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Interviste, Primo Piano

L’antropologo Annibale Salsa torna in viaggio sulle Alpi, insieme a Meridiani Montagne

Compagno di viaggio di Marco Albino Ferrari nella lunga traversata delle Alpi di Meridiani Montagne, che a breve potrete sfogliare in edicola, è stato l’antropologo e past president del CAI Annibale Salsa. Negli anni Ottanta le aveva percorse a piedi le Alpi, in un lungo viaggio alla ricerca dell’identità culturale e sociale di questo territorio che difficilmente si può racchiudere sotto il generico cappello di montagna. Le Alpi sono un sistema complesso, dove tradizioni e cultura cambiano di valle in valle. Basta spostarsi di pochi chilometri lungo la catena per ritrovarsi in un luogo del tutto diverso sia morfologicamente che culturalmente. Le Alpi sono un sistema vivo, abitato, in continua trasformazione. Dagli anno Ottanta a oggi ne sono cambiate di cose: è cambiata la mentalità dei montanari, dei turisti, degli alpinisti, è cambiato il modo di concepire le terre alte. Oggi c’è una maggiore attenzione a quelle popolazioni e quel territorio, ci si è resi conto che non è solo un substrato su cui vivere un’esperienza.

Lasciamo però che a raccontarci questo territorio sia lo stesso Annibale Salsa, attraverso l’esperienza vissuta durante la lavorazione dell’iconico numero 100 di Meridiani Montagne.

 

Annibale, che tipo di percorso avete seguito in questa traversata delle Alpi?

“È stato un viaggio di attraversamento dell’arco alpino compiuto facendo delle scelte mirate in quanto sarebbe stato impossibile realizzare un percorso del tutto esaustivo. Ci sarebbe voluto troppo tempo. Siamo partiti da est, dal comune di Gradisca d’Isonzo, e ci siamo mossi dapprima lungo l’altopiano carsico. Abbiamo toccato Gorizia, che ha una storia molto importante per quanto riguarda la storia delle Alpi. Quindi siamo entrati in Slovenia risalendo verso nord prima di iniziare a piegare verso ovest.”

Avete avuto modo di incontrare i luoghi colpiti dalla tempesta Vaia?

“Abbiamo incontrato i primi effetti attraversando il confine tra Carinzia e Tirolo orientale, una zona fortemente devastata dalla tempesta. Migliaia di alberi caduti, crollati, una situazione che ha richiesto la costruzione di un bypass stradale per attraversare la zona. È molto strano quel che è successo, soprattutto quando lo si osserva con i propri occhi. Una distruzione a macchia di leopardo che non riesco a spiegarmi.”

Quali riflessioni via ha stimolato questo territorio?

“Che da una calamità possono nascere delle opportunità. In questo periodo in cui assistiamo a una continua avanzata della boscaglia, a un inselvatichimento incontrollato che porta con se il rischio di perdere gli spazi aperti, possiamo trasformare la catastrofe naturale in un’opportunità. Bisogna ricordare che gli spazi aperti, i prati, non sono naturali ma sono frutto dello sfalcio e dell’esbosco.

È chiaro che un riposizionamento del paesaggio alpino passa attraverso una gestione corretta del bosco, impedendone un’eccessiva avanzata e, in qualche modo, salvaguardando prati e pascoli. Altrimenti il rischio è che si generi un ecosistema chiuso, da foresta, ma questo non è un buon paesaggio.”

Dove sta allora l’opportunità?

“Innanzitutto non è detto che ogni albero caduto vada rimesso al suo posto e ripiantato, bisogna gestire gli spazi aperti. Oggi, che assistiamo a un ritorno d’interesse per l’allevamento e per il pascolamento, possiamo pensare di ridare vita a quegli spazi verdi che negli ultimi anni sono stati mangiati nell’ordine del dieci percento circa dall’inselvatichimento. Bisogna ragionare sulle opportunità per non inciampare in una logica di museificazione.”

In una traversata delle Alpi non si possono certo ignorare le Dolomiti…

“Le abbiamo visitate muovendoci a zig zag, in modo da toccare tutti i punti principali per sottolineare il decimo anniversario del riconoscimento delle Dolomiti da parte dell’UNESCO. Un riconoscimento importante, che cattura l’attenzione a livello mondiale. Un patrimonio che deve trovare una forma di conciliazione tra quelle che sono le esigenze delle popolazioni residenti e chi lo frequenta. Gestire le Dolomiti è estremamente complesso in quanto non  si tratta di un ambiente non antropizzato, ma dove le genti vivono da migliaia di anni. Alcuni pensano che debbano essere musealizzate, ma sarebbe insensato in un territorio come questo. Trovare il giusto punto di equilibrio è però difficile perché da un lato bisogna cercare di non rendere invivibile il territorio mentre dall’altra parte è necessario salvaguardarlo per evitare che questo si deteriori.”

Qual è invece stato il punto centrale di questo percorso, a livello geografico?

“Chiavenna, individuata come chiave delle Alpi, equidistante tra est e ovest.”

Nel vostro viaggio siete passati anche in Svizzera?

“Certo, tra i punti più interessanti visti in questa porzione di viaggio una menzione va certamente al ghiacciaio dell’Aletsch. Altro patrimonio UNESCO, ma soprattutto meta alpinisticamente interessante. Qui John Tyndall e gli altri grandi alpinisti inglesi venivano per osservare il ghiacciaio. Abbiamo inoltre avuto occasione di vedere con i nostri occhi la grande ritirata a cui questi sono andati incontro. In Svizzera c’è stato un notevole ritiro della massa glaciale del Rodano.”

Quali i punti più interessanti nella parte occidentale delle Alpi?

“Sicuramente la storia romana e augustea che abbiamo incontrato dapprima ad Aosta con l’arco di Augusto; poi a Susa, in Piemonte; e infine a La Turbie, in Francia, dove si trova il Trofeo delle Alpi, l’imponente monumento romano che riassume tutti i popoli alpini da est a ovest. Le 46 tribù alpine dominate da Augusto.”

Rimanendo in Francia, una tappa nel villaggio alpino di Saint-Véran?

“Certamente si. Si tratta del comune più alto delle Alpi e meritava una tappa con alcune riflessioni riguardo gli insediamenti ad alta quota. Si tratta di borghi nati durante il medioevo in seguito al cosiddetto optimum climatico che ha portato alla formazione di insediamenti stabili a quote elevate. È stata una trasformazione di quelli che erano gli alpeggi estivi in abitazioni permanenti. Sulle Alpi ne esistono ancora 4, tutte frazioni di altri comuni, escluso Saint-Véran che è sede comunale.”

Questa per lei è la seconda volta in cui percorre le Alpi, aveva infatti già realizzato una traversata a piedi nel corso degli anni Ottanta. Come sono cambiate in questi quarant’anni?

“Sono cambiate, nel bene e nel male. Si sono certamente perduti molti aspetti di una vita vissuta in modo tradizionale. Negli anni Cinquanta le Alpi piemontesi e liguri, che poi hanno subito lo spopolamento più grave, erano intensamente abitate. Poi il dramma degli anni Settanta, l’addio a certe zone verdi e oggi la rinascita. Oggi c’è grande aspettativa per un ritorno alla montagna, un ottimismo che un tempo non c’era. Ricordo quando negli anni Ottanta parlavo con la gente e questi mi raccontavano rassegnati di una montagna spopolata.”

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