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Vitaly Lazo: lo sciatore estremo con tre lauree

Vitaly Lazo lo scorso 3 luglio è arrivato in cima al Nanga Parbat seguendo la via Kinshofer e l’ha sciato, agganciando gli sci a circa 80 metri dalla vetta, seguendo lo stesso percorso di salita. Con lui si trovava il compagno Anton Pugovkin (che ha iniziato a sciare da campo 4) e l’italiano Cala Cimenti. Con questa nuova discesa il russo, dalla Kamčatka, ha aggiunto un nuovo tassello all’ambizioso progetto Death Zone Freeride che, inizialmente, prevedeva la sciata di cinque delle più alte vette del mondo.

Vitaly non è però solo Death Zone Freeride, non è solo sci a ottomila metri. Vitaly è papà di tre ragazzi, “il più grande ha 21 anni e non ama la montagna, mentre le due bambine di 11 e 5 anni si stanno appassionando. In futuro mi piacerebbe fare qualcosa con loro” ci racconta. Nel suo cassetto ci sono tre lauree: una in ingegneria, una in giurisprudenza e una in economia. Quella in ingegneria è stata la prima a cui sono seguiti due anni di insegnamento all’università, poi ho capito che non era la mia strada” e si è dato al libero professionismo. “Ho aperto è gestito due aziende, una si occupava di pesca mentre la seconda di trasporti”. Le altre due lauree gli sono servite per sapere bene come gestire la parte economica e legislativa delle attività.

Nella vita di tutti i giorni l’alpinismo rappresentava la perfetta via di fuga, un antistress, alla quotidianità. “Alla fine ho deciso di provare a vivere di montagna. Ho preso il patentino da guida e ho iniziato a insegnare alpinismo oltre a organizzare gite con gli sci, e più semplici trek, in Kamčatka”.

 

Quando hai iniziato ad appassionarti al mondo della montagna e dell’alpinismo?

“A 12 anni quando mio padre mi ha portato per la prima volta in montagna. Verso i 14 anni mi sono poi iscritto al club alpino iniziando ad arrampicare e poi a fare alpinismo. In Kamčatka abbiamo tanti vulcani, che sono state le mie prime cime. Poi sono venute le montagne dal Caucaso e, mentre le salivo, già immaginavo di andare su montagne più alte come quelle del Pamir.”

Con il tempo sei poi diventato un vero professionista dell’alta quota riuscendo a guadagnarti il prestigioso titolo di Snow Leopard, l’onorificenza che viene concessa agli alpinisti che salgono tutti e 5 i picchi oltre i 7mila metri nel territorio dell’ex Unione Sovietica…

“Fin da ragazzino ho iniziato a immaginare di poter ottenere questo titolo, ma non ero convinto di potercela fare. Crescendo sono poi riuscito a raggiungere la vetta del Peak Lenin e lì mi sono reso conto che forse ce l’avrei potuta fare.”

Poi è arrivato lo sci in altissima quota e il progetto Death Zone Freeride. Come vi è venuta questa idea?

“Voglia di fare qualcosa di diverso rispetto a quello che fanno gli altri alpinisti.

Inizialmente erano cinque montagne, poi se ne sono aggiunte altre, il progetto è cresciuto come è cresciuto il team. Ora, con me e Anton, c’è anche Cala.

Non si tratta di un progetto fatto per dimostrare qualcosa, l’essenziale è divertirmi con i miei compagni.”

Dopo il Nanga Parbat quale sarà il vostro prossimo obiettivo?

“Di certo vorremmo proseguire su un altro Ottomila, ma non sappiamo ancora quale. Forse Gasherbrum o Broad Peak. Probabilmente ci muoveremo con una grossa spedizione composta non solo da alpinisti, ma anche da cameramen specializzati in alta quota per fare dei bei video.”

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