Storia dell'alpinismo

Giugno 1940, l’attacco di Mussolini alla Francia sulle Alpi

Sulle Alpi, tra il Monte Bianco e Ventimiglia, il cannone inizia a tuonare il 21 giugno 1940. Alle prime luci dell’alba, nonostante la pioggia battente, alpini e fanti italiani vanno all’attacco delle postazioni francesi. Per Mussolini è l’ultimo momento utile. 

 

Ad aprile la Germania nazista ha occupato Danimarca e Norvegia. Il 10 maggio è inizia la Blitzkrieg, la “guerra lampo” che porta i carri armati di Hitler a dilagare nella pianura francese. Per rafforzare il fronte a nord, l’Armée des Alpes francese, che fronteggia gli italiani sulle Alpi, viene ridotta da 515.000 a 176.000 uomini. Di fronte ai trionfi dell’alleato-rivale tedesco, Mussolini tentenna. Il 7 giugno, ordina che sul confine con la Francia debba “mantenersi un contegno assolutamente difensivo”. Tre giorni dopo, annuncia la dichiarazione di guerra dal balcone di Palazzo Venezia. L’ambasciatore francese André François-Poncet parla di una “pugnalata alle spalle”. Una frase che sarà ripresa da Churchill, ed entrerà nei libri di storia.

Poi il capo del fascismo ha ancora paura, e gli Chasseurs des Alpes francesi attaccano. Il 13 giugno, viene assaltato con mitragliatori e bombe a mano il presidio italiano sul Grand Cocor, 3031 metri, tra la Val d’Isère e la Valle dell’Orco. Luigi Rossetti, del battaglione Intra, è il primo alpino a morire. Le navi da guerra di Parigi bombardano Genova.

Da Berlino arriva la notizia che il 22 la Francia firmerà l’armistizio, e Mussolini ordina di attaccare. La macchina militare italiana, però, mostra subito i suoi enormi limiti. Al Moncenisio gli alpini vengono fermati dai cannoni francesi, e lo stesso accade tra il Monginevro e Briançon. I mortai francesi da 280 millimetri mettono fuori combattimento il forte dello Chaberton, 3136 metri, che nei piani di guerra italiani sembrava un’arma decisiva. Sul resto del fronte non va meglio. Il battaglione alpino Val Cordevole traversa il Col du Mont, tra la Valgrisenche e la Valle dell’Isère, e sorprende il nemico in fondovalle. Sul Piccolo San Bernardo, invece, la divisione Trieste e gli alpini della Taurinense e dei battaglioni Vestone e Vicenza non sfondano. L’ingorgo sulla strada tra La Thuile e il valico blocca anche le ambulanze, e i feriti restano a morire sul posto.
Nel Cuneese, tra la Valle Stura e il Colle della Maddalena, gli alpini delle divisioni Cuneense e Pusteria non riescono a passare il confine, e i fanti della divisione Forlì vengono fermati nel Vallone dell’Ubaye. Più a sud, falliscono gli attacchi della divisione Modena in Val Roia e della Cosseria sull’Aurelia. Mentone, cittadina francese a quattro chilometri dal confine, viene occupata solo il 23 giugno. La festa per l’ingresso delle truppe italiane a Nizza, che Mussolini pregustava, non verrà mai celebrata.  

Ai piedi del Monte Bianco, gli alpini attaccano tra il Glacier des Glaciers e il Mont Tondu. Gli Chasseurs des Alpes del tenente Jean Bulle, futuro comandante partigiano, rispondono con fucili, bombe a mano e mortai. Poi il battaglione Edolo conquista La Ville des Glaciers, e gli scontri si spostano nelle valli francesi. La sera del 24 giugno, i cannoni francesi sparano all’impazzata, per esaurire le munizioni. Alle 1.25 del 25, come prevede l’armistizio franco-tedesco, le ostilità cessano anche sulle Alpi. Anche se l’avanzata effettiva è stata modesta, le truppe italiane arrivano a schierarsi sul Rodano. Vengono occupate la Corsica, la Tunisia e Gibuti, e le basi marittime francesi in Algeria e in Marocco. 

Il bilancio per il regime fascista sembra positivo. Secondo lo storico Giorgio Rochat, “l’aggressione alla Francia nel giugno del 1940, condotta disastrosamente sul piano militare, procurò a Mussolini guadagni territoriali superiori ai rischi corsi”. Sull’altro piatto della bilancia sono i 631 morti, i 616 dispersi e i 2.631 tra feriti e congelati, quasi tutti delle divisioni alpine.

Mario Rigoni Stern, il futuro “sergente nella neve”, è caporale, e racconta quei pochi giorni di guerra visti con gli occhi della truppa. Vede i compagni uccisi dalle mitragliatrici francesi, soffre davanti alle baite abbandonate dai montanari e dalle mandrie, si accorge che gli alpini del battaglione Aosta parlano la stessa lingua dei francesi, e li considerano fratelli. Immagini che gli ricordano la guerra sull’Altopiano d’Asiago che ha colpito la sua famiglia un quarto di secolo prima. Risalendo verso il Piccolo San Bernardo, il battaglione di Rigoni Stern incrocia una colonna di camicie nere che scendono a occupare la Francia, e i due gruppi rischiano di venire alle mani. Il contrasto tra il dolore della guerra e la “tronfia baldanza” dei miliziani fascisti incrina le sue certezze di giovane allevato dal regime. “Questa contro la Francia è una guerra schifosa” scriverà in Tra le due guerre e altre storie. 

Oggi, tra il Col de la Seigne e il Colle di Tenda, gli escursionisti scoprono ancora bunker, forti, fili spinati e trincee. Al Piccolo San Bernardo, accanto alla strada, si vedono i fossati anticarro. In più punti, a seguito del Trattato di pace del 1946, la linea di confine è stata modificata a favore della Francia. La Val Roia, che scende verso Ventimiglia, da allora è territorio transalpino. 

Per gli alpini, l’attacco del giugno 1940 sulle Alpi è l’inizio di un calvario che durerà cinque anni. Quattro mesi dopo, a fine ottobre, l’attacco di Mussolini alla Grecia si concluderà con un fallimento clamoroso, e con decine di migliaia di morti. I battaglioni Edolo e L’Aquila verranno quasi completamente annientati. Nel 1942, tra i 200.000 uomini dell’ARMIR, l’Armata Italiana in Russia, 57.000 saranno “penne nere” delle divisioni alpine Tridentina, Cuneense e Julia. Solo un quarto di loro tornerà a casa senza danni. Poi, e fino al 25 aprile 1945, altro dolore e altre vittime arriveranno nelle battaglie tra il nuovo Esercito italiano, schierato con gli Alleati, e la Wehrmacht tedesca. Pagheranno un duro prezzo di sangue anche gli alpini che restano fedeli al fascismo, e si arruolano nella divisione Monterosa della Repubblica di Salò. Un tributo molto più alto verrà pagato dagli alpini diventati partigiani, sulle Alpi e sull’Appennino.  

Per le province di montagna la guerra è stata la strage, intere generazioni di alpini sono scomparse in Russia e in Albania” scriverà Giorgio Bocca, alpino, comandante partigiano e poi giornalista famoso, nella sua Storia dell’Italia partigiana. “Si diventa ribelli anche per vendicare il grande e inutile bagno di sangue degli alpini”. Un massacro che inizia ottant’anni fa, tra il Monte Bianco, la Val di Susa e il Mar Ligure. 

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