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Sport estremi

Colin O’Brady e Louis Rudd, un nuovo stile in Antartide – di Stefano Ardito

Colin O’Brady, Lous Rudd, antartide, estremo, traversataFoto @ Colin O’Brady

La corsa attraverso l’Antartide è finita con una vittoria a stelle e strisce. Il 26 dicembre Colin O’Brady, 33 anni, nato in Oregon, ex-campione di triathlon, è arrivato per primo sulla costa del Mare di Ross. 

Per superare 1600 chilometri tra ghiacciai crepacciati e sastrugi, le creste di neve ventata che rendono la progressione penosa, ha impiegato 53 giorni. Ha viaggiato sugli sci, trainando una slitta con la tenda, il sacco a pelo, il fornello e i viveri. Un fardello che alla partenza pesava 180 chili, e poi si è alleggerito. 

Ma anche l’atleta con l’Union Jack non se l’è cavata male. Louis Rudd, 49 anni, capitano dell’esercito di Sua Maestà Britannica, è arrivato a destinazione tre giorni dopo l’americano. 

Ci siamo conosciuti in un bar di Punta Arenas, in Cile. Abbiamo deciso di competere, ma in amicizia” ha scritto Colin O’Brady sul suo profilo Instagram, via via aggiornato durante la traversata. All’arrivo, i due si sono abbracciati, e si sono accampati uno accanto all’altro in attesa di lasciare l’Antartide. 

Colin O’Brady e Louis Rudd non erano alla prima avventura estrema. L’americano, nonostante le terribili ustioni subite qualche anno prima in Thailandia, nel 2016 ha raggiunto il Polo Sud e il Polo Nord e ha salito in soli 132 giorni le Seven Summits, le cime più alte dei sette continenti.

Louis Rudd, che ha iniziato la sua carriera militare nei Royal Marines, ha alle spalle altre spedizioni in Antartide. Ha dedicato la sua traversata all’amico e commilitone Henry Worsely, morto due anni fa dopo aver quasi completato la traversata da costa a costa. 

Nella prima settimana, come testimoniano i rilevamenti GPS, è stato in vantaggio Rudd, poi O’Brady è passato in testa. I due si sono intravisti in lontananza un paio di volte, per il resto hanno marciato da soli. 

Lo scatto finale di O’Brady, che a Natale ha deciso di non fermarsi più, sciando per 125 chilometri in 32 ore, sembra non essere stato decisivo.  Non so perché l’ho fatto, è stato come correre un’ultramaratona” ha raccontato il protagonista.

Sia l’americano sia l’inglese hanno battuto il precedente record di 64 giorni, stabilito nel 1997 dal norvegese Børge Ousland, che ha portato tutti i rifornimenti nella slitta. Sia Colin O’Brady sia Louis Rudd hanno polverizzato il tempo (oltre 100 giorni) impiegato da Reinhold Messner e da Arved Fuchs, i primi a traversare l’Antartide a piedi.

L’altoatesino e il tedesco avevano sfruttato due rifornimenti dall’esterno, da parte di un piccolo aereo. Dal Ronne Ice Shelf al Mare di Ross avevano impiegato più di 100 giorni. Messner, durante il viaggio e poi nelle conferenze e nei libri, si è lamentato più volte per la lentezza di Fuchs. 

Per compiere le loro traversate unsupported, senza aiuti esterni, O’Brady e Rudd, quando in momenti diversi hanno toccato la base scientifica USA del Polo Sud, hanno potuto accettare gli applausi di ricercatori e tecnici, ma nemmeno una tazza di tè. 

Entrambi, al contrario dei predecessori, hanno rinunciato a utilizzare come vela un paracadute. Un mezzo che permette di ridurre la fatica, ma espone al rischio di seri infortuni alle gambe. Nelle traversate di Louis Rudd e Colin O’Brady, la propulsione è stata solo dei muscoli di gambe e braccia. 

L’americano e l’inglese sono arrivati da poco, ma qualche considerazione sulle loro traversate si può già fare. La prima è evidente. La rinuncia ai rifornimenti esterni e al paracadute-vela mostra come, anche nelle traversate polari, si vada in cerca della velocità, e di uno stile più puro. 

E’ interessante notare che, nel 1957-‘58, il neozelandese Edmund Hillary, primo salitore dell’Everest e straordinario uomo d’avventura, era stato felice di compiere, con il geologo inglese Vivian Fuchs, la prima traversata assoluta dell’Antartide utilizzando dei trattori a motore.

La televisione e la stampa italiana, va detto, hanno dedicato pochissimo spazio a questa avventura. Per far occupare pagine (o minuti) all’esplorazione o all’alpinismo c’è bisogno di un protagonista italiano, o di una lotta per la vita o la morte. Per il resto, l’attenzione dei nostri media resta concentrata sulla politica, il menù di Natale o il calcio. E’ un peccato.

Un’altra nota riguarda la competizione tra O’Brady e Rudd. Anche se i due hanno sottolineato la loro amicizia, il fatto che fossero uno contro l’altro ha fatto lievitare l’attenzione dei media. 

Sono stati impegnati per due mesi in una corsa epica, che ha riportato alla mente le epopee polari del passato, compresa la gara verso il Polo Sud di britannici e norvegesi oltre un secolo fa” ha scritto The Guardian, autorevole quotidiano inglese. 

La gara del 1911-’12, come sappiamo, è finita in tragedia. Mentre il team norvegese di Roald Amundsen, sugli sci, è arrivato a destinazione per primo, gli inglesi di Robert Falcon Scott sono arrivati secondi al Polo. E hanno perso la gara più importante, quella per sopravvivere. 

Nel ritorno, sfiniti e senza più combustibile e viveri, i cinque britannici sono scivolati dal sonno alla morte nella loro tenda tra i ghiacci. “Per amor di Dio, abbiate cura delle nostre famiglie” ha scritto Scott nel suo diario, che è stato ritrovato un anno dopo.

L’ultima cosa da dire è che la storia dell’Antartide, come quella dell’Himalaya, cambia a seconda da che parte del mondo la si guarda. Sappiamo poco delle letture di O’Brady, ma dai messaggi inviati da Rudd dall’Antartide si scopre che l’inglese aveva con sé ben quattro biografie di Winston Churchill. Un dettaglio che forse non conta, ma che suggerisce un certo tono “imperiale”.

Americani e britannici, da quando nel 1909 Robert Peary e Frederick Cook si sono sfidati per il Polo Nord, e dalle terribili avventure di Shackleton e Scott in Antartide, si sentono spesso i padroni dei due Poli.

Rafforza questa impressione la comunicazione di O’Brady, di Rudd e di chi ha passato le loro notizie al resto del mondo. Nelle interviste e nei post sui social dei due avventurosi, la grande impresa compiuta ventuno anni fa da Børge Ousland è stata citata pochissimo. 

Nessuno dei due ha fatto cenno a Messner e a Fuchs, i primi a traversare senza motore l’Antartide ventotto anni fa. In Italia, vedere che anche il re degli “ottomila” può essere cancellato dalla storia può suscitare un sorriso. Ma non è giusto.        

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