Salvare la memoria dei ghiacciai è una corsa contro il tempo: il caso Weißseespitze
Nelle Alpi Venoste la fusione glaciale ha portato, in soli 6 anni, alla perdita di quasi 5 metri di un archivio di ghiaccio, custode di 6000 anni di storia climatica.

Il 21 marzo si celebra la Giornata Mondiale dei Ghiacciai, un’occasione per riflettere sul futuro degli ambienti glaciali. Senza necessità di spingere lo sguardo agli estremi del Pianeta – le regioni polari in cui il cambiamento climatico corre più veloce – basta aprire virtualmente la finestra di casa per avere percezione di quanto il mondo dei ghiacciai stia mutando sotto i nostri occhi.
Un nuovo studio pubblicato su Frontiers in Earth Science – frutto della collaborazione tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’Istituto di Scienze Polari del CNR (CNR-ISP) e centri di ricerca austriaci e tedeschi (tra cui l’Accademia Austriaca delle Scienze e l’Università di Heidelberg) – lancia un chiaro allarme: i ghiacciai alpini situati a quote inferiori ai 4.000 metri, stanno fondendo a una velocità tale da rendere quasi impossibile il lavoro di recupero dei dati climatici.
Il focus della ricerca è la calotta glaciale che ricopre la cima della Weißseespitze o Cima del Lago Bianco (3.499 metri) nelle Alpi Venoste, al confine tra Austria e Italia.
Un archivio di 6000 anni in cima alla Weißseespitze
Nel 2019, il team di ricerca ha prelevato sulla cima candida della Weißseespitze una carota di ghiaccio profonda circa 10 metri, arrivando fino a toccare la roccia sottostante la calotta glaciale che ricopre le sezioni superiori del ghiacciaio Gepatschferner. Un ghiacciaio che rappresenta un tesoro per la climatologia: nonostante uno spessore ridotto, si presenta infatti come un archivio contenente testimonianze antiche del clima, con ghiaccio basale vecchio di 6.000 anni.
“Questi straordinari archivi climatici funzionano come un libro di storia: le condizioni atmosferiche passate e i cambiamenti ambientali sono registrati nei loro strati”, spiega la dott.ssa Azzurra Spagnesi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, prima autrice dello studio. Grazie alla loro vicinanza agli insediamenti umani, questi ghiacciai sono in grado di fungere da lente d’ingrandimento unica sul passaggio cruciale tra l’epoca pre-industriale e quella moderna.
Attraverso analisi dettagliate della carota, i ricercatori sono riusciti a ricostruire con precisione eventi della storia climatica fino al 349 a.C. Il ghiaccio è stato sottoposto, in primo luogo, a una datazione con l’isotopo Argon-39 (utile a datare gli strati superficiali e profondi) e successivamente alla ricerca in tracce di 18 elementi metallici e biomarcatori specifici come il levoglucosano (un composto derivato dalla combustione del legno), i micro-carboni e gli acidi carbossilici e bicarbossilici.
L’insieme di dati raccolti ha consentito di ricostruire in maniera dettagliata l’andamento dell’attività umana antica nella zona. Tra il 700 e il 1200 d.C., le concentrazioni di metalli sono risultate bassissime, riflettendo un ambiente quasi incontaminato. Dal 950 d.C. in poi, in epoca dunque medievale, compaiono picchi di arsenico, piombo, rame e argento, testimonianze dell’intensificarsi delle attività di estrazione e fusione nelle miniere alpine. Lo studio ha individuato anche un picco di inquinamento da fumo, localizzato tra il 902 e il 1280 d.C.
Tale dato confermerebbe che durante l’Anomalia Climatica Medievale gli incendi erano più frequenti e intensi, a causa di periodi di forte siccità. Effetto del clima dunque, ma non solo. Nel medesimo periodo incendi potrebbero essere stati causati dall’uomo, impegnato in una fase di espansione agricola e pastorale. Inoltre, come aggiunge la Dott.ssa Spagnesi, “periodi di conflitto potrebbero aver contribuito a livello locale, sia attraverso incendi dolosi che accidentali”.
Le analisi sulla carota di ghiaccio raccontano una storia di equilibrio interrotto. Sebbene le attività minerarie e umane del passato abbiano causato picchi di inquinamento, a volte amplificati da eruzioni vulcaniche, il loro impatto complessivo era contenuto. Nel mondo antico, l’impronta dell’uomo si manifestava sottoforma di episodi isolati, in grado di aumentare temporaneamente il grado di inquinamento atmosferico su uno sfondo naturale stabile. Una dinamica che purtroppo è stata stravolta ai giorni nostri, dove l’alterazione climatica di natura antropogenica è diventata una costante.
2025: una drammatica perdita di “memoria”
Se nel 2019 la carota estratta era lunga quasi 10 metri, i dati raccolti più recentemente lasciano sgomenti. Una visita al sito di perforazione nel 2025 ha rivelato che lo spessore del ghiaccio si è ridotto a soli 5,5 metri. In soli sei anni, quasi la metà dello spessore del ghiaccio è andata perduta, portando con sé tutti gli strati relativi all’era industriale, la più impattante sulla salute degli ambienti glaciali. Le proiezioni per le Alpi Venoste indicano che i ghiacciai dell’Ötztal potrebbero scomparire in pochi decenni. Entro il 2030, si stima che il 30% sarà già svanito.
Non stiamo solo perdendo riserve idriche fondamentali, ma stiamo perdendo torri di istantanee Polaroid scattate in un lontano passato, pagine di volumi scritti nei millenni, prima ancora di averli analizzati tutti. Le conclusioni dello studio su Frontiers suonano come un appello rivolto al mondo: difendere i ghiacciai non equivale soltanto a salvaguardare ambienti fragili ma anche preziosi archivi della memoria climatica del Pianeta.


