Giugno come agosto: cosa sta succedendo alle Alpi
Temperature da piena estate già a fine giugno, zero termico oltre i 4500 metri e ghiacciai sotto pressione. Dalle Alpi occidentali alle Dolomiti, la montagna sta vivendo condizioni che fino a pochi anni fa erano tipiche di luglio inoltrato o agosto.
L’estate astronomica è iniziata da pochi giorni, ma sulle Alpi sembra già agosto. Da oltre una settimana una vasta massa d’aria subtropicale proveniente dal nord Africa sta investendo gran parte dell’Europa occidentale e dell’Italia, portando temperature eccezionalmente elevate non solo nelle città e nei fondovalle, ma anche alle quote più alte dell’arco alpino.
Se in Pianura Padana i termometri si avvicinano ai 40 °C, in montagna il dato più significativo riguarda la quota dello zero termico, che negli ultimi giorni ha raggiunto e superato i 4500 metri in diversi settori delle Alpi e che, secondo le previsioni di ARPA Piemonte, potrebbe addirittura avvicinarsi ai 5000 metri durante il culmine dell’ondata di calore.
Valori che fino a pochi decenni fa erano associati alle più intense fasi calde di luglio o agosto e che oggi si manifestano già nella seconda metà di giugno.
La Capanna Margherita come simbolo del cambiamento
Uno dei segnali più evidenti arriva dal Monte Rosa. Il 17 e il 18 giugno alla Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa, situato a 4554 metri sulla Punta Gnifetti, il termometro ha superato i 2 °C per due giorni consecutivi. Il 18 giugno sono stati registrati 2,1 °C dopo i 2,4 °C rilevati il giorno precedente.
A quella quota si tratta di valori che raccontano bene la portata dell’anomalia in corso. Già alla fine di maggio, nella stessa stazione meteorologica, erano stati registrati 2,7 °C con uno zero termico attorno ai 4700 metri. Oggi, a distanza di poche settimane, la situazione si ripresenta con intensità analoga, confermando una tendenza che negli ultimi anni sta diventando sempre più frequente.
Ma il dato forse più significativo non è la temperatura registrata in un singolo momento della giornata. È il fatto che masse d’aria così calde riescano a raggiungere stabilmente quote superiori ai 4500 metri per diversi giorni consecutivi, limitando il raffreddamento notturno e aumentando lo stress per neve e ghiaccio.
Uno zero termico prossimo ai 5000 metri ha implicazioni che vanno ben oltre il semplice dato meteorologico. Significa che durante le ore più calde della giornata praticamente tutte le vette delle Alpi italiane si trovano al di sotto della quota di congelamento. In altre parole, persino le montagne più elevate del Paese, dal Monte Bianco al Monte Rosa, dal Cervino al Gran Paradiso, sperimentano temperature positive su gran parte delle loro superfici.
Una situazione che in passato rappresentava un evento eccezionale e che oggi tende a ripresentarsi con una frequenza sempre maggiore.
Giugno è il mese che decide il destino dei ghiacciai
Per i glaciologi il mese di giugno rappresenta uno dei momenti più importanti dell’intera stagione. È infatti in queste settimane che si decide buona parte dell’evoluzione estiva dei ghiacciai. Un manto nevoso abbondante agisce come una protezione naturale, schermando il ghiaccio sottostante dalla radiazione solare. Quando però il caldo arriva in anticipo, come sta accadendo quest’anno, la neve accumulata durante l’inverno si consuma rapidamente e il ghiacciaio resta esposto con settimane di anticipo. Questo significa che la fusione non aumenta soltanto durante l’ondata di calore, ma può accelerare per tutto il resto dell’estate.
Le conseguenze sono già visibili sul terreno. La neve residua presente oltre i 2500-3000 metri diminuisce rapidamente, mentre i ghiacciai iniziano a perdere massa con maggiore intensità già all’inizio della stagione estiva.
Cambia anche il modo di andare in montagna
L’impatto di queste condizioni non riguarda soltanto l’ambiente naturale. Sta cambiando anche il modo di frequentare la montagna. Molti itinerari classici stanno assumendo caratteristiche tipiche di metà estate con diverse settimane di anticipo: neve più molle, ghiaccio vivo affiorante, crepacci maggiormente aperti e finestre temporali sempre più ristrette per affrontare in sicurezza le salite.
In molte aree alpine le partenze all’alba o addirittura nel cuore della notte non rappresentano più una scelta strategica, ma una necessità. Le condizioni migliori tendono infatti a concentrarsi nelle prime ore del mattino, mentre il rapido aumento delle temperature accelera il deterioramento del manto nevoso e favorisce l’instabilità dei versanti.
Alcune guide alpine parlano ormai di una vera e propria “compressione della stagione”, con periodi favorevoli sempre più brevi e difficili da prevedere.
Il problema invisibile del permafrost
Un altro effetto particolarmente delicato riguarda il permafrost, il terreno permanentemente gelato che agisce come una sorta di collante naturale per molte pareti di alta quota. Quando le temperature rimangono elevate per giorni consecutivi questo equilibrio si indebolisce. Aumenta così il rischio di scariche di pietre, crolli e fenomeni di instabilità che negli ultimi anni hanno interessato numerosi settori del Monte Bianco, del Cervino, del Monte Rosa e delle Dolomiti.
Si tratta di processi spesso invisibili agli occhi degli escursionisti, ma che stanno modificando profondamente la morfologia e la sicurezza di molte montagne.
Una montagna che si sposta verso l’alto
Quelli registrati quest’anno non sono ancora record assoluti. Nel settembre 2023 lo zero termico sulle Alpi aveva superato i 5100 metri, mentre nel giugno 2019 alla Capanna Margherita furono registrate temperature superiori ai 9 °C.
Tuttavia il dato più significativo non è il singolo record. È la frequenza con cui queste anomalie si ripresentano e la loro comparsa sempre più precoce nel corso dell’anno.
Se confermate nei prossimi giorni, quote dello zero termico prossime ai 5000 metri raccontano qualcosa che va oltre la semplice ondata di calore. Raccontano una montagna che sta progressivamente perdendo quella fascia di freddo che per millenni ne ha definito il paesaggio e gli equilibri naturali. Non è soltanto una questione di ghiacciai che fondono o di record meteorologici.









