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Demetra, la quercia più antica del mondo vive in Aspromonte

Il Parco Nazionale dell’Aspromonte, in Calabria, custodisce uno degli alberi più antichi del mondo. Un esemplare di rovere alto poco più di sei metri, ribattezzato Demetra in omaggio alla dea greca della natura e dell’agricoltura, che con i suoi 934 anni è ad oggi la latifoglia di clima temperato e boreale datata con metodo scientifico più vecchia del Pianeta.

A realizzarne la scoperta un team di ricercatori guidati dal Professor Gianluca Piovesan dell’Università degli Studi della Tuscia, già a capo dello studio internazionale che lo scorso anno ha portato a identificare, nel Parco del Pollino, la presenza dell’albero più antico d’Europa, il pino loricato millenario Italus.

I risultati dello studio “Radiocarbon dating of Aspromonte sessile oaks reveals the oldest dated temperate flowering tree in the world”, che ha visto la collaborazione del laboratorio di Dendrocronologia dell’Università della Tuscia con l’Università del Salento, il Parco Nazionale dell’Aspromonte e l’Università di Madrid, sono stati di recente pubblicati sulla rivista Ecology nella sezione Scientific naturalist.

Isolati e protetti

Oltre a Demetra, il team ha rilevato la presenza nel Parco reggino di altri 4 esemplari di rovere decisamente antichi. La quercia più giovane, a seguito di datazione al radiocarbonio, è risultata avere ben 570 anni. Tutti e 5 gli alberi risultano localizzati su ripidi pendii rocciosi, spesso difficili da raggiungere. Per certo la loro condizione di isolamento ha giocato e gioca a favore della loro sopravvivenza e andrà salvaguardata nel tempo.

“Lo scorso anno durante una escursione sul Pollino il Prof. Piovesan ci ha indicato vagamente la localizzazione di Italus, sottolineando che sia importante evitare che in troppi sappiano dove si trovano tali esemplari preziosi, così da salvaguardarli”, raccontano a conferma di ciò gli studenti del corso di laurea in Scienze della Montagna dell’Università degli Studi della Tuscia.

Accurata datazione al radiocarbonio

Le analisi sui campioni  lignei appartenenti ai 5 individui sono state svolte a Lecce utilizzando l’Ams (Accelerator Mass Spectrometry) disponibile presso il Cedad (Center for Applied Physics, Dating and Diagnostics) dell’Università del Salento. “L’utilizzo della datazione al radiocarbonio ci ha consentito di definire l’età assoluta degli alberi con un alto grado di accuratezza, mentre gli strumenti statistici per l’analisi dei dati ci hanno supportati nel migliorare la risoluzione cronologica finora raggiunta”, dichiara Gianluca Quarta, professore di Fisica Applicata al Cedad.

Demetra, con i suoi quasi 1000 anni, ha portato a una revisione del range di longevità delle angiosperme. La sua età supera infatti di ben 300 anni i due faggi di 620 anni, scoperti nel Parco Nazionale del Pollino due anni fa e ribattezzati Michele e Norman, in memoria del botanicoMichele Tenore e del viaggiatore e scrittore britannico Norman Douglas che, tra Ottocento e Novecento descrissero le foreste del Pollino dando risalto alla naturalità degli ecosistemi. Due esemplari così eccezionali da consentire la candidatura della faggeta vetusta del Pollinello a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Perchè è importante studiare la longevità delle piante?

Gli studi condotti dal team del Prof. Piovesan vanno ben oltre la curiosità scientifica di comprendere la longevità degli alberi presenti attualmente sul Pianeta. Si tratta di ricerche preziose nel campo dei cambiamenti climatici. Come dichiarato dal docente, “studiare la longevità degli alberi in risposta ai cambiamenti climatici in ambienti diversi è una priorità di ricerca sia per la conservazione della natura sia per le strategie di mitigazione del cambiamento climatico”.

“Popolamenti antichi come quelli dell’Aspromonte – aggiunge Isabel Dorado-Liñán, componente del team di ricerca – consentono infatti di ricostruire la storia ambientale dell’area, permettendo altresì di capire come le variazioni ambientali, in particolare il clima, hanno modellato la struttura e la funzione della foresta. Ed è proprio in questa direzione che proseguirà il nostro studio sulle querce del Parco d’Aspromonte”.

Ricerche da climber

Andare alla ricerca di esemplari vetusti come Demetra, non è un lavoro per tutti. Gli scienziati devono infatti affrontare, come provetti escursionisti se non climber, pendii scomodi, spesso lontani dalle zone attraversate dai sentieri noti. Una volta raggiunto l’albero da analizzare, devono poi sperare che l’esemplare consenta il prelievo di campioni di tronco idonei alla datazione al radiocarbonio.

Come evidenziato dai ricercatori Jordan Palli e Michele Baliva del DendrologyLab dell’Università degli Studi della Tuscia, “individui molto vecchi risultano spesso cavi nella parte interna del fusto a causa di secoli di esposizione alle intemperie, ad organismi nocivi e patogeni naturali, e ciò fa sì che gli anelli più antichi siano spesso mancanti o gravemente degradati, rendendo molto difficile l’identificazione e la raccolta degli anelli più vicini al midollo per la datazione con il metodo del radiocarbonio. Nel DendrologyLab abbiamo quindi effettuato una meticolosa analisi allo stereoscopio per identificare gli anelli più vecchi nei nostri campioni, e date le loro dimensioni molto ridotte, abbiamo dovuto utilizzare un bisturi per prelevarli”.

Cosa raccontano gli anelli

Il dato interessante emerso dallo studio, che conferma risultati ottenuti in precedenza su altri esemplari vetusti, è che esista una relazione inversa tra crescita e longevità. Più l’albero invecchia più il suo accrescimento annuale si riduce. Demetra nello specifico mostra una attuale crescita anulare di mezzo millimetro annuo e, tra le cinque querce di rovere analizzate, è quella che mostra il diametro inferiore.

L’importanza dei Parchi Nazionali

Italus, Demetra, Michele, Norman e gli altri alberi vetusti che mostrano di star bene dove sono, danno prova dell’importante ruolo svolto sul territorio italiano dai Parchi Nazionali, chiamati a difendere preziosi scrigni di biodiversità.

“La scoperta di queste querce vetuste che vivono in alta quota sulle montagne dell’Aspromonte conferma l’alto livello di naturalità degli ecosistemi forestali nelle aree protette dell’Appennino meridionale”,  dichiara Antonino Siclari del Parco Nazionale dell’Aspromonte.

I Parchi dell’Aspromonte, della Sila e del Pollino National Parks rappresentano degli hotspot di biodiversità mediterranea da custodire. L’istituzione delle aree protette ha consentito di preservare foreste vetuste e specie a rischio che trovano in alberi antichi il loro habitat, come alcuni coleotteri.

“Ciò che emerge sempre con maggiore evidenza è che gli ecosistemi forestali di montagna nelle regioni temperate e boreali, dove vivono gli alberi più antichi della Terra, hanno un valore conservazionistico rilevante. In un recente lavoro con Alessandro Chiarucci dell’Università di Bologna pubblicato su Conservation Biology abbiamo sottolineato la necessità di mappare tutti gli ecosistemi forestali di elevata naturalità nei diversi biomi del mondo al fine di proteggerli e raggiungere così gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile” afferma Piovesan.

L’arte a sostegno della natura

L’artista Mery Rigo ha dedicato un dipinto a Demetra, a dimostrazione di quanto l’arte possa svolgere un ruolo educativo nella società, incrementando la consapevolezza da parte dei cittadini di dover collaborare alla protezione della natura. Preservare la biodiversità è una necessità primaria per lo sviluppo sostenibile e la longevità delle querce d’Aspromonte evidenzia la necessità di lasciare adeguato spazio allo svolgimento dei processi naturali.

“Come dichiarato da Michelangelo Pistoletto – afferma Mery Rigo – oggi l’arte può e deve avere un ruolo attivo nel promuovere relazioni nuove e corrette tra uomo e natura. Ritrarre Demetra, con una tecnica particolare basata su pittura, fotografia e processamento digitale, è stata una grande emozione per me. E spero che il mio intervento possa contribuire alla causa”.

“Questi esemplari vetusti sono testimoni del nostro passato – conclude Lucio Calcagnile, Director of CEDAD – . La storia del nostro clima, dell’attività solare, dell’impatto umano sull’ambiente sono registrati negli anelli e siamo certi che grandi scoperte ancora debbano venire”. 

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