Storia dell'alpinismo

Iñaki Ochoa de Olza, per sempre sull’Annapurna

Iñaki Ochoa de Olza forte alpinista spagnolo nato il 29 maggio 1967 e divenuto internazionalmente celebre per la straziante storia della sua morte, abilmente raccontata dalla pagine di “Salvate Iñaki!” (Alpine Studio, 2016). Un disperato grido d’aiuto che, come sempre, la comunità alpinistica ha recepito dando tutta se stessa per portare soccorso a un compagno sofferente. La triste vicenda narra i fatti accaduti negli ultimi giorni di maggio 2008 sull’Annapurna, dove Iñaki saliva alla ricerca del suo tredicesimo Ottomila.

Lui e il suo compagno Horia Colibășanu, un ottimo alpinista romeno, furono costretti a ritornare sui loro passi ad appena 100 metri dalla vetta. Le condizioni climatiche erano drasticamente peggiorate e, inoltre, Iñaki presentava dei brutti congelamenti alle dita delle mani. I due erano in moto da oltre sedici ore e adesso, con il peggioramento meteorologico, erano sfiniti. Rientrati a campo 4 lo spagnolo peggiorò ulteriormente, iniziò ad accusare i sintomi di un edema polmonare complicato da altri problemi respiratori e al cervello. Iñaki non era in grado di proseguire oltre, non riusciva a muoversi e le sue condizioni andavano peggiorando di ora in ora.

Lanciato l’allarme dal campo base si mossero tutti. I primi a raggiungere i due alpinisti furono Ueli Steck e Simon Anthamatten, impegnati nel tentativo di aprire una nuova via sulla parete sud dell’Annapurna. Nel frattempo dall’ospedale di Pamplona i medici cercarono di dare aiuto a distanza consigliando le squadre di soccorso su come fornire le prime cure al ragazzo rimasto solo con Steck. Anthamatten era infatti ridisceso verso valle aiutando Colibășanu. Ueli non si mosse per tutta la notte, vegliò su Iñaki come un padre dandogli da bere, da mangiare e somministrandogli i farmaci di cui disponeva. Cercò di alleviare la sua sofferenza nel momento della fine, in mezzo alla bufera. La tempesta in cui saliva senza soste il kazako Denis Urubko con ossigeno e altri farmaci. Spese tutte le energie che aveva in corpo per essere veloce, esattamente come tutti i componenti della squadra di soccorso, ma quando finalmente raggiunse la tenda di Iñaki lo trovò morto tra le braccia di Ueli. La sua agonia durò 6 giorni e il suo corpo non fu portato a valle, ma lasciato all’abbraccio della montagna, quella mai salita e per sempre sua.

In tutto si mobilitarono 14 alpinisti per prestare soccorso a Iñaki, fu il più grande gesto di generosità che la storia himalayana ricordi. Un momento in cui tutti lasciarono andare i loro progetti per spendersi senza tregua e arrivando alla sfinimento nel tentativo di salvare un uomo oltre quota settemila metri, su una delle più difficili montagne della Terra.

Una storia di alpinismo che va otlre l’alpinismo.

Iñaki e l’Himalaya

Iñaki era un alpinista molto preparato con un curriculum lungo e ricco di notevoli ascensioni. Aveva al sua attivo 30 spedizioni himalayane e aveva raggiunto la vetta di 12 dei 14 Ottomila, tutti senza l’ausilio di bombole d’ossigeno. Più volte aveva infatti dichiarato che “se utilizzi l’ossigeno non sei un alpinista, sei più simile a un astronauta”.

Profondamente legato alle più alte montagne della Terra, dove probabilmente ambiva a completare la corona dei 14 più alti (gli mancavano solo più Annapurna e Kangchenjunga), si sentiva in debito con loro e con le popolazioni locali. Per questo si è sempre impegnato nell’aiutare gli abitanti e, soprattutto, i bambini del Nepal e del Pakistan. In vita raccolse fondi per la costruzione di un orfanotrofio a Kathmandu, di un ospedale pediatrico in Pakistan e di una scuola a Dharamsala. Sogni che non è riuscito a realizzare, ma che continuano ancora oggi grazie alla fondazione che porta il suo nome.

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