Cosa succede alla vegetazione sulle falesie d’arrampicata?
Le falesie sono ecosistemi che ospitano una diversità unica di specie vegetali. In che modo l'arrampicata può mettere a rischio questa biodiversità e cosa si può fare per preservarla?
A partire dagli anni ’50, le attività ricreative e il turismo si sono espansi esponenzialmente nelle aree naturali di tutto il mondo, sia in termini di numero di visitatori sia di varietà delle attività praticate. Questa crescita ha inevitabilmente comportato numerose pressioni sugli ecosistemi, sollevando interrogativi sulla possibilità di conciliare fruizione e conservazione della natura. Per questo motivo, negli ultimi decenni si stanno intensificando gli studi volti a comprendere gli effetti ecologici delle attività umane in ambiente naturale, dando origine una a nuova branca dell’ecologia: l’ecologia della ricreazione. Questo campo di ricerca analizza gli effetti delle attività ricreative all’aperto e del turismo naturalistico in ambienti naturali e seminaturali.
L’arrampicata su roccia è una delle attività outdoor che ha registrato la maggiore crescita nella seconda metà del XX secolo e il suo debutto olimpico a Tokyo 2021 ha probabilmente contribuito ad aumentarne ulteriormente la popolarità. Di conseguenza, gli habitat delle falesie, un tempo considerati tra gli ambienti meno disturbati, stanno subendo una maggiore pressione umana. Allo stesso tempo, la difficoltà di accesso a questi habitat ha in gran parte impedito ai ricercatori e alle ricercatrici di condurre studi in loco, determinando una relativa scarsità di informazioni sull’impatto dell’arrampicata su roccia e lasciando importanti lacune nelle conoscenze necessarie per una gestione efficace delle falesie. Sebbene l’impatto dell’arrampicata sugli uccelli che nidificano sulle pareti rocciose sia stato ampiamente studiato, minore attenzione è stata dedicata all’impatto dell’arrampicata sulla vegetazione di questi ambienti.
Come l’arrampicata modifica la vegetazione delle falesie
Le falesie sono ecosistemi che ospitano una diversità unica di specie vegetali. Grazie alla loro elevata eterogeneità microtopografica, diverse specie di piante vascolari possono colonizzare le fessure delle falesie, nonostante le condizioni ambientali estreme, caratterizzate da scarsa disponibilità di acqua e limitata presenza di suolo in cui sviluppare le radici.
Nelle aree interessate dall’arrampicata si osservano una riduzione della copertura vegetale, una diminuzione del numero di specie e un cambiamento nella composizione delle comunità vegetali. In molti casi questi effetti aumentano con l’intensità di utilizzo delle pareti, risultando particolarmente evidenti nei siti più frequentati anche se alcuni studi suggeriscono che una parte rilevante dell’impatto si verifichi già durante l’apertura e l’attrezzatura delle vie.
I danni derivano sia dalle operazioni di preparazione e manutenzione, che possono comportare la rimozione della vegetazione, sia dall’attività di arrampicata vera e propria, attraverso il contatto diretto e il danneggiamento meccanico delle piante. Alberi e arbusti, soprattutto se spinosi, vengono spesso eliminati mentre molte specie erbacee, caratterizzate da fusti più fragili, possono essere facilmente spezzate o sradicate. Le specie rare e minacciate risultano particolarmente vulnerabili, poiché le loro popolazioni sono spesso poco numerose e hanno una capacità limitata di compensare la perdita di individui attraverso il reclutamento di nuove piante.
Non solo piante: muschi e licheni
Le pareti rocciose ospitano inoltre altri importanti organismi fotosintetizzanti: i muschi e i licheni. Se per i muschi l’impatto dell’arrampicata è generalmente trascurabile, poiché tendono a colonizzare pareti più umide e meno esposte e quindi poco frequentate per l’attività dell’arrampicata, per i licheni il discorso è diverso. Questi organismi, formati dalla simbiosi di un fungo e un’alga (o un cianobatterio), prediligono infatti pareti assolate e verticali, tra le mete più ambite dell’arrampicata sportiva. Il loro ruolo ecologico va ben oltre la semplice colonizzazione della roccia: i licheni contribuiscono alla formazione dei primi strati di suolo, favoriscono l’insediamento delle piante rupestri e ne facilitano l’assorbimento dei nutrienti, rappresentando quindi un elemento chiave per il funzionamento degli ecosistemi di falesia. La loro perdita può quindi innescare effetti a catena che si ripercuotono sull’intera comunità vegetale. Per questo motivo, considerata sia la loro vulnerabilità sia la loro importanza ecologica, i licheni dovrebbero avere la massima priorità nei programmi di monitoraggio e conservazione di questi ambienti.
E’ anche una questione di pendenza
L’impatto dell’arrampicata sulla vegetazione dipende anche dalle caratteristiche della parete. Le falesie a bassa pendenza tendono infatti a trattenere maggiori quantità di acqua, nutrienti, particelle di suolo e propaguli, ossia spore e altre strutture che permettono alle piante di disperdersi e colonizzare nuovi ambienti. L’insieme di queste caratteristiche favorisce generalmente una maggiore copertura vegetale, una più elevata ricchezza di specie e comunità biologiche più diversificate. Di conseguenza, queste falesie possono risultare più vulnerabili agli impatti dell’arrampicata rispetto alle pareti molto più ripide o strapiombanti, che in genere ospitano una vegetazione meno abbondante. Gli scalatori e le scalatrici preferiscono generalmente pareti solide con una variabilità topografica relativamente ridotta, in altre parole pareti meno adatte alle piante vascolari, ma ideali per numerose specie di licheni.
Proteggere le falesie senza rinunciare all’arrampicata
Per conciliare la pratica dell’arrampicata con la tutela degli ecosistemi rupestri, un gruppo di ricercatori e ricercatrici dell’Università di Granada ha proposto un sistema di gestione basato sulla valutazione preventiva dell’impatto delle vie di arrampicata. Sulla base di questa valutazione, le vie possono essere suddivise in quattro categorie: aree completamente interdette all’arrampicata, vie soggette a regolamentazioni rigorose, vie con limitazioni più leggere e vie a libera fruizione. In particolare, le pareti che ospitano specie endemiche o minacciate dovrebbero essere escluse dall’attività dell’arrampicata, mentre nelle altre situazioni possono essere adottate misure come limitazioni stagionali, controllo dell’affluenza o definizione di buone pratiche condivise con la comunità degli arrampicatori e delle arrampicatrici.
L’introduzione di misure impopolari, come la chiusura totale o parziale di vie esistenti, deve però poggiare su basi scientifiche solide. Per questo motivo è fondamentale ampliare gli studi a un numero maggiore di falesie, includendo differenti tipi di roccia e condizioni ambientali, così da comprendere meglio i livelli di impatto dell’arrampicata e individuare le situazioni più sensibili dal punto di vista ecologico.
Gli arrampicatori e le arrampicatrici non dovrebbero essere considerati soltanto potenziali fonti di disturbo, ma anche alleati e alleate fondamentali nella conservazione delle falesie. Grazie alla loro conoscenza diretta delle pareti e alla capacità di raggiungere ambienti difficilmente accessibili, possono contribuire al monitoraggio della vegetazione, all’individuazione di siti sensibili e alla diffusione di buone pratiche di fruizione.
Le falesie non sono semplici pareti di roccia, ma ecosistemi complessi in cui specie rare, specie comuni e le loro relazioni formano una rete ecologica delicata. L’arrampicata può alterare questa rete ben oltre la semplice rimozione di qualche pianta, rendendo necessario un approccio di gestione che concili la pratica sportiva con la conservazione della biodiversità.






