Storia dell'alpinismo

Joe Simpson e Simon Yates: vita, amicizia e morte sulla Siula Grande

1985, vetta della Siula Grande (6260 m), due amici si abbracciano felici per aver raggiunto il loro obiettivo, l’apertura di una nuova via lungo la difficile parete Ovest. Una salita tentata da molti, ma mai riuscita prima di allora. Ci troviamo sulle Ande Peruviane, in cima a una montagna poco nota e resa celebre proprio dalla storia che vi stiamo per raccontare. A dimostrazione di questo le rare salite, una manciata, e la parete sud rimasta inviolata fino ai primi anni Duemila.

Fu una vera spedizione esplorativa in un angolo ancora remoto del Pianeta, contornati da montagne su cui sapevano poco o nulla. I due protagonisti, Joe Simpson e Simon Yates, erano amici accomunati dalla stessa ambizione di vivere un’avventura all’insegna del vero alpinismo, quello esplorativo. Così si mossero in parete, condividendo ansie e pericoli (talvolta estremi), il maltempo, i sempre più numerosi bivacchi sulla montagna. Poi, la cima. Metà dell’opera era compiuta, ma adesso toccava alla discesa dov’è importante non distrarsi e rimanere concentrati. Basta poco per mandare in fumo il buon esito di una scalata.

Fu una roccia ghiacciata a cambiare il destino dei due compagni di cordata. Un piede messo male, magari senza badare troppo al substrato, fece scivolare Simpson che si fratturò la gamba. Impossibile continuare con ancora mille e più metri di dislivello a separarli dal campo base. La logica avrebbe voluto che Yates lasciasse il compagno in un luogo riparato, con qualcosa da mangiare, per correre verso valle a cercare soccorso. Ma così non fu. Simon non pensò nemmeno per un istante di abbandonare l’amico. Dopo aver ragionato sulle possibilità prese le loro due corde da 45 metri, le unì a formarne una unica e lunga. Vi legò il compagno e iniziò a calarlo, 90 metri alla volta. Avanti così per tutta la giornata, fin quando dopo una calata Simpson si trovò sospeso nel vuoto con la parete sempre più strapiombante. Impossibile raggiungerla e mettersi in sicurezza. Dall’alto Yates sentiva il peso di Joe, ma era impossibilitato a vederlo o sentirlo. “Tirarlo su non potevo, continuavo a dare corda, Joe era sempre appeso, sentivo che oscillava, ma non lo vedevo, dove diavolo era finito? Arrivò un’ ondata gelida e un’ altra slavina. Tremavo dal freddo. Passò un’ ora, le mani cominciavano a mollare la presa. Sentii la corda sfuggirmi. Non ce la facevo più. Stavo per essere trascinato. Scivolai giù di un paio di centimetri. Dio, dovevo fare qualcosa: il coltello, presto il coltello“. Resistette per oltre un’ora poi, allo stremo delle forze, prese la decisione più difficile: tagliare la corda. Il giorno successivo Yates continuò la sua discesa, osservando il punto di caduta percepì quel che probabilmente era accaduto all’amico, quindi continuò verso il campo base, devastato dal senso di colpa.

Simpson non era però morto. Non potevo essere morto se provavo tutto quel dolore“. Caduto all’interno di un crepaccio era riuscito a mettersi in sicurezza e poi a uscirne grazie a un passaggio laterale. Tornato sul ghiacciaio, per lui fu una vera e propria lotta con la sopravvivenza ritornare al campo base. Con la gamba fratturata, spossato dalla fame e dalla sete vi riuscì in tre giorni.

A raccontare questa storia e il profondo legame di amicizia tra i due protagonisti è proprio Simpson attraverso il volume “La morte sospesa”. L’alpinista non ha mai rimproverato al compagno di aver tagliato la corda lasciandolo cadere nel vuoto, anzi. Ha sempre giustificato l’azione sottolineando che anche lui avrebbe agito allo stesso modo, se si fosse trovato dall’altra parte. L’amicizia nel gioco dell’alpinismo può sembrare subdola, è in grado di legare oltre il semplice piacere della salita. La cordata è un cordone ombelicale che unisce gli uni agli altri, nella vita come nella morte e non solo. Anche nelle scelte più estreme questo profondo legame emerge dando un giusto significato agli accadimenti.

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5 Commenti

  1. Basterebbe guardare il docufilm La Morte Sospesa o leggere il libro per evitare di riportare in modo così riduttivo, stringato e anche non preciso la storia di Joe Simpson e Simon Yates sul Siula Grande. Se invece si val sul sentito dire allora va bene anche questo racconto… Peccato che non trasmetta nulla di quel che è stato veramente. Un vero peccato…

    1. Conosco la storia da ben oltre quindici anni per aver letto il libro “La morte sospesa”almeno due volte e aver visto il docufilm svariate volte.Molto bello inoltre anche quello che credo sia il suo secondo libro “Questo gioco di fantasmi”.Incontrai inoltre Simpson al rifugio Torino nei primi anni duemila,ma questo non importa.Ritenedo quindi di conoscere abbastanza bene la vicenda in oggetto le vorrei chiedere Angelo; cosa nelll’articolo l’inducebad un giudizio così diciamo “stroncante”?A me sinceramente sembra una sintesi corretta e fedele ai fatti narrati,e il suo giudizio gratuitamente polemico.Cordialmente.

  2. Un vero peccato che non si colga la differenza tra un breve articolo a ricordo e l’esperienza raccontata dal libro scritto da uno dei protagonisti.
    Vado a studiare.

  3. Scusate forse mi sono fatto prendere troppo dall’ enfasi e dal ricordo del libro e del film di questa vicenda che mi ha sempre coinvolto moltissimo, non volevo nel mio commento essere così “stroncante” come scrive Lorenzo ne crititcare l’ autore che ne ha riportato solo un riassunto. Ci sono però dei passaggi importanti non citati: non era il piede messo male ma la picozza che si era piantata non bene e che dovette essere tolta per cercare di reinserirla a far cadere Joe, il nodo fra le due corde da fare passare ad ogni calata, la decisione sconcertante di scendere nelle profindità del crepaccio per trovare solo dopo lun uscita laterale, l’odore nauseante della latrina del campo base che sveglia il protagonista dall’incoscenza. Ma mi rendo conto che sono tutte cose che uno come me che ha visto e rivisto il film e letto e riletto il libro sembrano dettagli enormi, ma è la storia in sè che alla fine conta. Chiedo venia…

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