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Rutor, alla scoperta di un mondo di roccia e ghiaccio con Meridiani Montagne

In edicola il numero di Meridiani Montagne “Rutor” che ci farà esplorare un mondo di roccia e ghiaccio tra Italia e Francia, affacciato sul bacino di La Thuille, sulla Valgrisenche e sulla Media Val d’Isère.

Il Gruppo del Rutor, tratto tra i più celebri massicci del Monte Bianco e del Gran Paradiso, culmina con la Testa del Rutor (3486m), una superclassica dello scialpinismo primaverile. Non a caso intorno alla montagna si svolge, dal 1995, il Tour du Rutor, una delle gare di scialpinismo del prestigioso circuito internazionale Le Grand Course, che supera i 9500m di dislivello positivo, con uno sviluppo di 105 km.

E poi l’estate, con i sentieri in quota tra una miriade di laghetti alpini e grandiosi panorami sulle Alpi Occidentali, a pochi passi dell’antichissimo Colle del Piccolo San Bernardo (2188m), frequentato già nel Neolitico.

Un numero inedito, dedicato a una montagna poco conosciuta, ma dal grande potere attrattivo.

Allegato, lo speciale Montagne Outdoor inverno, che ci porta alla scoperta delle Alpi da est a ovest da vivere con le pelli di foca, ma anche con le ciaspole o praticando sci alpino. Una montagna fast, ma anche slow.

A presentarci il numero di Meridiani Montagne Rutor l’editoriale del direttore Marco Casareto:

Dopo 18 anni e 101 numeri di Montagne c’è venuto per un istante da chiederci se rimanessero ancora cime, nell’arco alpino, su cui il nostro sguardo non si fosse mai posato almeno una volta. Ebbene sì, è stata la risposta, ce ne sono, e neppure di poco conto.

Come il massiccio del Rutor, con la sua vetta di 3481 metri e l’ampio ghiacciaio, il terzo per estensione della Valle d’Aosta, scenario di una delle più belle gare di scialpinismo che si tengono in Italia e che proprio quest’anno, a marzo, festeggerà la sua 20a edizione. A delimitare il Rutor sono due valli diametralmente opposte per caratteristiche. Aperta, turistica, antropizzata quella di La Thuile, a nordovest; appartata, selvaggia e poco battuta la Valgrisenche, a sudest. C’è poi un terzo versante, quello francese, che si affaccia sull’ampia Vallée de l’Isère. Due valichi principali consentono di passare dall’Italia alla Francia: quello del Colle del Piccolo San Bernardo, frequentato sin dall’antichità, e il Col du Mont, in tempi più recenti battuto dai passeurs che, sfidando carabinieri e gendarmi, guidavano oltreconfine gli emigranti in fuga dalla miseria del dopoguerra.

I nomi delle vette e dei valloni che si distendono tra la Valle di La Thuile e la Valgrisenche non sono forse di grande richiamo, oggi, ma per chi voglia andare alla scoperta dello straordinario patrimonio geologico, naturalistico e storico di questa porzione di Alpi Occidentali offrono una moltitudine di itinerari, estivi e invernali.

Perché la sfida dell’andare in montagna è innanzitutto con se stessi. Poche settimane fa “l’alpinismo” è stato proclamato Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. La candidatura era stata presentata nel 2018 in maniera congiunta da Italia, Francia e Svizzera, che di questa pratica avevano evidenziato gli aspetti sociali e culturali nonché quello spirito internazionale che chi frequen- ta le terre alte ben conosce. Ma la cosa straordinaria è che nella richiesta si era voluta evidenziare l’inutilità dell’alpinismo. E di fatto l’Unesco ha riconosciuto nella pratica alpinistica una forma d’arte: quella di “scalare le montagne e le pareti rocciose grazie a capacità fisiche, tecniche e intellettuali”. Un gesto umano che, proprio come l’arte, si caratterizza per non avere uno scopo. O meglio, a cui ciascuno di noi attribuisce il senso che vuole.

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