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Ci ha lasciato Nonno Paolino, che ha sognato i suoi sogni sulla Majella

La Majella, la montagna più ricca di storia dell’Abruzzo, ha perso un pezzo della sua memoria. Non un eremo, non un’abbazia o una torre. E nemmeno uno dei capanni di pietra a secco, le tholos, che generazioni di contadini e pastori hanno costruito con fatica, nei secoli, tra i campi di Caramanico, Roccamorice e Lettomanoppello. 

A 94 anni ci ha lasciato Nonno Paolino, all’anagrafe Paolo Sanelli, il pastore e contadino di Decontra, minuscolo borgo ai piedi del Monte Amaro, che era andato da vent’anni in pensione dopo una vita di durissimo lavoro. E che ha raccontato la sua vita in un piccolo e affascinante libro, I miei sogni sono stati tutti sulla Majella, curato da Marco G. Manilla e pubblicato per la prima volta nel 2001 dalla Menabò di Ortona.

Decine di libri di memorie simili a questo vengono dimenticati in pochi anni. Quello di Nonno Paolino, invece, è diventato rapidamente un mito tra gli appassionati della “Montagna madre” d’Abruzzo, e ha avuto altre due edizioni nel 2008 e nel 2015. Molte persone, ogni anno, salivano ad ascoltare di persona i suoi racconti, nell’agriturismo Pietrantica di Decontra, gestito dal figlio Camillo e dalla nuora Marisa Rosato. Tra loro sono molti stranieri, e in loro onore il libro ha avuto anche una versione inglese, My Dreams Have All Been of the Maiella.

A rendere affascinante il libro, e i racconti a voce di Paolo Sanelli, era la loro semplicità. Venuto al mondo nel 1926, il ragazzo di Decontra è stato un testimone della trasformazione della Majella, e quindi di tutte le montagne italiane. Nato in una famiglia numerosa, ha iniziato a lavorare tra i campi da bambino, ha attraversato la Seconda Guerra Mondiale, poi è emigrato in Inghilterra. Al ritorno ha vissuto i difficili anni dell’abbandono della montagna da parte dei suoi abitanti, diretti verso le fabbriche della Pianura Padana o gli uffici di Pescara e di Roma. Infine, con il sorriso sulle labbra, Paolo Sanelli ha visto arrivare gli escursionisti, gli appassionati di natura, i curiosi che si sono affezionati a lui. 

Una vita legata a una montagna che cambia

Sfogliare I miei sogni sono stati tutti sulla Majella significa fare un viaggio nel tempo, verso un’epoca che dista da noi meno di un secolo, ma che sembra remota come il Medioevo o la Preistoria. “Quando sono nato, le donne gravide non si sparambiavano al lavoro” inizia il racconto di Nonno Paolino. “Mia madre cresceva i figli, andava in campagna a seminare le patate e il granturco, raccoglieva le ghiande e le fascine, filava, tesseva e faceva il pane”.  A sei anni, il piccolo Paolo inizia a frequentare la minuscola scuola di Decontra, sistemata in una casa privata. Sopravvive alle “botte al culo” che un ruvido maestro rifila a chi sbaglia, poi a una maestra “giovane e bella che veniva da Città Sant’Angelo, che ci imparò a fare bene i conti, ma era severa e ci menava”. A nove anni, finita la terza, arriva il momento di dedicarsi al lavoro. Il racconto di Nonno Paolino mostra una montagna completamente diversa da oggi, con i borghi ancora pieni di lavoro e di vita, i boschi di faggio diradati per fare posto ai pascoli, un’accettazione senza tempo del dolore e della morte. Quando Paolo è ancora un ragazzo, suo padre prende freddo mentre sta tagliando della legna, si becca una polmonite e dopo otto giorni si spegne. Ma l’atmosfera resta serena. “Ogni anno aspettavamo le nuove stagioni, e ogni stagione ci dava i suoi frutti con tanta bontà, e noi contadini e pastori ci mettevamo la nostra fatica” annota Paolo settant’anni più tardi. 

Pagine drammatiche della vita di Paolo Sanelli sono legate alla guerra, ai terribili mesi tra il 1943 e il 1944 in cui i militari della Wehrmacht rastrellano la Majella e i suoi valloni in cerca dei prigionieri inglesi fuggiti, e che si nascondono nelle grotte dell’Orfento. Nel dopoguerra creano problemi i lupi, che nonostante le fucilate dei lupari sono ancora “tanti e affamati”. Nel gennaio del 1958 Paolo si sposa con Annina, una ragazza che ha conosciuto da poco, nella splendida chiesa medievale di San Tommaso, “dove la pietra parla pure ai sordi”. Dopo il pranzo nella casa della sposa, Annina, Paolo e i parenti si spostano verso Decontra, camminando per 15 chilometri, per poi mangiare e ballare un’altra volta. 

Cinque mesi dopo, per guadagnare qualcosa, Paolo Sanelli deve emigrare in Inghilterra. Va a fare il contadino in una fattoria (nel libro la chiama farma), ma la pioggia che cade tutti i giorni non gli piace. Torna al sole della Majella, lavora con le sue mucche, le sue pecore e i suoi campi, in pochi anni Annina partorisce tre maschietti e una bambina. Intorno alla loro famiglia tosta e felice, però, la montagna si svuota rapidamente.

Così arriviamo a questi giorni, che questi giorni li conosciamo bene” sorride Nonno Paolino verso la fine del libro. Le sue ultime pagine sono delle pennellate sulle processioni affollate e sulla cucina povera ma saporita di un tempo, sui mesi passati in montagna insieme al gregge che si concludono a ottobre inoltrato. La Majella ci ha insegnato tante cose” conclude Paolo. “A pascolare le greggi, le capre, le vacche, i cavalli e gli asini… ad ascoltare tutti i rumori della natura … a visitare gli eremi … a proteggere i fiori, le stelle alpine, gli uccelli e le rondini che sono dei gioielli”. Forse proprio grazie a queste gioie, Nonno Paolino, al contrario di altri vecchi montanari, non era infastidito dall’entusiasmo, spesso ingenuo, dei nuovi innamorati della montagna che salivano a rendergli omaggio a Decontra. 

Il figlio Camillo e la nuora Marisa, che d’inverno lavorano come maestri di sci, accoglievano con gli ospiti nella loro grande casa di pietra, insegnavano a raccogliere e a usare in cucina le erbe selvatiche, davano suggerimenti sui sentieri (alcuni lunghissimi, altri comodi, altri così così) che iniziano dalle case del borgo. Quando era possibile, senza disturbare, gli ospiti potevano conversare con Nonno Paolino, se lui era troppo stanco per parlare si dovevano accontentare del libro. Ora la bellezza di Decontra c’è ancora, e le copie de I miei sogni… si possono ancora acquistare, ma il vegliardo della Majella ci ha lasciato.

Per ricordarlo, una sua giovane amica ha postato sui social un video della festa per i 93 anni di Paolino. C’è il sole, c’è la musica di un tamburello e di un ‘ddu bbotte, una delle piccole fisarmoniche d’Abruzzo, c’è il nonno che batte le mani seduto, come se stesse ballando tanti anni prima. Amavi la vita, la gioia e lo stare insieme” scrive Francesca Mastromauro commentando queste immagini. “E come avresti detto tu, di tutta la tua serena esistenza, è stata proprio una bella festa!

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