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La traversata delle Alpi Apuane

Testo: Luca Ramacciotti

Fotografie: Luca Bernardini

Ore 9,50. Caricato lo zaino in spalla. Sistemate tutte le fibbie. Gli ultimi saluti, foto di rito e si parte. Da molti mesi ormai aspettavamo questo momento. Mesi di allenamento e di studio sul percorso migliore da affrontare, chiedere consigli a chi ne sapeva più di noi, limare la lista delle cose da portare, provare sentieri che non conoscevamo.

Adesso ci siamo. Zaino carico e adrenalina a mille. Una pacca sulla spalla e muoviamo i primi passi sulla strada sterrata del sentiero 187. Il Rifugio Donegani ormai è alle nostre spalle, la traversata delle Alpi Apuane è finalmente iniziata…

25 SETTEMBRE 2016

I° GIORNO

Rifugio Donegani – 187 – Foce Siggioli – 181 – Foce del Giovetto – Pizzo d’Uccello (1783 m) – Foce del Giovetto – 181 – Foce di Giovo – 179 – Rifugio Orto di donna – K2 – 179 – Bivacco Aronte

L’emozione è tanta. Sapevamo che avremo affrontato un’avventura unica, non un’impresa sia chiaro, ma un’esperienza che comunque ci avrebbe segnato e che dopo tanta attesa oggi si stava realizzando. La nostra prima traversata. Cinque giorni, soli in mezzo alla natura con niente di più del nostro zaino e un paio di scarponi. Il solo fatto di esserci, di essere in cammino, è un arrivo.

Dobbiamo abituarci al peso degli zaini. Siamo stati attenti nell’essere più leggeri possibile, ma data la scarsità di acqua in queste zone abbiamo preferito portarcene qualche litro in più. A Foce Siggioli facciamo la prima sosta, un ottimo punto per scattare qualche foto. Riprendiamo presto il cammino, la nostra prima vetta sarà il Pizzo d’Uccello (1783 m), il Cervino delle Apuane, data la sua forma piramidale e la sua conformazione rocciosa. Il Pizzo d’Uccello è tra le cime maggiori la più a Nord delle Apuane. Scegliamo di salire dalla cresta sud-sud-est che ha inizio dalla Foce del Giovetto. Dopo aver nascosto gli zaini nella boscaglia in modo da salire con più agilità, affrontiamo l’ascesa. Dopo una prima parte di sentiero per niente impegnativo, la via inizia a salire fino a richiedere in diversi punti l’aiuto delle mani, inerpicandosi tra stretti cuniculi e paretine rocciose. Senza zaini la cosa si rivela molto divertente e una volta raggiunta la cima ciò che si apre alla vista lascia senza fiato. Dal Golfo di La Spezia, passando per il Sagro e i monti della Val Serenaia, fino al Tambura, il Sumbra e le Panie.

Recuperati gli zaini, il nostro percorso prosegue fino al Rifugio Orto di Donna, dove ci ricarichiamo con due bei Culi di Bionda (una bevanda alcolica della casa) e facciamo rifornimento di acqua grazie al gentile personale del rifugio che ci aveva già preparato alcune bottiglie nell’ingresso, nel caso avessimo trovato chiuso. Proseguiamo verso il Bivacco K2 e raggiungiamo la Foce di Cardeto stretta tra il Pizzo Maggiore e il Monte Cavallo, mentre il Pisanino dall’alto dei suoi quasi duemila metri ci osserva, silenzioso e imponente.

Superiamo la foce e ci lasciamo alle spalle l’incantevole Val Serenaia. Il paesaggio intorno a noi cambia, le vette appena superate svelano la loro parte fin’ora nascosta e nuovi orizzonti si aprono davanti ai nostri occhi. Con le ultime luci del giorno affrontiamo l’ultimo tratto di sentiero che passa all’interno di una grossa cava vicina al Bivacco Aronte, dove passeremo la notte. Una profonda ferita bianca che stona col paesaggio circostante si inerpica fino al Passo della Focolaccia proseguendo oltre. Superiamo la cava in silenzio, osservando. Il Sole se ne sta andando, salgono un po’ di nuvole. Le luci ricolorano il paesaggio di tonalità diverse ed inizia a rinfrescare. Diamo un ultimo sguardo alla Punta Carina alle cui spalle lentamente scompare il Sole ed entriamo nel Bivacco Aronte, ultimo avamposto di resistenza all’avanzare della cava. Il primo giorno è andato, le spalle accusano un po’ il peso dello zaino, ma l’entusiamo è alle stelle. Già, le stelle… Spettacolari!

26 SETTEMBRE 2016

II° GIORNO

Bivacco Aronte – 148 – Monte Tambura (1890 m) – 148 – Passo Tambura – 35 (Via Vandelli) – Cave di Formignacola – 31 – sentiero innesto 31 (non segnato) – 31 – Passo di Sella – 150 – Schienale dell’Asino – Passo del Vestito – Le Gobbie – inizio 33

Lasciamo l’accogliente bivacco di prima mattina e subito ci dirigiamo verso il Monte Tambura (1890 m), la seconda cima più alta delle Apuane dopo il Monte Pisanino. Il sentiero di cresta, confine tra le province di Massa e Lucca, è agevole e la vetta risulta facilmente raggiungibile. Ci godiamo il panorama sapendo che oggi ci aspetta una giornata lunga e impegnativa. Scendiamo fino al Passo Tambura dove troviamo una fonte d’acqua e da li continuiamo a scendere seguendo l’antica Via Vandelli fino alla cava abbandonata di Formignacola. Proseguiamo fino ad un bivio che si stacca dal sentiero 31. Decidiamo di prendere un sentiero alternativo riportato sulla nostra mappa. Con la dovuta attenzione, prima seguendo un tubo dell’acqua, poi grazie a qualche omino di pietre, riusciamo a ricongiungerci in breve tempo al 31 per poi, da lì, proseguire fino a Passo Sella. Il dislivello unito al peso dello zaino inizia a farsi sentire, ma siamo solo a metà. Il Passo Sella, che divide la valle di Arni da quella di Arnetola, è un grande ripiano erboso racchiuso tra i monti Fiocca e Sella, dal quale si stacca l’insidioso Monte Macina.

Ci fermiamo un attimo. Nel frattempo un grosso camion esce da una galleria scavata nel monte, trasportando un grande blocco di marmo. Lo seguiamo con lo sguardo mentre scende la tortuosa e bianca via di cava appena sotto di noi. Tutt’intorno regna la pace e un fresco vento ci rianima. Passiamo sotto il Monte Macina fino a raggiungere lo Schienale dell’Asino, una cresta formata da blocchi di pietra che sembrano piovuti dal cielo. Un tratto divertente, anche se con i grossi zaini è bene affrontarlo con prudenza. Proseguiamo fino al Passo del Vestito e da li raggiungiamo Le Gobbie che ormai è sera. Beviamo qualcosa e imbocchiamo il sentiero 33. Cerchiamo uno spiazzo per passare la notte. Ormai è buio e la legna è umida, ma in qualche modo riusciamo ad accendere un piccolo fuoco per riscaldarci e cucinare qualcosa. Stasera siamo meno di parola rispetto a ieri, la giornata è stata lunga e faticosa. Una volta in tenda, addormentarsi risulta una cosa semplicissima.

27 SETTEMBRE 2016

III° GIORNO

Inizio sentiero 33 – Passo degli Uncini – Monte Altissimo (1589 m) – 143 – Passo del Vaso Tondo – 142 – Cava delle Cervaiole – 31 – 141 – Colle Cipollaio – Foce dei Fordazzani – Passo Croce – sentiero non segnato – La Foce – sentiero segnavia blu – Monte Corchia Ovest – Monte Corchia (1678 m) – Rifugio del Freo

Gli ululati in lontananza di alcuni lupi ci svegliano poco prima dell’alba. Un po’ sorpresi dalla cosa, la sensazione è unica ed emozionante. Appena svegli smontiamo il campo e cerchiamo un po’ di Sole per riscaldarci prima di ripartire. Arrivati al panoramico Passo degli Uncini scorgiamo già la nostra prossima meta, il Monte Altissimo e l’impressionante Cava delle Cervaiole. Nonostante il suo nome, l’Altissimo è alto 1589 metri ed è formato interamente da marmo. Questo monte è spesso ricordato per esser stato il Monte di Michelangelo, ma in realtà l’artista ne intuì solo le potenzialità e non utilizzò mai il marmo di questa montagna.

L’ascesa alla vetta è ripida e a tratti esposta, ma la vista ripaga ampiamente lo sforzo senza nascondere l’amara sorte dettata dalle cave. Attività che ormai sono radicate nella storia e nelle vite delle persone che abitano questo territorio, ma che a causa di un’estrazione sempre più massiccia e meccanica, che deve rispondere a un mercato senza limiti, ha ormai spezzato il legame di rispetto tra uomo-natura. Ciò che una volta si estraeva in un giorno, oggi si estrae in meno di un’ora. E la Cava delle Cervaiole, che raggiungiamo una volta superato il Monte Altissimo, ne è un esempio. Una cava enorme, arrivata fino alla vetta. Cattedrali di marmo scavate nel cuore della montagna. Macchine, operai e camion. Blocchi di marmo che come una Via Crucis ci accompagnano verso l’uscita lungo una larga strada bianca che ci abbaglia dal riflesso del Sole. Uno spettacolo che lascia l’amaro in bocca. Un impatto visivo ed emotivo molto forte.

Ci lasciamo alle spalle l’ingresso della cava e, dopo un tratto di strada asfaltata, svoltiamo a destra e seguiamo il sentiero 141. Il dislivello è abbastanza dolce fino all’ultimo tratto per raggiungere Passo Croce dove diventa più ripido. Ci fermiamo un po’ per rifiatare e mangiare qualcosa. Dal passo la vista si apre su tutte le Apuane centrali e settentrionali, sulla costa fino alle isole dell’Arcipelago. L’acqua scarseggia, siamo un po’ oltre l’orario previsto e dobbiamo ancora affrontare il Monte Corchia, conosciuto anche come la montagna vuota poiché ospita il sistema carsico più vasto esistente in Italia. Studiamo le diverse possibili alternative, ma alla fine decidiamo di proseguire lungo la via di cava, che tagliamo seguendo un sentiero non segnato, per poi seguire i segnavia blu che dal Canale del Pirosetto, uno dei canali tra i Torrioni del Corchia, ci porta fino alla vetta Ovest del monte. L’ascesa, rallentata dalla stanchezza, è ripida, ma in alcuni tratti, dove è richiesto l’uso delle mani per superare certi passaggi, si fa interessante.

Il Sole sta tramontando ed il cielo inizia a tingersi di arancio. Arrivati sulla vetta principale (1678 m) terminiamo le ultime scorte di acqua. Ci fermiamo un po’ a contemplare tutto quello che ci circonda, in un silenzio interrotto solo dai rumori della natura. Ogni cosa muta i propri colori, pennellate da un Sole che prima si nasconde dietro alcune nuvole che lasciano filtrare i suoi raggi, ma che poi sembra raddoppiare, rispecchiandosi in un mare che si infiamma. L’orizzonte si perde, le tonalità si mischiano. Ricaricati da questa esperienza e con il Rifugio del Freo ormai sotto i nostri occhi, iniziamo a scendere. Anzi, improvvisamente ci troviamo letteralmente a correre. Superiamo il bivacco abbandonato Lusa-Lanzoni (memoria storica delle battaglie tra speleologi e cavatori) e tra una battuta e l’altra la stanchezza sparisce, la meta è sempre più vicina e sarà il buio che cala, la fame o l’idea di dire “per oggi abbiamo dato abbastanza” che in men che non si dica arriviamo al rifugio. Subito ricarichiamo le nostre borracce e ci mettiamo a cercare un po’ di legna per accendere un piccolo fuoco. Appena il Sole sparisce, l’umidità si fa sempre più pesante. Stasera far rimanere viva la fiamma è davvero un’impresa a cui alla fine ci dobbiamo arrendere.

28 SETTEMBRE 2016

IV° GIORNO

Rifugio del Freo – Foce di Mosceta – 125 – Foce di Valli – 110 – Costa Polita – Monte Forato (1230 m) – Foce di Petrosciana – Foce delle Porchette – 109 – Albergo Alto Matanna – 3 – Foce del Pallone – Foce del Crocione (o del Termine) – 101 – Col di Pardini – Campo all’Orzo

L’umidità nella notte si è fatta sentire. Ci svegliamo con i capelli umidi, così come gli zaini e tutto il resto. Usciamo dalle tende e scopriamo che qualche animale notturno è venuto a farci visita. Il sacco della spazzatura è disseminato ovunque. Sistemiamo il campo e mettiamo a stendere tutto quello che abbiamo in un punto soleggiato di fronte al rifugio. Il Sole ci abbraccia piacevolmente e oltretutto qua abbiamo un’altra “comodità” che ci permette di fare una cosa che fino ad oggi non era stata possibile. C’è l’acqua e ci possiamo lavare!

Rigenerati, ripuliti e ricompattati gli zaini proseguiamo la nostra traversata alla volta della Foce di Valli. Lungo il cammino incontriamo un gregge di pecore al pascolo e un asinello solitario che ostacola il sentiero. Passiamo sotto l’imponente Pania della Croce, la Regina delle Apuane, fino al versante sud-sud-est dove proseguiamo lungo il crinale della Costa Pulita che ci porterà fino al particolare ed affascinante Monte Forato (1230 m). Questa vetta è caratterizzata dalla presenza di un arco naturale aperto che unisce le due punte. In molti hanno scritto di questo monte e nell’antichità sono state generate numerose leggende e miti sulla sua strana forma che lo rende ancora oggi un luogo avvolto da un’aurea di mistero e misticismo affascinante.

Procediamo attraversando le Valli di Petrosciana e delle Porchette, antichi valichi di comunicazione tra l’Alta Versilia e la Garfagnana. Il percorso si snoda tra le pendici del Monte Croce, del Nona e del Procinto. Arrivati al Rifugio Albergo dell’Alto Matanna ci rilassiamo sul grande prato li vicino con una meritata birra, un po’ di affettato e di formaggio. Iniziamo a rilassarci, consapevoli che il “grosso” della traversata è ormai dietro le nostre spalle. Prima di ripartire ci intratteniamo in una chiacchierata amichevole con i gestori del bar per poi continuare il nostro cammino verso la Foce del Crocione dove il massiccio del Monte Prana si manifesta in tutta la sua imponenza, mentre ai suoi piedi la chiesetta di Campo all’Orzo ci aspetta per la notte. La camminata è piacevole e la vista ci svela un ambiente differente rispetto ai paesaggi aspri e rocciosi dei primi giorni, aprendosi su prati dorati che si piegano al dolce vento che li accarezza.

Passiamo davanti la casa della signora Eva. La vediamo da lontano, china a tagliare l’erba mentre le sue pecore pascolano lì vicino, sotto lo sguardo attento di due grandi cani che ci osservano e abbaiano al nostro passaggio. Eva, unica abitante di Campallorzo, è sicuramente una delle ultime testimoni di quella che era la dura vita dell’alpeggio su queste pendici, presenza vivente e portatrice di antichi valori fondati su uno stile di vita semplice ma felice.

Ci accampiamo nella vicina chiesa ormai diroccata, la sua casa rimane in fondo alla valle che lentamente si vela di ombre sempre più scure, mentre davanti a noi il Sole scompare piano piano dentro al mare. Le luci ed i colori diventano quasi ipnotici. Ci sediamo in silenzio e ci lasciamo rapire dallo spettacolo che la natura ci sta donando. Domani sarà l’ultimo giorno di traversata. Ci godiamo la tranquillità di questa serata, accanto ad un piccolo fuoco che ci fa compagnia. Stasera a cena ci possiamo concedere qualcosa di più.

29 SETTEMBRE 2016

V° GIORNO

Campo all’Orzo – Focetta di San Vincenzo – Monte Prana (1218 m) – Monte Prano – Passo del Lucese

La mattina ci svela un volto nuovo rispetto alla sera. Le luci del mattino disegnano contorni e ombre differenti. Passa qualche cacciatore che con un gesto cordiale ci saluta. Rifacciamo gli zaini senza troppa fretta, oggi abbiamo tempo in abbondanza. La mattina è avvolta da un silenzio rilassante, interrotto solo dal ronzare di qualche moscone e di un cane che abbaia lontano. La nostra avventura ormai sta volgendo al termine e per essere la nostra prima esperienza del genere ci riteniamo molto soddisfatti.

Lasciamo la chiesetta e ci dirigiamo verso il sentiero che porta al brullo Monte Prana, l’ultima vera fatica da affrontare. Lungo il sentiero incontriamo un fresca sorgente d’acqua e i cartelli che ricordano la presenza in queste terre della FEB, la Forza di Spedizione Brasiliana che nel settembre del 1944 liberò dalle forze nazi-fasciste queste pendici, allora parte della Linea Gotica. Dall’alto dei suoi 1218 metri, il Monte Prana, la vetta più meridionale delle Alpi Apuane, ormai è davanti a noi. La grossa croce eretta nel 1968 in memoria dei caduti in tutte le guerre, simbolo di fede e di pace, segna per noi la definitiva conclusione di questa indimenticabile avventura. Ci togliamo lo zaino dalle spalle e ci prendiamo il tempo necessario per goderci questo momento. Come ogni giorno, dall’alto della vetta, cerchiamo di ripercorrere con lo sguardo il cammino fatto fino a quel momento. Vette, valli e piacevoli ricordi ci dividono ormai da dove cinque giorni fa eravamo partiti e tutto ci sembra così lontano e inimmaginabile, quanto vicino e concreto. Alcuni bombi svolazzano intorno alla croce, seguiamo il volo e alziamo gli occhi al cielo. Anche oggi un cielo completamente azzurro ci accoglie sotto di sè. Mai una goccia d’acqua in cinque giorni, qualcuno ci ha voluto davvero tanto bene!

La discesa è ormai da ultimo giorno di scuola. Un senso di rilassamento totale ci pervade e sciolti i freni della tensione e della concentrazione, la stanchezza arriva tutta di getto. Dobbiamo comunque arrivare ancora a Piè Lucese. Dopo il solito battibecco su quale sia l’altra cima che sulle nostre cartine viene chiamata Monte Prano, il resto del cammino è condito da una bella spensieratezza. Cantiamo, scherziamo e ridiamo per tutto il tempo. Ogni sera prima di addormentarci avevamo preso l’abitudine di fare un piccolo resoconto della giornata, registrando le nostre voci su uno smartphone. Così, una volta arrivati a Piè Lucese, facciamo la nostra ultima registrazione, ridendo nel riascoltarci negli audio dei giorni precedenti. Mangiamo gli ultimi avanzi in compagnia di un gatto un po’ diffidente, mentre aspettiamo la macchina che ci riporterà a casa.

Il nostro cammino dunque si conclude qua, vicino alla chiesa pre-romanica dedicata a San Jacopo, all’ombra di un fresco boschetto. Quello che più rimane di un’esperienza del genere è sicuramente il rapporto che si istaura con la natura. I suoi ritmi, i suoi colori, i suoi silenzi ed i suoi rumori, il freddo dopo che il Sole è calato, il caldo godurioso dei raggi di prima mattina. Il fatto di dover affidarci solo alle nostre gambe e all’essenziale che portiamo sulle nostre spalle. Empatizzare quando vediamo queste opere d’arte ferite nella bianca roccia. La sincerità e la spontaneità nello scambiarci un saluto con chi incontriamo durante il cammino. Il farci forza l’uno con l’altro, il misurarci con i nostri limiti e riscoprire forze nascoste nei momenti di difficoltà. La montagna ti mette alla prova, ma se la rispetti in qualche modo ti ripaga sempre. E per il resto, per certe sensazioni le parole, spesso, non bastano.

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