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Recensione a “Il volo del corvo timido”, l’ultimo libro di Nives Meroi – di Stefano Ardito

Nella primavera del 2017, prima che il monsone investa l’Himalaya, sei alpinisti salgono verso gli 8091 metri dell’Annapurna. La montagna, il primo “ottomila” a essere raggiunto dall’uomo nel 1950, era già impegnativo ai tempi di Maurice Herzog, di Louis Lachenal e dei loro compagni. Da allora, il ritiro dei ghiacciai lo ha reso molto più pericoloso. 

La copertina del libro

Nives Meroi e Romano Benet sono arrivati al campo-base con due ragazzi nepalesi, il cuoco Bhakta e il suo assistente Sonam, che si prendono cura di loro nelle giornate di riposo. Sulla montagna, invece, fanno squadra con due alpinisti spagnoli, Alberto Zerain e Jonatan García, e due giovani cileni esperti della Patagonia e delle sue vette, Juan Pablo Mohr e Sebastián Rojas.

Ma i cinque uomini e la donna che salgono un passo dopo l’altro sui pendii di neve instabile, i muri di ghiaccio e i giganteschi crepacci dell’Annapurna sono accompagnati da un altro essere vivente. E’ un corvo, un “corvo timido” come lo definisce Nives Meroi nel suo libro. 

Il campo-base, oltre che dal corvo, è frequentato da una femmina di bharal (una specie di stambecco himalayano) e dai suoi due cuccioli, e da una rumorosa brigata di gracchi. “Non dev’essere facile, per lui, contendersi il cibo con quella masnada chiassosa e arrogante. Gridano e fischiano mentre gli saltellano intorno e fanno comunella per scacciarlo” annota Nives mentre riposa in tenda o fa il bucato.   

Il corvo timido, nelle settimane successive, accompagna gli alpinisti verso l’alto, oltre i seimila metri. “Sfruttando le termiche si è alzato in quota seguendo il filo dei nostri passi e da lassù ora ci osserva girare e rigirare. Una rapida virata e scompare alla vista. Poi riappare” scrive Nives dopo uno di questi incontri. “Ehi! Tu che la conosci, mostraci la porta per entrare”. 

Nives Meroi è una grande alpinista, e la collezione degli “ottomila”, completata sull’Annapurna insieme a Romano, lo dimostra senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Corvi e gracchi, fin dai tempi di Samivel, compaiono spesso nella letteratura di montagna. 

Ma gli sguardi dal punto di vista del corvo dimostrano una cosa che chi segue le sue conferenze, le sue interviste e i suoi libri sa bene. Nives ha la capacità di spiazzare, di volgere lo sguardo altrove. Il corvo timido dell’Annapurna, che sembra osservare sornione gli alpinisti, ne è l’ennesima dimostrazione. 

Nel primo libro della Meroi, Non ti lascerò andare, la malattia di Romano permetteva al racconto di allontanarsi dalla montagna, e di posarsi sul rapporto tra la vita e la morte, e su quel che accade in un rapporto di coppia in un momento così duro. Nel secondo Sinai, scritto con il teologo Vito Mancuso, la roccia e la bellezza della “montagna di Mosè” si affiancavano a una riflessione sulla fede e la sua storia. 

Ne Il volo del corvo timido (Rizzoli, 192 pagine, 17 euro), l’alpinista di Tarvisio resta focalizzata sul racconto dell’ascensione su una montagna così difficile, e che per lei e per Romano Benet segna la conclusione di una fatica durata vent’anni. Ma non c’è solo questo, nel libro. 

Anche se la salita all’Annapurna è pericolosa e difficile, il volo del corvo, che sembra beffarsi degli umani e della loro fatica, tiene a bada i toni eroici che compaiono spesso nei libri di spedizione. Altri sguardi profondi sono rivolti alla realtà dell’alpinismo himalayano di oggi. 

Forse esagero, ma su queste montagne sempre più energie vanno sprecate per difendersi dall’arroganza e dalla prepotenza dell’alpinismo fatto di soldi” scrive Nives. “Ed ecco allora il fiorire, accanto alle vere imprese, di exploit gonfiati ed eufemismi per imbellettare la mediocrità e dare una parvenza di solidità all’aria fritta”. 

L’alternativa, almeno secondo Nives e Romano, è “un alpinismo il più possibile leggero ed essenziale: in piccoli gruppi autonomi – spesso noi due soli – senza bombole d’ossigeno, senza portatori d’alta quota, con il campo “in spalla” e le corde fisse solo se necessario”.

Al centro della storia, però, c’è sempre il rapporto fortissimo tra un uomo e una donna che da vent’anni vanno a spasso sulle cime più alte del mondo. “Con quest’ultima perla abbiamo chiuso la nostra collana. Una collana di cime incastonate nel filo dei passi percorsi insieme. Nient’altro che impronte cancellate dal vento, è questo il nostro cammino. Ma quella traccia ci appartiene ed è unica perché nostra”.

Così rivendica Nives Meroi quando racconta delle “nostre due solitudini unite in coppia verso la cima. La nostra è una formazione nuova, una nuova sperimentazione; perché la nostra corda non si è sciolta a valle, alla fine delle scalate; noi siamo rimasti legati a casa come sulle cime, coi gesti di ogni giorno e i pesi e i compiti divisi”.

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2 Comments

  1. Sembra … Molto interessante.

    Anch’io amo molto i volatili e gli animali in generale.

    A volte, scorgo un merlo o una cornacchia, anche in città e mi prende una sensazione strana: quasi che questo animaletto sia invisibile e io l’unico a vederlo.

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