Arrampicata

Jacopo Larcher, l’arrampicata come esperienza di vita

Il suo motto recita “Il cambiamento è l’unica costante”. Una frase che ben interpreta la vita di Jacopo Larcher, giovane climber classe 1989. Nato come arrampicatore sportivo Jacopo si è subito fatto notare nelle gare Lead e Boulder di Coppa Italia Giovanile riuscendo poi a entrare in nazionale.

Dopo alcuni anni l’atleta The North Face ha iniziato a cercare un orizzonte più ampio rispetto a quello delle sole competizioni. Ha iniziato a sperimentare nuove forme di arrampicata, prima con vie multi-pitch, poi su ghiaccio e infine trasportando questa sete di esperienze in giro per il mondo, sulle big wall alla ricerca di linee ancora vergini.

Jacopo, partiamo dalla tua ultima realizzazione. Insieme a Barbara Zangerl avete ripetuto Odyssee sulla nord dell’Eiger in velocità. Qualcosa di nuovo per voi che solitamente non ricercate la velocità nei progetti…

“La prima volta in cui l’abbiamo salita era il 2018, siamo riusciti a risolverla in tre giorni a causa delle condizioni della parete, per nulla buone. Poi siamo tornati qualche tempo dopo per fare alcune foto ed è nato il desiderio di riprovarci con l’obiettivo di scalarla in giornata. Qualcosa di nuovo, che non avevamo mai sperimentato. Non è stata la ricerca di un record, ma semplicemente la voglia di provare nuove esperienze. Non abbiamo arrampicata controllando il cronometro.”

Cosa cambia tra una salita tradizionale e una in velocità sulla nord dell’Eiger?

“Innanzitutto l’approccio, che è completamente diverso. Quando provi una via su una parete così alta mettendo in conto di salirla in più giorni devi portare tanto materiale. È necessario calcolare con attenzione tutte le possibili dinamiche in modo da non portare troppo peso e, allo stesso tempo, devi saper ben valutare i tempi per non rimanere senza viveri.

Quando ti muovi in velocità la preoccupazione per i materiali diminuisce, devi invece imparare a sveltire tutte le manovre in sosta in modo da non perderci troppo tempo.”

In che senso la preoccupazione per i materiali diminuisce?

“Troppo materiale rischia di rallentarti. Ovviamente non sei su una via di Arco, ma sulla Nord dell’Eiger, quindi devi comunque avere tutte le attrezzature utili a garantirti un sicuro bivacco in caso di brutto tempo.”  

Ancora una domanda sul tema della velocità. I record in montagna creano sempre un gran dibattito tra favorevoli e contrari… tu come la pensi?

“Noi non cercavamo un record, volevamo scalare velocemente per chiudere Odyssee in giornata. Non ci siamo forzati per andare più veloci o per farla in un certo margine temporale. Semplicemente non volevamo bivaccare in parete.

Di sicuro quando si effettua una salita come questa in più giorni si fa più tempo per godersi la bellezza della via e del posto. In velocità si è concentrati sul percorso, senza magari badare troppo al luogo in cui ci si trova. Per quanto riguarda invece il tema della sicurezza, spesso si corrono più rischi a muoversi velocemente nei tiri facili. Motivo per cui noi abbiamo scelto di non correre troppo sul facile, in modo da non correre maggiori rischi.”

Veniamo a te. Nel 2010 vinci il Campionato Italiano Assoluto Boulder e poco dopo lasci l’agonismo, come mai non hai pensato di continuare alla ricerca di un titolo europeo o di un mondiale?

“Già da qualche anno avevo iniziato a sentire il desiderio di abbandonare l’agonismo. Durante il periodo delle gare mi sono ritrovato a viaggiare tantissimo, però di fatto non vedevo mai nulla dei posti in cui mi trovavo. Arrivavo e passavo il mio tempo chiuso nelle palestre. Mi è capitato di andare in Australia per 4 giorni, era la mia prima volta, e non ho visto nulla se non la struttura dove ho gareggiato. A lungo andare ho iniziato a non trovarmi più a mio agio, oltre al fatto che l’allenamento era molto ripetitivo. Così ho preso la decisione di lasciare per viaggiare e vivere l’arrampicata in modo più intenso.”

Nel marzo 2019, dopo 6 anni, sulla falesia di Cadarese riesci finalmente a chiudere quello che al momento è il tuo progetto più importante “Tribe”. Cosa pensi riguardando oggi al lungo percorso di questa via?

“Guardando al di là del grado e delle difficoltà sportive è stato un bellissimo percorso personale. Una linea che ha testimoniato il mio sviluppo sia come arrampicatore trad, sia in termini generici.

Mi sono avvicinato a questo progetto quando ho iniziato con l’arrampicata tradizionale e mi ha permesso di capire il miglioramento al rientro da ogni esperienza. Partivo, salivo vie trad, poi tornavo a Cadarese e avevo un immediato riscontro sulla mia condizioni, su miglioramenti o peggioramenti.”

Tralasciando i gradi, cos’è per te l’arrampicata?

“È la mia più grande passione. Uno stile di vita, un modo per maturare e svilupparmi come persona. È il mio modo per interagire con il mondo, la scusa grazie a cui riesco a viaggiare e scoprire il mondo con le sue diverse culture. L’arrampicata è la mia compagna, Barbara, le tantissime persone che ho conosciuto. Difficile dare una risposta precisa, è un po’ come rispondere alla domanda ‘Cosa ti ha regalato la vita?’.”

Torniamo per un attimo tra le mura delle palestre. Sono cresciute molto in questi ultimi anni, attraendo un gran numero di appassionati. Come immagini il futuro dell’arrampicata sportiva?

“Penso che, soprattutto grazie al fatto che l’arrampicata sia divenuta disciplina olimpica, ci sarà una sempre maggiore differenziazione degli arrampicatori in due segmenti. Da un lato quelli che arrampicheranno spendendo il loro tempo in palestra, dall’altra parte quelli che invece vorranno vivere l’arrampicata per come è nata.

Questo porterà ovviamente a una maggior attenzione verso la disciplina, anche se devo dire che mi preoccupa l’idea che possa in parte perdere quello che per me è lo spirito dell’arrampicata. La parte più esplorativa dell’arrampicata vissuta come stile di vita e non solo come attività fisica.”

Cosa pensi sia meglio per un primo approccio, plastica o roccia?

“Adesso direi con la roccia, perché ho avuto la fortuna di arrampicare tanto in ambiente. Di fatto però è uguale dove si comincia ad arrampicare. L’importante è iniziare accompagnati da amici o maestri che abbiano esperienza. Per me è stato fondamentale avere al fianco persone che hanno saputo trasmettermi quelli che spero rimangano i valori dell’arrampicata.”

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