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Un’avventura lunga 82 giorni. Tamara Lunger racconta il suo tour delle vette italiane

L’ultimo giorno, il numero 82 dalla partenza, è stato l’ennesima maratona ad alta quota. Poco dopo le 4 di mattina, Tamara Lunger è partita a piedi dal posteggio della funivia di Solda, in direzione della vetta dell’Ortles. Con lei c’era Daniel Ladurner, uno dei migliori alpinisti altoatesini, che è anche uno straordinario conoscitore del massiccio.

Un’ora più tardi, ancora al buio, i due sono passati dal rifugio del Costòn, Hintergrat Hütte in tedesco, 2661 metri. Dopo una breve sosta sono ripartiti verso la cresta del Coston, o Hintergrat, uno degli itinerari più famosi del massiccio. “E’ stata dura, ho sentito in un colpo solo tutta la stanchezza di 80 e più giorni di tour. I miei polpacci sembravano scoppiare. Acido lattico a palla!” ha confessato la Lunger sulla sua pagina Facebook. Dalla cima dell’Ortles, raggiunta con le prime luci dell’alba, i due sono scesi sul ghiacciaio e poi sulle rocce della via normale fino al rifugio Payer. Dopo una sosta per un radler hanno continuato veloci, sul sentiero, verso il rifugio Tabaretta e un pranzo con una parte degli sponsor del viaggio. Poi verso casa, per riposare, finalmente. 

Il racconto del viaggio, con le immagini realizzate da Tamara e dai tanti alpinisti e fotografi che l’hanno accompagnata, può essere seguito sulla sua pagina Facebook.  

Tamara, alla fine del tuo lunghissimo viaggio hai dovuto affrontare l’alta quota. Prima i 4810 metri del Monte Bianco, poi i 4609 del Nordend, i 3996 del Piz Zupò e i 3903 dell’Ortles. Com’è andata?

“Molto bene, però è stata davvero faticosa. Sul Monte Bianco non ero acclimatata, verso i 4000 metri ho sofferto come se fossi a 8000. Siamo partiti alle 2.30 dal rifugio Monzino, alle 12.30 siamo arrivati in cima, nell’ultimo tratto ero a pezzi. Però l’Innominata è una via magnifica, non ero mai stata in vetta al Bianco, è stata una giornata straordinaria”. 

Sul Monte Rosa e sul Bernina com’è andata?

“Sono stati altri due giri pazzeschi. Al Rosa sveglia alle 3 alla Capanna Gnifetti, poi Colle del Lys, cresta Rey alla Punta Dufour, discesa alla Silbersattel, risalita al Nordend, e al ritorno anche le punte Zumstein e Gnifetti. Al Bernina, dopo il Piz Zupò, abbiamo salito anche la Crast’Agüzza, ma il ritiro dei ghiacciai ci ha complicato l’itinerario”. 

 Da altoatesina ti sarai sentita a casa sull’Ortles. Ci sei stata molte volte, immagino…

“Non è vero, ci sono salita per la seconda volta in vita mia. La prima volta, quindici anni fa, ho fatto la parete Nord. Quest’anno ho scelto la cresta del Costòn, la Hintergrat, proprio per salire una via che non conoscevo”. 

Hai fatto lo stesso durante tutto il Tamara Tour?

“Certo, a parte l’Ortles e l’Etna, dov’ero arrivata l’anno scorso con gli sci, ho salito soltanto cime dove non ero mai stata. Sono andata in cerca di emozioni, di esperienze, di luoghi dove mi piacerebbe tornare in futuro. Ho scoperto che l’Italia è un paese meraviglioso”. 

Hai viaggiato per 82 giorni non stop, hai percorso 9300 chilometri in camper, hai camminato e arrampicato per decine di migliaia di metri di dislivello in salita. E’ stato come una spedizione himalayana?

“E’ stato più duro di una spedizione himalayana! In 82 giorni, mi sono davvero riposata, senza fare nulla, solamente per quattro. Oltre a raggiungere le 20 cime in programma, ne ho toccate molte altre per il piacere di andarci. In più ho arrampicato, ho volato con il parapendio, sono andata in mountain-bike e in canoa. In Sardegna sono perfino andata in grotta”. 

Mi racconti in breve il tuo itinerario?

“Sono partita dalle Dolomiti e dalla Marmolada, sono andata in Friuli, poi giù verso l’Appennino e in Sicilia. Sono tornata a nord, ho preso un traghetto per la Sardegna, poi ho raggiunto la Liguria e il Piemonte. Delle ultime tappe ti ho detto prima”. 

Qualche luogo che hai toccato nel tuo Tour e dove ti piacerebbe tornare?

“Vorrei tornare in Calabria, per arrampicare sulle falesie di Stilo e dell’Orsomarso. In Abruzzo, al Gran Sasso, per fare scialpinismo. E poi in tanti altri posti”. 

Quando sei partita, hai confessato di conoscere poco l’Italia. Cosa ti ha colpito più di tutto?

“Sicuramente le zone colpite dal terremoto, che mi hanno davvero impressionato. Sono stata a Castelluccio, per salire le vette dei Sibillini, e poi ad Amatrice per il Monte Gorzano, la cima più alta del Lazio. Nella frazione di Capricchia, da cui inizia il sentiero, sono rimaste in piedi solo due case. Quando sono arrivata nella zona vedevo prefabbricati e container, mi sono chiesta “perché tutti questi campeggi?”. Poi ho capito”. 

A proposito di campeggi, tu nei hai utilizzati? Oppure hai parcheggiato il camper sempre fuori?

“Credo di aver dormito in un camping per quattro o cinque notti, non di più. Per il resto ho fatto sosta libera”. 

Hai avuto qualche problema di sicurezza?

“Solo una volta, in Campania, qualcuno mi ha aperto il camper. Ma non hanno rubato molto”. 

A parte questa esperienza, come sono stati gli incontri con la gente?

“Meravigliosi, ed è stata l’altra grande sorpresa del viaggio. Sono stata invitata molte volte a fermarmi a casa di perfetti sconosciuti, molti mi hanno offerto di fare una lavatrice, e mi è servito molto. Mi avevano detto che i valdostani sono scontrosi, e invece ho trovato gente sorridente anche lì. Certo, al Sud non è stato sempre facile. Si cena alle 21, si resta a chiacchierare fin verso mezzanotte. Sono un’altoatesina, abituata ad altri orari”. 

L’estate del 2020, dopo la grande paura del Covid-19, è stata un’estate affollata su gran parte delle montagne italiane, dalle Dolomiti al Pollino. E’ stato così anche per te? Ti ha dato fastidio?

“In realtà ho incontrato poca gente, sia sulle strade sia sui sentieri. Un po’ mi sono organizzata bene, un po’ è stato un caso. Su molte cime sono salita durante la settimana, anche quando mi sono mossa nei weekend sono partita la mattina presto e tornata presto. Gli unici veri ingorghi li ho trovati tornando a casa”. 

Davvero?

“Sì, sulla strada della Val Venosta, rientrando da Solda verso la Val d’Ega e casa mia. Lì c’è sempre l’ingorgo, io non lo sopporto. Nelle Dolomiti è lo stesso”. 

Hai progetti per il futuro? Pensi a spedizioni extraeuropee?

“Certo, mi piacerebbe ripartire per una spedizione, ma so che adesso non è possibile. Non voglio partire per rischiare, e per dover fare la quarantena al ritorno. Ora mi voglio riposare, poi si vedrà”.  

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6 Commenti

  1. una Tamara più semplice e vera.
    forse nulla di alpinisticamente memorabile (per lei, io farei i salti tripli) però un bel viaggio umano.

  2. Concordo, secondo me 82 gg di attività, a prescindere dall’obiettivo o dal target, sono un numero di giorni di tutto rispetto, fisicamente per me ne è uscita stra allenata anche se stanca.

    Anche a livello mentale e di entusiasmo mi ha stupito molto

    Per spedizioni più lontane ha tutto il tempo del mondo

    1. applausi!
      E verissimo sugli 82 giorni di impegno: messi lì sembrano solo un numero, ma falli, uno per uno, fosse anche la cosa più piacevole del mondo.

  3. Al ritorno dalla punta Vincent (gruppo del Rosa) mio nipote Marco ti ha riconosciuta, io non credevo fossi tu e te l’ ho chiesto e mi hai dato la conferma. E’ stato un piacere sopratutto per il nipote che è alle prime esperienze in montagna !!!

  4. Mah ! Si brava , bella esperienza, tutto quello che si vuole!
    Ma paragonare le difficoltà a una spedizione in Himalaya, mi sa tanto da commento alla Sig. Moro. Va te a capire questi professionisti!

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