Alpinismo

Nones: tutto dedicato a Karl

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BERGAMO — “Per tutta la scalata mi è sembrato di avere davanti Karl, che mi incitava a tener duro, a fare una cosa che era arrivata da lui. L’ho fatto con il cuore e con la testa. Tutto dedicato a Karl”. Ha la voce ferma ma il cuore in gola, Walter Nones, mentre racconta dell’odissea vissuta sulla parete Rakhiot del Nanga Parbat insieme a Simon Kehrer. Ecco le toccanti parole dell’alpinista solo poche ore dopo la difficile discesa dal ghiacciaio.

Walter, Simon, come state?
Abbiamo passato dei giorni non molto belli ma la forza ci ha fatto arrivare sani e salvi qua al campo base.
 
Come vi sentite dopo undici giorni e dieci notti in parete?
Dopo l’incidente, la testa era concentrata soprattutto sull’arrivare sani e salvi al campo base. Decidevamo giorno per giorno quello che c’era da fare. Eravamo rimasti in due, io e Simon, e stringevamo i denti per tornare a casa.
 
Cosa è successo il 15 luglio?
Eravamo a 6.400 metri. La neve era molle. Karl andava avanti piano piano, sprofondava fin sopra le ginocchia e a un certo punto non si è più visto. Ha fatto un volo di circa 15 metri su un crepaccio. E sopra gli è andata tanta neve.
Voi lo avete cercato?
Sì, sì, subito. Simon è sceso, io gli ho fatto sicura, ma non si vedeva niente. A un certo punto Simon ha detto: forse ho trovato qualcosa. Ha scavato con le mani e ha visto che Karl, purtroppo, non c’era più.
 
Quindi lo ha trovato?
Sì, lo ha trovato quasi subito. Non saprei dirti i minuti esatti ma lui subito mi ha detto è qui. E secondo noi, ha fatto tanti sbalzi su questo crepaccio…
 
Cosa vi ha spinto a proseguire nella salita?
Il giorno dopo siamo stati fermi per ragionare sul da farsi, però abbiamo deciso di salire perché era molto meno rischioso che scendere per duemila metri, dove le scariche sono frequenti.
 
Com’era la parete sopra?
Le difficoltà sostenute erano sui primi duemila metri. Poi bisogna dire che avevamo solo due viti da ghiaccio e due chiodi da roccia, non ce la siamo veramente sentita  di scendere duemila metri con questa poca attrezzatura. Quindi abbiamo preferito proseguire.
 
La mancanza di attrezzatura era perché buona parte ce l’aveva Karl?
No, era perché salivamo in stile alpino. Avevamo con noi gli sci, tutto il materiale e il mangiare. Quindi era una scelta tecnica, quella di non portare tanta attrezzatura.
 
Che cosa è successo quando siete usciti dalla parete, a 7.200 metri?
Due giorni prima sono arrivati gli elicotteri e abbiamo pensato che fossero venuti a prendere Karl, perché potesse ritornare a casa. Invece non è stato così. Abbiamo voluto salire fino in alto alla parete, e poi scendere piano piano perché avevamo studiato la via Bhul. Però il brutto tempo ci ha fermato. C’era troppa nebbia e dovevamo andare giù piano per non fare sbagli.
 
Con l’elicottero è stato fatto un lancio di attrezzatura. L’avete trovata?
Abbiamo dovuto scendere di circa 150 metri di dislivello e abbiamo trovato questo sacco. La cosa più importante per noi era il telefono satellitare. L’abbiamo preso con noi e appena è stato possibile abbiamo chiamato per dire che eravamo ancora vivi.
 
Stamattina cosa avete fatto?
Ieri sembrava bel tempo e invece c’è stata nebbia tutto il giorno. Ma appena si è aperta una piccola finestra siamo scesi come dei pazzi per cercare di arrivare al più presto al campo base. Il nostro obiettivo era ancora oggi quello di portare Karl a casa. Invece non è stato possibile. A circa 5.500 metri è arrivato l’elicottero e ci ha recuperato.
 
Cosa vi siete detti con Gnaro e Maurizio quando siete arrivati al base?
E’ stato bello vedere l’unione che c’è fra gli italiani quando succede una cosa del genere. Trovare un italiano e un grande alpinista come Gnaro al base è stato bello. Ringrazio ancora chi ha avviato tutta questa macchina, Agostino… lo chiamavo spesso anche durante la notte mentre dormiva per chiedere aiuti e informazioni.
 
Simon, la prima volta su un ottomila. Come’è stata quest’esperienza difficile, complessa e per una parte tragica?
Sicuramente è stato uno shock vedere sparire un grande amico, un grande alpinista come Karl proprio davanti a noi.
 
Che montagna è il Nanga Parbat?
E’ una delle più belle che ho visto fino adesso. Grande rispetto per Hermann Buhl che l’ha salita da solo e senza ossigeno. Davvero grande.
 
Avete depositato sotto la croce di Buhl questo piatto su cui Maurizio ha inciso il nome di Karl. Quanta emozione in questo gesto?
Più che altro – riprende Walter Nones – la perdita di un amico ti lascia dentro sempre un vuoto. Ti devo dire la verità, per tutta la scalata mi sembrava di averlo davanti che mi incitava a fare una cosa che era arrivata da lui. E l’ho fatto veramente col cuore, e con la testa, tutto dedicato a Karl.
 
 
 
 

 

 
 

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