno di origine medievale, le stalle, il torchio per l’uva, le fontane, il forno per il pane e i vicoli acciottolati.

Pur essendo scomodo da raggiungere, è divenuto negli ultimi anni una meta turistica, e offre ai visitatori la possibilità di pernottare in rifugio (Rifugio Savogno). Si può raggiungere attraverso una strada a transito limitato, la Bregalone-Savogno, ma serve richiedere un pass al comune di Piuro. In alternativa tocca salire a piedi da Piuro lungo una ripida mulattiera di quasi tremila gradini (2886 per la precisione).

Castel d’Alfero, Emilia Romagna

Castel d’Alfero è un borgo medievale, frazione di Sarsina (FC), arroccato su uno sperone roccioso con affaccio sul torrente Alferello. Lo spopolamento del paese ha coinciso con il boom economico degli anni Settanta. Sottoposto a vincolo monumentale, appare composto da poche case risalenti al 1400-1500 caratterizzate da elementi costruttivi e decorativi tipici dell’arte delle maestranze comacine, i migliori architetti di castelli del loro tempo.

Intorno all’anno Mille fu sede di un importante castello sotto l’influenza della abbazia del Trivio (Verghereto), poi governato nel 1200 dai conti Guidi di Modigliana, e successivamente dai Fogliano e dai Della Faggiola. Persa la funzione difensiva, tra il XV e il XVII secolo, l’imponente cinta muraria, di cui ormai restano poche tracce, fu trasformata in borgo rurale. Le case si sviluppano infatti ad ala. L’unica porta di accesso al castello fu abbattuta nel 1968.

Lo stato attuale in cui versa il borgo è di avanzato degrado. La voglia di recuperare questo piccolo gioiello è provata dal riconoscimento come luogo del cuore FAI. Lo si può raggiungere partendo in auto da Alfero, seguendo le indicazioni Castel d’Alfero – Donicilio, che conducono su una strada stretta con fondo asfaltato e sconnesso. Dopo circa 1,5 km si raggiunge una chiesetta dove è possibile parcheggiare per poi proseguire a piedi lungo un tratturo che porta al borgo.

Valle Piola, Abruzzo

Valle Piola, un tempo noto come Valle Podioli, è un piccolo borgo nascosto fra i Monti della Laga, nel comune di Torricella Sicura, in provincia di Teramo. Il paese risulta abbandonato dal 1977 quando anche l’ultima famiglia rimasta decise di emigrare. Situato a oltre 1000 metri di quota, è raggiungibile in auto da Teramo, arrivando a Ioanella e proseguendo poi fino a Poggio Valle, da dove inizia una strada brecciata senza manutenzione che termina nel borgo. Consta di soli 9 edifici, oltre la chiesa e un rifugio per i pastori. Interessante è la presenza su alcune abitazioni del “gafio”, un balcone di origine longobarda. Tracce longobarde residuano anche nel dialetto locale.

Anche se lo spopolamento definitivo del paese iniziò negli anni Cinquanta del secolo scorso, in fase di boom economico urbano, una prima “fuga” ebbe luogo a seguito di un forte sisma nel 1152. Gran parte dell’abitato fu distrutto e gli abitanti si spostarono a Teramo. In virtù della sua posizione, nel corso della storia il borgo è stato rifugio di briganti e oppositori del governo.

Roghudi, Calabria

Roghudi, che nome particolare! Il borgo abbandonato sulle pendici meridionali del Parco dell’Aspromonte, in Calabria, ha un nome di origine greca (“rogòdes“, pieno di crepacci o “rhekhodes“, aspro). Le case in pietra, strette le une alle altre, sono arroccate su uno sperone roccioso a 519 metri di quota, affacciate sul fiume Amandolea. Abitato dal 1050, è stato abbandonato a seguito di due alluvioni, avvenute rispettivamente nel 1971 e nel 1973, che causarono seri smottamenti. A circa 40 km sorge dagli anni Ottanta la cittadina di Roghudi Nuova.

Il lungo isolamento, un po’ come nel caso di Valle Piola, ha portato al mantenimento di un particolare dialetto, il grecanico, detto anche greco calabrese, che appare come un mix tra greco antico della Magna Grecia e dialetto calabrese. Altra peculiarità interessante è la presenza nelle pareti delle abitazioni di Roghudi di strani chiodi. Secondo testimonianze locali, servivano alle mamme per assicurare delle corde che venivano legate alle caviglie dei più piccoli per evitare che precipitassero nel dirupo sottostante.

Il borgo è raggiungibile in auto da Bova Marina (RC), ma il percorso è abbastanza accidentato, ricco di buche e segnaletica incerta. Si consiglia di affidarsi a conoscitori della zona.

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