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Davide Sapienza, un geopoeta dal fascino rock

Capelli e barba sanno di rude montanaro, ma il contenuto è tutt’altro. Davide Sapienza, classe 1963, è un personaggio poliedrico, di quelli difficili da descrivere. Le sue competenze spaziano dalla musica, che ha rappresentato la sua vita e la sua professione per anni, alla passione per il cammino dov’è autore di numerosi testi. Volumi in cui l’uomo da forma a narrazioni, poesia, al racconto di un modello di vita che ha radicalmente cambiato il suo essere e ha completamente stravolto la sua professione.

 

Pensando alla tua carriera, la musica e il cammino hanno qualche punto in comune?

La musica ha sempre fatto parte della mia vita, come camminare del resto: l’atto primario e più naturale al quale aspira il bambino piccolo. Ho sempre riconosciuto il mondo per i suoi suoni, la sua musica. Ho studiato pianoforte, da bambino, ho amato la musica grazie ai miei genitori. La musica è stata la prima grande avventura insieme alla lettura dei libri. Anche se il titolo fu suggerito dall’editore, direi che avere scritto “La musica della neve” (2011, Ediciclo Editore) fu una sorta di chiusura perfetta di un cerchio. In altri termini, camminare è una musica, è un ritmo, è sempre qualcosa che riconduce all’origine della nostra natura. Potrei dire che per me “in principio fu il suono” senza andare lontano da come ho collocato la mia infanzia e la mia vita giovanile. Non esiste nessuna espressione umana potente come la musica che è la canalizzazione di grandi energie universali in qualcosa di intellegibile. Un vero linguaggio.

Cosa ti ha spinto a lasciare il mondo del giornalismo musicale per avvicinarti invece alla montagna e al cammino?

Poiché la nostra società vive di compartimenti stagni ho dovuto spiegare qualcosa di evidente: il cammino della mia vita andava in una certa direzione. La scrittura giornalistica e dei libri rock, la radio e la tv, tutto questo era una versione di me, in evoluzione. E quando stai compiendo un viaggio (ogni persona è in viaggio anche quando non sa di esserlo) ci sono momenti di svolta. La musica mi aveva tenuto vicino alla profondità dello spazio, essendo qualcosa di “fuori dal tempo” e decidere ormai 28 anni fa di venire a vivere in montagna è stato come mettere in evidenza certi suoni e non altri. Di conseguenza il camminare fatto nei miei viaggi giovanili è diventato il camminare, l’attraversare orizzonti, l’unione di due ritmi che ho scoperto essere in realtà provenire dalla stessa sorgente, la vita. In un caso e in un altro il mio canale espressivo è quello della scrittura e non a caso scrivo spesso circondato, immerso nella musica come in un liquido amniotico perché ciò mi permette di essere più in connessione con l’energia primaria della vita. Non si possiede ciò che si crea. Siamo un tramite e questo l’ho sempre pensato ascoltando le note e incontrando molti grandi musicisti.

Quando si cammina spesso si ha un contatto diverso con la natura, credi che si impari a conoscerla veramente?

Io credo che conoscere noi stessi significa conoscere la natura. Noi facciamo parte della natura. Solo la deleteria visione cartesiana, il dualismo dal quale fatichiamo a distaccarci, ha potuto davvero creare questa fiction della separazione. In tal senso è semplice capire perché la nostra società vive molti disagi psicologici, avendo dovuto affettare lo spirito della vita, che è invece indivisibile e unico. Noi non siamo diversi dalla natura, siamo un’espressione della natura, come lo è un cervo o un delfino, un larice o un’alga, una roccia o un granello di sabbia, un torrente o un oceano. Nel mio caso, la montagna è diventata un territorio sconfinato al quale ho dato significati differenti e non strettamente legati alla morfologia della Terra. Lo spiego in vari libri, ma soprattutto ne “Il Geopoeta” (in uscita nel 2019 per Bolis Edizioni) e in un libro dedicato proprio a questo, diciamo il mio “libro della montagna”.

Foto Claudio Carminati

Si colgono anche le sue fragilità?

La fragilità è in realtà una forza: camminando e osservando è possibile capire come la vita sia allo stesso tempo fragile e forte. Fragile perché io posso decidere di abbattere un albero, uccidere un altro animale, strappare un fiore: provocherò la morte di un essere vivente, ma non della vita stessa. A me questo ha insegnato la montagna: comprendere la grandezza cosmica che sta in me, piccolo essere inserito in questo meraviglioso contesto più vasto, la comunità della Terra. Pensiamo al recente ed eclatante evento che ha colpito il Nord-Est nelle Alpi: milioni di alberi uccisi da un vero e proprio uragano. Esemplari morti, caduti a terra, che torneranno a essere vita con i diversi passaggi, le metamorfosi della natura stessa. Ma certo non è morta la vita, non sono morti gli alberi in quanti tali. Occorre dunque vedere questa fragilità, accettarla, per andare oltre e vedere che la vita tornerà più forte e diversificata che mai.

Ti definisci “geopoeta”, hai voglia di spiegarci il significato di questa poesia?

La “geopoetica” fu teorizzata da Kenneth White alla fine degli anni ‘70 per far capire come fosse fondamentale mettere la Terra al centro del villaggio (lo è già, ma noi homo sapiens siamo presuntuosi e pensiamo di controllarla come se fosse una macchina). Nel mio caso, definire la mia scrittura e ciò che faccio con questo termine serve a fare capire che la geografia – la scrittura della Terra – può essere coniugata in modi differenti. La poesia è creare qualcosa dal nulla, parola dopo parola, il che è più complicato rispetto alla scrittura narrativa o saggistica, o ancora non-fiction come si dice oggi.

Io come autore vengo dalla poesia, ho sempre scritto poesia, magari non canonizzata ma più come espressione di significati e per la quale ogni parola conta, proprio come ogni elemento della montagna che camminiamo, come ben sappiamo, conta ed è essenziale: quella vegetazione senza questo torrente non ci sarebbe; quelle rocce senza quest’acqua non sarebbero così levigate, e così via. Lo stesso vale per la mia scrittura poetica. Non mi piace usare frasi, paragrafi e passaggi superflui: tutto deve contare. Ogni parola deve contare ed è stato così fin dal mio libro-manifesto del 2004, “I Diari di Rubha Hunish”, che portò in Italia una scrittura non-fiction ma narrativa ai tempi poco esplorata e molto legata ai temi della natura con una visione contemporanea e anche filosofica. Ecco cosa è la mia geopoetica dunque: cercare di dare senso letterario a ogni piccolo dettaglio della geografia, sia quella fisica che quella dello spirito umano. Ma ci sono altri esempi importanti, diciamo portati su altri terreni.

Una connessione con la natura che può aiutare a capire maggiormente come rapportarsi con essa?

Assolutamente si. La natura è madre e con la madre si devono sempre fare i conti se si vogliono risolvere molti dei conflitti interiori che spesso lasciamo vagare nel nostro inconscio dove possono anche farci molto male, addirittura condizionare i nostri destini individuali. E allora per me vale molto osservare la Grande Madre e cercare di fare come lei, per evitare i tanti errori che faccio e provare anche a raccontarla, con il mio particolare filtro personale.

Foto Renato Zanotti

È con questa idea che nasce La Via Silter?

“La Via dei Silter” è un progetto di ERSAF, fatto per Regione Lombardia, dal 2012 al 2014 e che Meridiani Montagne nel 2017 ha proposto come uno dei più interessanti nuovi cammini realizzati in Italia. Esiste un libro-guida che lo spiega e questo lavoro fu per me particolarmente importante perché fu realizzato con Franco Michieli, non solo amico prezioso e maestro di cammino per me, ma anche autore con cui ho lavorato a “Scrivere La Natura” (2012, Zanichelli) proprio mentre iniziavamo a camminare l’Area Vasta Valgrigna per questa formidabile avventura durata due anni prima di concretizzarsi nel cammino di circa 70 chilometri descritto nel volume.

Sappiamo che sei molto attivo anche in Norvegia…

Per il Nordland Nasjonal Parksenter, sto sviluppando un progetto geopoetico nella valle del Saltdal. Ma la geopoetica non è una proprietà intellettuale, bensì una visione quasi Zen, nella quale ognuno può metterci del proprio: sta accadendo in Puglia, a Gravina, dove la guida ambientale escursionistica Ezio Spano ha studiato e progettato il Sentiero Geopoetico Dell’Acqua e della Pietra che di recente sono andato a “battezzare” con lui con due cammini geopoetici promossi dall’amministrazione comunale e dagli enti turistici che hanno aderito con curiosità e passione a questa visione del camminare e di conseguenza del narrare il territorio.

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