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Cantieredivaia, l’arte come spazio per reagire alla crisi

Gianluca d’Incà Levis è il curatore e ideatore di Dolomiti Contemporanee e dal 2011 si occupa della riattivazione, attraverso l’arte e la cultura, di ex fabbriche e complessi di archeologia industriale ai piedi delle guglie dolomitiche. Dall’ex Villaggio Eni a Borca di Cadore, ci racconta la genesi di “Cantieredivaia“, un progetto di ricerca che coniuga arte e scienza iniziata nel 2018 (continuerà fino al 2021) nata per agire su Tempesta Vaia riprocessando, con la ricerca e le pratiche, il paesaggio post-evento.

Gianluca, raccontaci la “vostra” Vaia, la Tempesta vista dall’ex Villaggio Eni di Corte

La sera del 29 ottobre 2018 ci trovavamo a Borca di Cadore, all’interno di alcune delle Ville dell’ex Villaggio Eni di Corte. Qui, dal 2014, Dolomiti Contemporanee (DC, dolomiticontemporanee.net) sviluppa Progettoborca, una piattaforma che punta a rigenerare questo sito straordinario, sepolto nel passato e nel bosco fitto di pini, abeti rossi e larici posto ai piedi del “re” Antelao, di fronte al “caregon” del Pelmo. Noi di DC lo conosciamo bene questo bosco: ci viviamo, lo abitiamo insieme ai cervi e lo studiamo. Esso, insieme alla montagna, è al centro della riflessione quotidiana svolta dagli artisti che ospitiamo in residenza e che vi lavorano insieme agli esperti della foresta per elaborare ricerche accurate, in cui parte creativa e conoscenza scientifica s’intrecciano in modo significativo. Il cosiddetto “disturbo del vento” (così è stato definito tecnicamente l’evento dai forestali) al centro della criticità idrogeologica e idraulica di Vaia, era sulle nostre teste, gli schianti tutto attorno a noi e su di noi. Per due giorni rimanemmo isolati nelle nostre ville, senza luce né comunicazione con l’esterno. Nella villa accanto alla mia, quella sera, si trovava Caterina Shanta, una giovane artista pordenonese. Nel caos della notte, Caterina, scioccata, mi raggiunse in casa e guardandomi con occhi sbarrati mi disse: «…enormi sassi rotolano sul tetto…». I tetti delle abitazioni, al villaggio, sono piani, in lamiera. Non si trattava di pietre, alcuni pini erano venuti giù poggiandosi alla copertura.

Due anni dopo, ad agosto 2020, dopo che l’artista rielaborò l’esperienza e studiò il fenomeno, abbiamo inaugurato “La Tempesta” presso lo Spazio di Casso al Vajont (un’altra struttura gestita da DC, un Centro per la Cultura Contemporanea della Montagna e del Paesaggio), mostra personale di Caterina Shanta, a mia cura, dedicata a Tempesta Vaia e all’Alluvione del 1966″.

Come avete reagito nell’immediato post Vaia?

“Nei giorni immediatamente successivi a Vaia fu chiaro come avremmo reagito:con spirito e ricerca, come sempre facciamo. Non con compianto, solidarietà e lutto. Con pensieri e azioni, com’è proprio di DC. Noi agiamo già abitualmente all’interno di contesti schiantati, senza piangerli, decisi come siamo a riabilitarli. Abitualmente, questi contesti deteriorati consistono in architetture dismesse, ex fabbriche, ex villaggi, e così via. Furono i “venti”, lenti ed inesorabili della storia, dell’oblio o della tragedia ad abbattere il Vajont, l’ex Villaggio Eni, come tutti gli altri siti che rigeneriamo dal 2011. A noi è estranea la logica della commemorazione. Il nostro lavoro consiste in questo: reagire alle crisi per curare il paesaggio. E così è stato per Vaia: l’abbiamo fronteggiata, da subito”.

In che modo?

“Abbiamo acceso immediatamente un progetto di ricerca che abbiamo chiamato Cantieredivaia, dove “Cantiere” significa: luogo dello studio e dell’operatività reattiva. Per noi, infatti, l’arte non è un intrattenimento. L’arte, quando è buona, è uno spazio denso della coscienza dell’uomo attento e, quindi, uno dei metodi della ricerca e della critica. Ogni anno, Dolomiti Contemporanee individua uno o più temi portanti che caratterizzano l’intera stagione.

Per il 2019, il tema principale è stato appunto Cantieredivaia, a partire dall’intera Campagna di Comunicazione DC2019. Le grafiche relative agli eventi, mostre d’arte contemporanea, workshop e iniziative avviate insieme a esperti della foresta, architetti, artisti, fotografi, registi e i convegni e le conferenze hanno declinato questa idea. Quelle grafiche portano un segno di interruzione, un taglio netto su alcuni elementi sfocati di un paesaggio sommosso. Un vettore bianco che dice: frattura. Ma dice anche: cantiere, reazione.

Da concept principale dell’edizione 2019 di DC, poi, Cantieredivaia è stato riproposto come tema centrale anche nel 2020. E, ancora, lo sarà per il 2021. L’evento-Vaia, infatti, viene processato in 3/5 anni: un tempo lungo, dato che molti delle azioni innescate (esbosco, commercio, trattamento e trasporto del legno schiantato, proliferazione degli insetti xilofagi, rigenerazione della foreste e così via…) si svilupperanno nel corso degli anni. Se si vuole raccontare questo evento in tutta la sua complessità, dunque, occorre andare ben oltre la dimensione della cronaca della prima ora e quella della gestione dell’emergenza”.

Come vi siete mossi?

“Nelle prime settimane dopo lo schianto del paesaggio, mentre nei boschi, tra le case e nei paesi, sui corsi d’acqua e sui pendii franosi, tecnici e residenti fronteggiavano l’emergenza, molte persone colpite da ciò che vedevano e sentivano raccontare hanno offerto la loro solidarietà. Certamente la solidarietà è una cosa importante ma nei contesti complessi la reazione agli eventi deve compiersi secondo manovre corrette e non (quasi) esclusivamente sulla base di una partecipazione emotiva. Dopo mesi di studi e approfondimenti, dopo aver conosciuto, frequentato e interrogato i tecnici forestali e gli scienziati della foresta (ecologi, biologi, climatologi, meteorologi e ingegneri idraulici), solo allora abbiamo finalmente iniziato a operare con Cantieredivaia.

La prima iniziativa, a giugno 2019, è stato il 55esimo “Corso di Cultura in Ecologia”, e il primo “Forum di Cultura dei cambiamenti climatici”, svoltisi tra San Vito di Cadore, l’ex Villaggio Eni di Corte e Belluno, insieme all’Università di Padova (Dipartimento TESAF). Titolo del corso dedicato a Vaia “Foreste e danni da vento/Storm damages to forests”.

A giugno e agosto 2019, poi ci sono state le mostre collettive “To to be here and there” e “Altri dardi” (a cura mia e di Evelyn Leveghi), che hanno visto quindici artisti all’opera su temi legati a Vaia presso il Forte di Monte Ricco (a Pieve di Cadore), attraverso video, installazioni, performance, fotografia e cibo. Sempre ad agosto 2019, nello Spazio di Casso al Vajont, si è inaugurata anche la mostra personale dei due fotografi Filippo Romano e Giorgio Barrera, realizzata con la collaborazione di molti enti territoriali come consorzi del legno, ditte boschive, tecnici della foresta e con l’appoggio di amministrazioni ed enti di sviluppo veneti e friulani.

Attraverso una serie di scatti e video, i due autori hanno realizzato un racconto dei luoghi, delle comunità e delle genti colpite da Vaia. E, a oggi, molti progetti sono ancora in corso”.  

Per saperne di più

Al link www.dolomiticontemporanee.net/DCi2013/?p=25390 si trovano i testi, le immagini, i video e le ricerche sviluppati da DC con Cantieredivaia e la lista linkabile dei diciannove artisti e dei relativi progetti che finora sono stati avviati con Cantieredivaia:

  • Lorenzo Barbasetti di Prun: Prometheus in Cantieredivaia
  • Giorgio Barrera: invisibile #1 e #2
  • Veronica Bisesti: geografie del vento
  • Simone Cametti: sguardo su vaia
  • Enrico Coniglio: the grand parade of hostile winds
  • Cristiano Focacci Menchini: formazione
  • Dimitri Giannina: para el ven to
  • Anna Groaz: co-creazione
  • Corinne Mazzoli: l’uomo al limite
  • Miriam Montani: corpo lieve
  • Francesco Nordio: nell’ecosistema
  • Obsolete studio: bostricity
  • Panem et Circenses: are you aware of your symbiotic connection?
  • Michelangelo Penso: vibration tree
  • Filippo Romano: dentro a vaia
  • Rotorvator: live in progettoborca
  • Giacomo Segantin: Sassaia
  • Caterina Shanta: La Tempesta
  • Massimo Tevarotto: superficium.
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