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Fiume Gange, l’inquinamento diventa reato contro la persona

Lo scorso 20 marzo, la Corte suprema dello stato indiano dell’Uttarakhand, attraversato dall’Himalaya, ha stabilito che inquinare o danneggiare in qualsiasi modo il Gange e lo Yamuna, suo affluente principale, costituisce un reato contro la persona: i due fiumi, d’ora in poi, godranno dello status di personalità giuridica, con tanto di tutori legali, cioè il direttore della Missione di pulizia del Gange, il segretario generale e l’avvocato generale dell’Uttarakhand. Un provvedimento adottato anche grazie alla sentenza neozelandese sul Whanganui, fiume sacro per i Maori.

Il Gange è, infatti, molto più che un corso d’acqua per gli induisti, è una divinità, e nelle sue acque i fedeli si bagnano per purificarsi, ogni dodici anni, in occasione del Maha Kumba Mela; meta che, nel 2013, ha accolto 100 milioni di pellegrini. Ma è difficile che la purificazione avvenga, se, ogni giorno, 1,5 miliardi di litri di liquami e 500 milioni di litri di rifiuti industriali vengono scaricati nel Gange; per non parlare, poi, delle scorie chimiche e dei pesticidi.

La situazione dello Yamuna è ancora più grave: in alcuni tratti l’acqua è così inquinata da impedire persino la vita. Eppure è la stessa che, dopo trattamento chimico, viene utilizzata dagli abitanti di Nuova Delhi, qualcosa come 19 milioni di persone.

Smaltire e, dove possibile, riciclare le acque reflue deve diventare una priorità, soprattutto se si tiene in conto che il 90% delle scorie finisce proprio nell’ambiente, mettendo in pericolo la salute pubblica.

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