Arrampicata

Cédric Lachat: “Il futuro dell’arrampicata? Dipende da come scegliamo di viverla”

Dalla nascita del documentario The Future of Climbing alle trasformazioni in atto tra falesie e palestre: Lachat riflette su crescita, impatto e responsabilità. Un’intervista su un mondo che cambia, tra opportunità e rischio di perdere il suo significato più profondo.

Cédric Lachat non è tipo da discorsi astratti. Nel documentario The Future of Climbing parte da un episodio concreto per arrivare a una domanda quasi astratta che oggi attraversa tutta la comunità dell’arrampicata: che cosa sta diventando davvero questo sport?

Il film non cerca risposte definitive. Piuttosto mette a fuoco le tensioni di un movimento in piena trasformazione: la crescita dei praticanti, la pressione sempre più forte su falesie e territori, l’impatto dei social, il rischio che un’esperienza nata nel silenzio e nel confronto con il limite diventi qualcosa di sempre più veloce e “consumabile”.

Ne abbiamo parlato proprio con Lachat, uno degli arrampicatori svizzeri più solidi e versatili della sua generazione: dalla competizione alle grandi vie, fino all’esplorazione. Negli anni si è fatto conoscere per le sue salite di alto livello su roccia e per un approccio sempre curioso e aperto alle diverse forme dell’arrampicata. Dalle sue parole emerge una riflessione lucida, mai moralista, che prova a tenere insieme passato e presente, senza nostalgia ma anche senza sconti: un invito a interrogarsi su come continuare a scalare senza perdere ciò che rende possibile farlo.

Cédric, il documentario nasce più da una domanda o da una risposta?

Direi che nasce prima da uno shock, e poi da una domanda. All’inizio c’è una scena molto concreta. Stavo lavorando una via di 9a a Saint-Léger-du-Ventoux, una via che mi ha richiesto moltissimo tempo. C’era un passaggio che mi metteva davvero in difficoltà: cadevo sempre nello stesso punto. Il giorno in cui finalmente supero quella sezione e sto riuscendo a chiudere la via, completamente concentrato, all’improvviso sento della musica arrivare sempre più forte. Ho gridato di spegnerla, ma nessuno l’ha fatto. Ho finito di scalare in quel frastuono, poi, una volta sceso, sono andato a prendere la cassa e l’ho lanciata il più lontano possibile giù dalla falesia.

Col senno di poi, non è stato solo uno scatto di rabbia. Era soprattutto il sintomo di qualcosa di più profondo.

Cioè?

Questa falesia è un luogo sensibile: c’è un vero problema di sovraffollamento. Un sentiero escursionistico passa lì vicino, ci sono molti camminatori e anche arrampicatori che vengono per cercare il silenzio, il vento, gli uccelli, il fiume. In un contesto del genere, un semplice incidente può diventare un argomento per chiudere un sito.

È stato in quel momento che mi sono detto che bisognava fare qualcosa. Non per dare lezioni, ma per trasmettere dei codici a chi ancora non li conosce. Sono andato a parlare con Guillaume Broust, ne abbiamo discusso a lungo e poco a poco l’idea ha preso forma. Quando la rabbia si è placata, abbiamo cercato il modo giusto: un film che facesse riflettere senza moralizzare, che aprisse una discussione invece di imporre una verità. Quindi no, questo documentario non nasce da una risposta. Nasce soprattutto da una domanda diventata impossibile da ignorare.

Hai trovato qualche risposta durante le riprese?

Quello che il film mi ha dato non è stata una risposta definitiva, ma una presa di coscienza. Mi ha costretto a riflettere più a fondo, a guardare le cose con maggiore distanza. Credo soprattutto che ci ricordi una cosa semplice: tutto ciò che facciamo ha un impatto, e quell’impatto, prima o poi, lo paghiamo. Vale per l’arrampicata, ma anche per tutti gli sport nella natura. La cosa più importante, forse, non è fingere di sapere esattamente di che cosa sarà fatto il futuro, ma essere capaci di evolvere con lucidità.

C’è stato qualcosa che ti ha fatto cambiare idea sul futuro dell’arrampicata?
No, non direi che le riprese mi abbiano fatto cambiare idea, anche perché all’inizio non avevo un’opinione già definita. Avevo soprattutto delle domande, e in realtà ce le ho ancora oggi.

Oggi, rispetto ai tuoi inizi, che cosa ti dà ancora voglia di arrampicare?

All’inizio, ciò che mi spingeva a scalare era il desiderio di riuscire in qualcosa che mi sembrava impossibile. È anche per questo che ho amato la competizione di alto livello: non per battere gli altri, ma per avvicinarmi al mio limite, per fare ciò che in quel momento era la cosa più difficile per me.

È la stessa cosa che mi ha sempre attirato nelle spedizioni o nell’esplorazione sotterranea: l’ignoto, l’impegno, l’estremo. L’idea di andare verso qualcosa che oppone resistenza.

Oggi, con l’età, le cose cambiano. Sono meno performante di prima, è evidente. Ma, in fondo, ciò che mi spinge a scalare resta abbastanza simile: mi piace trovarmi di fronte a me stesso. Molta gente parla del bel gesto, del movimento, della purezza tecnica. Certo, tutto questo conta. Ma quello che mi tocca di più è la sfida interiore. È questo confronto sincero con ciò di cui sono capace, qui e ora.

Ieri forse questo passava attraverso il 9b. Oggi è qualcos’altro. Domani sarà ancora diverso. Il grado, in fondo, non ha poi così tanta importanza. È relativo, personale, quasi intimo. Quello che conta è che ciascuno trovi nell’arrampicata la propria vetta del momento.

Cercando però di tirare le somme, oggi ti senti più atleta, esploratore o narratore?

Una cosa è certa: non mi sento un influencer.

Atleta, nel senso in cui lo sono stato ad alto livello, no. A 40 anni non sono più in quella logica. Ho lasciato quel posto ad altri. Oggi mi vedo piuttosto come qualcuno che ha accumulato esperienza e che cerca di trasmettere, di condividere, di dare senso a ciò che ha vissuto.

Esploratore, sì, chiaramente. Sono appena tornato da sei settimane nella giungla della Papua per esplorare grotte in un ambiente duro, isolato e ostile. Quella parte di me è ancora molto viva.

E forse anche narratore, nella misura in cui raccontare diventa un altro modo di prolungare l’avventura. Non per mettermi in scena, ma per trasmettere qualcosa di utile o di sincero.

C’è qualcosa del “vecchio” mondo dell’arrampicata che senti sia andato perduto?

No, non credo a questi termini. Non ho l’impressione che si perda necessariamente qualcosa; penso piuttosto che si evolva.

C’era bellezza prima, ce n’è ancora oggi e ce ne sarà domani. Forse sarà diversa, ma diverso non significa peggiore. La nostalgia ha certamente una parte di verità, ma non deve impedirci di vedere che ogni epoca inventa anche il proprio modo di vivere l’arrampicata. La vita cambia, le pratiche cambiano, le sensibilità cambiano. È normale.

Nel film dici che “tutto è permesso finché non distrugge ciò che lo rende possibile”: dove pensi che oggi questo limite venga superato?

Per me il limite è piuttosto semplice: si trova là dove la nostra pratica comincia a rovinare ciò che la rende possibile. Il limite viene superato quando si dimentica il rispetto della natura, delle regole, degli altri fruitori e, più in generale, del vivente. Quando il nostro piacere personale viene prima di un sito, di una specie, di un equilibrio fragile, allora si esce da qualcosa di giusto. La questione non è sapere se abbiamo il diritto di arrampicare, esplorare o attrezzare. La questione è capire se, facendolo, distruggiamo poco a poco il terreno stesso della nostra libertà.

Secondo te l’arrampicata sta diventando troppo “consumabile”?

Sì, in un certo senso l’arrampicata sta diventando un prodotto di consumo. Ma la vera questione, per me, non è condannare automaticamente tutto questo. Se così tante persone hanno voglia di arrampicare, è anche perché è uno sport magnifico, che rende felici, che trasforma, che dà qualcosa di forte. E se c’è una domanda, c’è inevitabilmente anche un’offerta: si aprono palestre, si sviluppa un mercato, si costruisce un business. Questo, di per sé, non è il problema.

Il vero punto è ciò che accade dopo. Su 10mila persone che scoprono l’arrampicata, quante finiranno per andare in falesia? E quando ci andranno, come faremo? Le falesie non possono accogliere una frequentazione infinita. È qui che il film pone la sua vera domanda. Non esiste una regola universale né un manuale valido ovunque. Ogni sito ha i suoi vincoli, il suo equilibrio, le sue tensioni, e probabilmente richiederà risposte proprie. Più aumenteranno i praticanti, più bisognerà inventare soluzioni intelligenti per accogliere questo pubblico senza andare verso divieti o conflitti.

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