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L’ultimo viaggio di Otzi ricostruito attraverso lo studio dei muschi

Oltre 10 anni fa un team di ricercatori dell’Università di Glasgow aveva scoperto che Otzi, l’uomo venuto dal ghiaccio, rinvenuto il 19 settembre 1991 sulle Alpi Venoste, prima della morte aveva mangiato del cibo avvolto nel muschio. E con altro muschio aveva tentato probabilmente di tamponare una ferita alla mano.

Il botanico James Dickinson, che era alla guida del team di ricerca, ha voluto analizzare più nel dettaglio questi muschi. Non solo quelli rilevati nei frammenti del tratto intestinale e sul corpo della mummia del Similaun, ma anche nel sito del ritrovamento. Anni di ricerca sintetizzati in un articolo scientifico pubblicato qualche giorno fa su Plos One.

Oltre ai muschi sono state identificate anche delle epatiche, due gruppi di piante appartenenti alla classe delle briofite.

Briofite di bassa quota

Il 70% delle briofite rinvenute attorno a Otzi, sul Giogo di Tisa, a una quota di circa 3.209 metri, risulta che provenissero da quote più basse. Soltanto 21 delle specie analizzate risulterebbe locale.

Come sono arrivate lì? Sarebbero state portate da Otzi. Come piccole bandierine queste piante ci raccontano dunque i suoi spostamenti, aggiungendo tasselli alla ricostruzione degli ultimi giorni di vita e della sua morte misteriosa.

La morte di Otzi

Finora gli scienziati sono riusciti a ricostruire parzialmente la dinamica della morte dell’uomo venuto dai ghiacci. Con alta probabilità fu colpito al dorso da una freccia, circa 5.300 anni fa. Un’ora prima era intento a consumare il suo ultimo pasto a base di stambecco essiccato, carne di cervo e farro monococco. Prima di ciò avrebbe camminato per giorni sulle Alpi, ferendosi alla mano destra, tra indice e pollice, e cercando di tamponare il sangue.

Dalle tracce di polline rinvenute nel tratto terminale del suo intestino, è stato anche possibile identificare l’ambiente da cui sarebbe giunto al Giogo di Tisa. A circa 33 ore dalla morte Otzi stava attraversando una foresta d’alta quota, di pino e abete. Dunque a una quota presunta di 2.500 metri.

Risalendo lungo il lume intestinale, in una sorta di viaggio nel tempo, i pollini hanno raccontato che dalla foresta di conifere Otzi si sia spostato in un bosco di carpino nero, scendendo di quota di almeno 1.200 metri. Una discesa seguita da una nuova salita fino al limitare delle conifere, per raggiungere poi il Giogo di Tisa, dove trovò la morte.

Ciò che è rimasto incerto per anni è da dove di preciso stesse arrivando Otzi. Di foreste di pino, abete e carpino, in fondo, son piene le Alpi!

Il fascino delle briofite per Dickinson

Il professor James Dickson, oggi docente in pensione di Archeobotanica in pensione dell’Università di Glasgow, ha iniziato a studiare campioni di resti organici prelevati dal sito del ritrovamento della mummia nel lontano 1994. La sua curiosità è stata catturata subito da un muschio presente anche sui vestiti di Otzi: la Neckera complanata, nota per il suo utilizzo per impermeabilizzare gli scafi in legno. Al di là dell’uso che ne abbia fatto l’uomo dei ghiacci, la particolarità di tale pianta è che vegeti a quote più basse del Giogo di Tisa.

Dickinson ha iniziato così a studiare tutte le briofite presenti sui resti e a mapparle, identificarne la distribuzione e cercare di capire che giro avesse fatto Otzi per arrivare al punto in cui è stato ucciso. Una ricerca resa “semplice” dal fatto che la distribuzione attuale delle briofite alpine ricalca quella di 5.000 anni fa.

Qualora i suoi studi avessero portato all’identificazione di un ristretto numero di briofite di bassa quota, si sarebbe potuto ipotizzare il loro trasporto sul sito attraverso il vento o gli animali. L’elevata percentuale di muschi ed epatiche di bassa quota sul totale di quelle rinvenute ha invece portato proprio a concludere che il vettore sia stato lo stesso Otzi.

La mappa dei muschi

Si è quindi proceduto a creare una mappa. Otzi avrebbe raggiunto una gola della Val Senales, in Trentino-Alto Adige, in cui prosperano briofite come la Neckera, e poi nel fondovalle della Val Venosta, a circa 800 metri di quota. In entrambe le tappe avrebbe raccolto del muschio di cui conosceva le proprietà antisettiche, forse per curare la profonda ferita alla mano. Da lì avrebbe poi ricominciato la sua salita verso il Giogo di Tisa.

La eccezionalità di tale ricerca è rappresentata dal fatto che normalmente le briofite non si preservano nei siti archeologici. Non producono infatti semi né polline. Fortunatamente sono riuscite a conservarsi nel ghiaccio, diventando affidabili testimoni silenti dei suoi ultimi istanti.

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