Gente di montagna

Carlo Mauri

“Ricordo la sensazione dolcissima che provai, intrappolato in una tenda nella Terra del Fuoco. Un’intera settimana lì dentro mentre fuori imperversava la bufera. La temperatura corporea era ormai scesa, mi addormentavo torpido, era come morire. Ma subito mi risvegliavo e scoprivo che non è facile far morire il proprio corpo, bisogna mettercela tutta.”

Carlo Mauri

Primo salitore del Gasherbrum IV, Ragno di Lecco, Carlo Mauri e stato un alpinista e un esploratore d’ampio spettro. La sua attività non si è fermata alle più difficili pareti alpine, ma ha raggiunto le più belle montagne del mondo, ha solcato gli oceani e l’ha portato alla scoperta di culture lontane. La vita gli ha offerto l’opportunità di scoprire l’Antartide, attraversare l’Oceano Atlantico a bordo di una barca di papiro, viaggiare sulle orme di Marco Polo da Venezia alla Cina e ancora afrontare le più belle cime alpine. Purtroppo se l’è anche preso troppo presto, a soli 52 anni, lasciando il mondo alpinistico orfano di un maestro.

La vita

Carlo Mauri nasce a Lecco il 25 marzo 1930. Il suo incontro con la montagna, intesa come passione alpinistica, arriva con l’adolescenza. È un esponente di spicco di quella generazione di scalatori che si è formata nell’immediato dopoguerra italiano.

Nel 1961, durante una sciata a Courmayeur con l’amico Walter Bonatti, Mauri cade e si frattura la gamba. Il lecchese ancora non lo sa, ma quello è l’inizio di un calvario che dura anni. La frattura, che subito sembra banale, da problemi. Non si salda e porta la gamba a incurvarsi mentre il piede assume sempre più un atteggiamento di equinismo. Per i medici occidentali Mauri non può fare altro che rinunciare all’alpinismo e anche a poter riprendere la totale funzionalità della gamba. A svoltare le cose è l’incontro, sul finire degli anni Settanta, con il dottor Gavrijl Abramovich Elizarov. Siberiano, il dottore ha inventato un innovativo sistema di fissazione esterna per l’osso. Un apparato in grado di immobilizzare stabilmente lo scheletro permettendone una cementificazione più rapida. L’intervento va a buon fine e Mauri torna finalmente a una camminata normale. Questo metodo, chiamato Ilizarov da una storpiatura del nome del dottore, oggi è comunemente utilizzato nell’ortopedia di tutto il mondo. A farlo conoscere e a portare il dottor Elizarov in occidente è stato Carlo Mauri.

Mauri scompare il 31 maggio 1982, a soli 52 anni, colpito da un infarto durante la salita della ferrata del Pizzo d’Erna.

L’alpinismo

Cresciuto nella frazione Rancio di Lecco Carlo Mauri si avvicina alla montagna prima per necessità e poi per passione. Per integrare il reddito molte famiglie della zona raccolgono legna in montagna e sfalciano il fieno magro (un fieno molto povero in acqua, che quindi si secca in giornata) che cresce sulle balze rocciose. È durante questi lavori che Mauri impara a manovrare le corde e a stare in equilibrio sull’esposizione. Solo dopo viene l’esperienza alpinistica ricercata per il gusto atletico. Le prime scalate avvengono sulle parete di casa, quelle della Grigna, della Val Masino e della Val Bregaglia.

Il primo importante successo arriva nel luglio de 1949, quando Carlo Mauri ha 19 anni. In due giorni, con il Ragno Luigi Castagna, ripercorrono le orme di Riccardo Cassin sulla nord-est del Badile. L’anno successivo si lega invece proprio a Cassin per tentare la ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey lungo la via Ratti-Vitali.

Ma è nel 1953 che arriva l’exploit. In febbraio, con l’amico Walter Bonatti, si cimenta sulla nord della Cima Ovest di Lavaredo. La via seguita è la Cassin e la loro è la prima invernale. Una scalata dura, resa estrema dalle condizioni, che gli richiede tre giorni dal 22 al 24 febbraio. Non soddisfatti di questo risultato, il 27 febbraio, i due attaccano la nord della Cima Grande effettuando la seconda invernale della Comici-Dimai. La cordata Bonatti-Mauri funziona. È molto affiata e sa muoversi anche sulle difficoltà più estreme. Insieme compiono alcuni tentativi di primordine come il pilastro sud-ovest del Petit Dru o allo spigolo sud-sudovest dello stesso. Due prove che mettono a dura prova la cordata, che li portano ad affrontare condizioni climatiche più che avverse. Esperienze che, anche se non hanno condotto in vetta i protagonisti, dimostrano la loro tempra fisica e mentale.

Nel 1955 compie la sua prima esperienza extraeuropea, nella Terra del Fuoco cilena. Partecipa come componente di una spedizione guidata da Padre Alberto Maria De Agostini diretta al Monte Sarmiento. La vetta supera di poco di 2000 metri di quota ma le difficoltà sono altissime, tanto da aver fermato già molte altre spedizioni. Mauri ci riesce, insieme a Clemente Maffei, Luigi Barmasse e Camillo Pellissier. L’anno successivo è nuovamente sul Monte Bianco, insieme a Cesare Giudici, Giorgio Redaelli e Dino Piazza. L’obiettivo è la Bonatti al Dru, di cui effettuano la prima ripetizione. Nel 1958 è di nuovo in sud America, questa volta con Walter Bonatti, per tentare la salita all’allora inviolato Cerro Torre. Provano sul versante ovest e riescono anche a salire bene, ma alla fine desistono. In compenso riescono nella salita di altre 6 cime patagoniche.

Il 1958 è quello che lo vede in vetta al Gasherbrum IV, in Karakorum. Quasi Ottomila situato a poca distanza dal K2 è la montagna del riscatto per il capospedizione Riccardo Cassin e per il compagno di cordata con cui Carlo Mauri tocca la vetta, Walter Bonatti. Meno di un anno dopo è di nuovo in attività sulle Alpi, insieme a Roberto Gallieni e Andrea Oggioni affronta la sud del Dente del Gigante. È il 26 febbraio è i tre realizzano a seconda ascensione invernale della via Burgasser-Leisz. Sempre sul massiccio del Monte Bianco in settembre realizza la prima solitaria della via della Poire lungo la parete della Brenva.

Nel 1966 ritorna nella Terra del Fuoco insieme a Giuseppe Pirovano, Guido Machetto; Casimiro Ferrari, Cesare Giudici e Luigi Alippi. Con loro raggiunge la vetta del Monte Buckland (1600 m).

Nel 1968 insieme ai Ragni Aldo Anghileri, Pino Negri, Guerrino Cariboni, Casimiro Ferrari sale per una nuova via (via Lecco) la parete sud-est del Grand Capucin.

L’esplorazione

Nei primi anni Settanta Carlo Mauri dedica molto del suo tempo nell’organizzazione di spedizioni esplorative fotografiche o di ricerca scientifica. Prima esperienza in questo campo è la traversata dell’Oceano Atlantico come membro dell’equipaggio su di una imbarcazione costruita in papiro. Tra il 1972 e il 1973, insieme al figlio 14enne Luca, ripercorre a cavallo le orme di Marco Polo in un viaggio da Venezia a Pechino lungo la Via della Seta. Seguono poi nuove spedizioni patagoniche, altre lungo il corso del Rio delle Amazzoni e ancora, nel 1977, prende parte al progetto Tigris con cui si vuole dimostrare che la Mesopotamia e la Valle dell’Indo sono stati legati da intense rotte commerciali e da migrazioni.

Da queste esperienze Mauri torna con reportage fotografici e video documentari, alcuni prodotti per la Rai.

Libri

Quando il rischio è vita, in Sesto grado, La Sorgente, 1975

“Sulla montagna io avevo capito che ciò che si muoveva non erano gli arti, ma la passione di vivere.”

Carlo Mauri

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