Parchi

Un modello di sostenibilità (e inclusione)

Genesi e futuro di un’area protetta che ha fatto delle buone pratiche, della cura dell’ambiente e della fruizione consapevole il suo punto di forza. Tra specie rare, reintroduzioni e tanti nuovi progetti.

Testo di Matteo Serafin, tratto dal numero di Meridiani Montagne "Prealpi e Dolomiti Bellunesi".

Una sera d’inverno del 1963 il professor Giovanni Angelini, primario all’ospedale di Belluno, osservava le fotografie che l’amico Piero Rossi, giovane avvocato come lui appassionato di scalate e sentieri, gli mostrava. Erano immagini scattate durante le loro scorribande alpinistiche, ma anche di gigli e camosci al pascolo, ritratti di pastori e di cacciatori sullo sfondo delle malghe e nei paesi. “Con quelle immagini dei nostri cari monti e una buona bottiglia di vino friulano davanti, cercavamo di lenire il dolore delle ricorrenti sventure – non tutte incolpevoli e casuali – abbattutesi sulla nostra gente” ricorderà Rossi nelle pagine de Il Parco nazionale delle Dolomiti, un caposaldo della cultura protezionistica, pubblicato nel 1976 (e ripubblicato nel 2003) nel pieno della battaglia civile e legislativa che avrebbe portato, diversi anni più tardi, alla creazione del sesto parco nazionale italiano.

Quella sera il “professòr”, come veniva chiamato Angelini dalla sua gente, ebbe una visione quasi profetica. Guardando la Schiara dalla finestra di casa, sognò a occhi aperti un nuovo parco naturale che mettesse al riparo quei monti da un destino già segnato da speculazioni e abbandono. L’ultima “sventura” era stata quella del Vajont, il disastro che innescò un cambiamento epocale per quei monti già minacciati da appetiti speculativi. “Per noi la battaglia per il parco è una battaglia di cultura e un contributo per salvare l’identità culturale, cioè l’anima, della nostra terra e della nostra gente, come necessaria premessa alla sua difesa, anche sul piano sociale ed economico” precisava Rossi in quel libro, che, dodici anni prima dell’istituzione del parco, già ne descriveva con esattezza le prerogative.

Il sogno di Giovanni Angelini e Piero Rossi si realizzò infine nel 1988, dopo un lungo e complicato iter di legge. Oltre alla Schiara (2565 m), che è la vetta più alta dell’area protetta, e alla Talvena (2542 m), il nuovo parco nazionale comprendeva molti altri territori montani, acquisiti dall’Azienda di Stato per le foreste demaniali nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Un’area di oltre 15mila ettari di estensione: dal Bosconero, nello Zoldano, fino alle Alpi Feltrine (il vasto complesso orografico che a sua volta comprende i gruppi del Cimonega, del Pizzocco e delle Vette Feltrine).

Scriveva ancora Piero Rossi nel 1976: Questi monti, in una misura che forse non si verifica in nessun’altra regione alpina, possiedono una loro innata vocazione ad essere una stupenda riserva naturale. Con il loro aspetto impervio e, in certe zone, perfino repulsivo ed ostile ad ogni presenza umana, essi difendono da soli la propria integrità meglio del più efficiente corpo di vigilanza. Proprio in virtù di questa loro morfologia, che potremmo definire “repulsiva”, le Dolomiti Bellunesi rappresentano un terreno di gioco ideale per chi ama camminare a lungo, attraversando luoghi dove la natura si sta riprendendo lo spazio abbandonato dall’uomo. Un reticolo di circa 200 chilometri di sentieri e due alte vie permettono di addentrarsi fin nei recessi più selvaggi, dove vivono indisturbati tremila camosci (e da un paio d’anni anche un branco di lupi) e dove sono state censite oltre 1400 specie botaniche, con diversi endemismi quali la Campanula morettiana (simbolo del parco), il semprevivo delle Dolomiti (Sempervivum dolomiticum Facchini) e la primula tirolese (Primula tyrolensis Schott). L’ultima specie scoperta è un fiorellino che alligna esclusivamente sull’altopiano glaciale della Busa delle Vette, un enorme catino di prati e pascoli a oltre 1800 metri di quota, circondato da una corona di montagne calcaree. Il fiorellino in questione risponde al nome di Alchemilla lasenii, derivato dagli alchimisti che attribuivano alla rugiada che si raccoglie al mattino sulle sue foglie palmate poteri straordinari, e dall’illustre botanico Cesare Lasen, uno dei più appassionati studiosi della flora di questi monti.

L’Alta Via delle Dolomiti Bellunesi

Camminando, e solo camminando, si può dunque accedere a simili tesori nascosti, e alle nove riserve naturali integrali che li racchiudono, e che occupano, tutte insieme, oltre metà della superficie complessiva del parco (Piazza del Diavolo, Vette Feltrine, Monte Pavione, Valscura, Piani Eterni, Val Falcina, Monti del Sole, Valle Imperina, Schiara Occidentale). Esiste un itinerario, l’Alta Via delle Dolomiti Bellunesi, che permette di addentrarsi, in sette giorni di cammino per gambe ben allenate, nel cuore di queste riserve dove è rigorosamente vietato abbandonare i sentieri. Da Forno di Zoldo, che è la porta settentrionale del parco (e anche la zona nel complesso più “turistica”), l’alta via attraversa i gruppi del Pramper-Mezzodì, prima di addentrarsi nei recessi della Talvena e della Schiara; aggira poi i selvaggi e quasi impenetrabili Monti del Sole, sale sui Piani Eterni, lambisce le imponenti cime dolomitiche del Cimonega e, dopo la lunga galoppata sulle Vette Feltrine, scende infine a Feltre, porta meridionale nonché sede dell’Ente parco. Strutturato in sette tappe, il percorso dell’alta via intercetta alcuni tratti delle prime alte vie dolomitiche create negli anni Sessanta: la numero uno, che da Braies arriva a Belluno, e la numero due, che da Bressanone arriva a Feltre. Per rilanciare questo spettacolare itinerario escursionistico, il parco, insieme alle sezioni locali del Club alpino italiano, ha recentemente predisposto un nuovo ed esaustivo sito internet, dove reperire tutte le informazioni necessarie sul percorso e sui punti d’appoggio (www.altaviadolomitibellunesi.it).

…e gli accessi al parco

Per chi non ha la possibilità di vivere l’esperienza esaltante di un’alta via, vi sono tre principali accessi turistici che permettono di addentrarsi con minor fatica nel parco. Da Belluno, o da Sospirolo, si risale la Valle del Mis fino all’omonimo lago, dove si trova un parcheggio attrezzato anche per i camper, a Pian Falcina, ottimo punto di partenza per diverse escursioni in giornata. Da qui si parte per esempio per i Cadini del Brenton, spettacolari marmitte di erosione profonde fino a quattro metri, scavate dal turbinio delle acque. Da Sedico, percorrendo la statale agordina, si raggiunge Candaten, grande area attrezzata in riva al Cordevole dove il Parco, in collaborazione con la Pro loco di Agordo, ha recentemente allestito un nuovo punto informazioni e un’area picnic con barbecue, tavoli e panche; accanto, anche una malga fornita di punto ristoro e negozio dove acquistare prodotti a chilometro zero. Da Feltre, passando per Cesiomaggiore, si raggiunge invece il Lago della Stua in Valle di Canzoi, punto di partenza per escursioni alle poco frequentate – ma non meno spettacolari – Vette Feltrine. Questa lunga dorsale è raggiungibile anche dal Passo di Croce d’Aune (1015 m), magari pernottando al rifugio dedicato a Giorgio Dal Piaz (1993 m), il geologo che per primo esplorò e descrisse l’origine di queste montagne di calcare nate da sedimenti marini del Giurassico medio.

Il parco del futuro

Una cosa è certa: le Dolomiti Bellunesi non erano mai state così ambite dai turisti come nell’estate 2020 quando, in seguito alle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, un numero record di visitatori ha preso d’assalto le località montane. «Il turismo di prossimità è notevolmente cresciuto negli ultimi mesi: pensi che in maggio avevamo già numeri da alta stagione!» racconta il presidente del parco, Ennio Vigne. «Per gestire questo boom di presenze abbiamo dovuto tarare i servizi del parco su questo tipo di fruizione da fine settimana. Abbiamo costruito staccionate sui più frequentati sentieri natura e allestito aree picnic, servizi igienici e parcheggi a pagamento gestiti da cooperative locali. Il nostro problema oggi è rendere sostenibile il turismo e capire come fare arrivare la gente senza mettere il numero chiuso. Se negli anni prossimi il trend di presenze continuerà a salire, sarà necessario ridisegnare l’accesso al parco, anche in vista delle Olimpiadi invernali del 2026. Stiamo inoltre valutando se chiudere le strade nei periodi di punta, garantendo l’accesso con navette. Abbiamo chiesto che il ministero dell’Ambiente ci aiuti a collegare meglio la Val di Zoldo e l’Agordino con autobus di linea, almeno in occasione dei Mondiali di Cortina».

Fedele alla sua doppia missione di tutela della natura e di inclusione sociale, il Parco lavora, fin dalla sua istituzione, per promuovere il turismo sostenibile e le attività agricole. Una delle prime iniziative, negli anni Novanta, fu infatti il recupero delle malghe abbandonate. Furono assegnati contributi ai malgari per ogni capo di bestiame, ed eseguiti interventi di ristrutturazione delle malghe con finanziamenti a pioggia. Grazie a quei provvedimenti, ben sette malghe, all’interno dell’area protetta, sono rimaste attive.

Un progetto ambizioso

Nei prossimi anni il Parco proverà a rilanciare un progetto ambizioso: riaprire il vecchio ostello della Valle Imperina, vicino ad Agordo, punto di partenza ideale per visitare il circostante villaggio minerario. Le miniere di rame e di galena di Valle Imperina sono uno dei luoghi di maggior interesse storico-culturale della zona. Furono chiuse nel 1962 dopo oltre mezzo millennio di attività, e poi devastate dalla disastrosa alluvione del 1966. Quindici anni fa si era già provato a riaprire l’ostello, ma forse i tempi non erano maturi. Il presidente Vigne sembra fiducioso: «Oggi, con il marketing Dolomiti Unesco e i nuovi flussi di visitatori, è tutto diverso. È un progetto importante per il territorio, su cui ci sembra giusto investire risorse pubbliche» spiega. Fra gli altri progetti per sviluppare il turismo sostenibile, sono allo studio nuovi percorsi ciclabili, adatti anche per le biciclette elettriche, che rappresentano una risorsa ma anche un problema da gestire: «A volte con la pedalata assistita le persone si fanno prendere da una certa euforia e si ritrovano in luoghi remoti e pericolosi, mettendosi nei guai. Ultimamente succede un po’ troppo spesso. Quindi, grazie ai fondi derivanti dalla carbon tax, stiamo predisponendo una decina di nuovi itinerari ciclabili ad anello» spiega ancora Vigne. «Questi nuovi percorsi si aggiungeranno a una decina di itinerari già disponibili, che permettono di pedalare su vecchie strade militari o secondarie (mentre i sentieri di montagna sono rigorosamente off limits per le due ruote)».

Il peso dei cambiamenti climatici

Per quanto riguarda la fauna selvatica, il parco rimane un luogo assolutamente ospitale dove dimorano oltre cento specie di uccelli nidificanti, nove coppie di aquile reali e moltissimi altri rapaci, oltre a numerosi anfibi e rettili (tra cui quattro specie di vipere). Anche un branco di lupi di recente formazione si aggira per il parco. Ma, come ci racconta Gianni Poloniato, responsabile del Servizio gestione del territorio, «fino a ora ci sono state pochissime predazioni a carico del bestiame di malga, data la massiccia presenza di selvaggina. Abbiamo comunque distribuito reti antilupo, anche se solo una malga su sette si è dotata di cani maremmani». Come rivelano i puntuali monitoraggi effettuati dal Raggruppamento per la biodiversità dei carabinieri forestali, con il cambiamento climatico è in corso però una lenta risalita di alcune specie verso le selle nivali e le zone apicali. «Queste specie rischiano di sparire se la temperatura media stagionale dovesse alzarsi ancora» spiega Poloniato. «Per esempio la pernice bianca è in forte diminuzione, perché non trova più ambienti innevati dove soggiornare e mimetizzarsi. Così pure numerose specie floristiche, come le genziane nivali, i non ti scordar di me nani, il genepì del Monte Talvena… Per alcune specie preglaciali rare ci sono progetti di reintroduzione, così come è stata felicemente reintrodotta la marmotta alcuni anni fa, che oggi risulta ben ambientata e costituisce la preda ideale per l’aquila reale».

Flora e fauna ex situ

Alcune di queste specie sono “visitabili” presso la riserva naturale di fondovalle del Vincheto di Celarda, vicino a Feltre, dove vengono ospitati animali in cattività, come cervi, daini, vari uccelli rapaci e una varietà davvero interessante di coleotteri e di farfalle, tra cui la rarissima e quasi estinta Euphydryas aurinia. Qui da trent’anni si studia in particolare la fauna entomofaga (libellule e coleotteri), che oggi sta incrementando in maniera notevole, e la temuta farfallina del bostrico, le cui larve divorano le foreste di abeti schiantati dalla tempesta Vaia. Infine, una segnalazione. Per chi non voglia (o non possa) addentrarsi nei recessi del parco, molte specie botaniche rare che ne caratterizzano gli ambienti si possono ammirare anche nel Giardino botanico delle Alpi Orientali, un luogo romantico sopra l’Alpe del Nevegal, un balcone panoramico su Belluno, da dove si può abbracciare in uno sguardo tutta la chiostra splendida delle Dolomiti Bellunesi.

 

Altri approfondimenti sul numero 107 di Meridiani Montagne “Prealpi e Dolomiti Bellunesi”.

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Un commento

  1. Notevole la diffusione di parassiti come le zecche e le processionarie, è per me evidente l’incuria e spesso l’abbandono dei boschi e dei sentieri, se non quelli molto agevoli e brevi.
    Le vecchie miniere mi sembrano solo una attrazione turistica in basso a pochi passi dal parcheggio e in abbandono appena si prosegue verso l’ alto.
    Magari mi sbaglio ed è sempre stato tutto così, dato che sono poco fautore delle regolamentazioni umane della natura

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