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Misurato sulle Alpi Giulie il momento esatto della scomparsa del permafrost

Un team di ricercatori dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar) e dell’Università dell’Insubria ha scoperto il momento esatto della scomparsa del permafrost in una grotta delle Alpi Giulie.

Una scoperta che risale in realtà al 2014, i cui risultati sono stati di recente pubblicati sulla rivista scientifica Progress in Physical Geography: Earth and Environment.

Lo studio è stato condotto in una delle grotte del Canin, complesso massiccio calcareo che ospita la grotta più lunga d’Italia.

Cosa è il permafrost?

Con il termine permafrost si identifica un substrato (terreno, detrito o roccia) che permanga allo stato congelato per almeno 2 anni consecutivi. Si tratta di una condizione tipica dei climi freddi, che interessa attualmente il 25% della superficie terrestre. La maggior parte del permafrost è localizzato nelle regioni dell’Artico e dell’Antartide ma lo si ritrova anche alle alte quote di aree montuose di medie latitudini, come le Alpi.

La temperatura e lo spessore dello strato attivo del permafrost sono considerate dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) tra le Essential Climate Variables (ECV), ovvero le variabili essenziali per valutare gli impatti dei cambiamenti climatici a livello globale. La sua scomparsa può infatti determinare conseguenze gravi sulla stabilità delle montagne, comportando frane o colate detritiche, e influire sulla conservazione delle risorse idriche.

Come spiegato in maniera essenziale e chiara dal dottor Renato R. Colucci del Cnr-Ismar, “bisogna immaginare la roccia sotterranea come organizzata per strati. Lo strato più esterno ghiaccia d’inverno e scongela d’estate mentre lo strato più interno rimane sempre sotto lo zero: questo è il permafrost”.

2014. Un cambio termico repentino della roccia

Nel settembre del 2014 la roccia sotterranea del Canin ha mostrato un repentino cambio del regime termico. Anomalo per velocità. Il drastico mutamento delle proprietà termiche della roccia, in condizioni normali molto resiliente, è dovuto a una somministrazione di calore superiore all’abituale, per un lungo periodo di tempo.

In pochi giorni il permafrost, che era in corso di monitoraggio da parte di ricercatori dal 2011, è salito al di sopra dello zero. A partire da quel momento la roccia ha iniziato a mostrare un andamento ritmico stagionale, ghiacciando d’inverno per superare nuovamente lo zero in estate.

Dati che è stato possibile raccogliere attraverso il posizionamento di speciali termometri in più punti della grotta, misurando in continuo la temperatura della roccia per 7 anni.

Conseguenze sulle riserve idriche e sui versanti

Le riserve di acqua sotterranea sono stoccate sotto forma di ghiaccio permanente. Condizione che si ritrova ad alta quota nelle aree carsiche come sulle Alpi Giulie ma anche in altre zone delle Alpi austriache e svizzere.

Come dichiarato da Colucci, in conseguenza della scomparsa del permafrost nella grotta del Canin, “la superficie topografica del ghiacciaio sotterraneo in questa grotta si è abbassata di mezzo metro nell’arco di soli quattro anni”. Nel mentre si è notata una alterazione nella portata dei corsi d’acqua. 

Come precedentemente accennato, la scomparsa del permafrost altera la stabilità dei versanti. Il ghiaccio svolge difatti una funzione legante in corrispondenza di fratture rocciose. Nel momento in cui venga meno a seguito di scongelamento, è inevitabile l’incremento potenziale del verificarsi di frane. Non sono stati condotti studi atti a definire matematicamente una correlazione tra scioglimento del permafrost e aumento delle frane, ma per certo i crolli stanno aumentando esponenzialmente sulle Alpi Giulie.

Il progetto C3

La ricerca condotta sul Canin si inserisce in un più ampio progetto dal titolo “C3-Cave’s Cryosphere and Climate”, finalizzato allo studio dei depositi di ghiaccio sotterraneo nelle aree carsiche.

Un programma internazionale di ricerca finanziato in parte dalla Società Speleologica CGEB della Società Alpina delle Giulie, che vede coinvolti accanto al CNR e all’Università dell’Insubria anche altri istituti di ricerca e Università di Austria, Svizzera, Germania, Slovenia e Romania.

 

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