Alpinismo

L’insostenibile leggerezza dello scalare

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BERGAMO — K2 Freedom. Spirito Libero. Nomi di spedizioni alpinistiche non proprio fortunate. Due uomini, Pierangelo Maurizio e Stefano Zavka, che conoscevo bene, con i quali nel 2004 ho condiviso momenti importanti della spedizione del 50esimo del K2, erano membri di queste spedizioni e sono stati inghiottiti dalle montagne che stavano salendo: l’Everest e il K2.

Spariti, dispersi. Il freddo, la bufera, la notte, lo sfinimento, la quota… Questi gli elementi noti del “delitto”. Ma anche l’ambizione, la generosità irresponsabile, l’azzardo incosciente nella certezza assurda e smentita dalla statistica e dai fatti che “non toccherà a me”. Atto d’amore e  stupidità totale, come solo gli innamorati sanno esprimere al massimo livello.
 
Penso a quei nomi un po’ alternativi, un po’ new age e un po’ spirito di Assisi e Dalai Lama, dati a delle spedizioni alpinistiche.
 
Quasi un atto scaramantico tra l’ingenuo e l’idiota, tanto per ingraziarsi gli dei della montagna, gli sponsor e il pubblico che per la pace, per la fantasia  e lo “spirito libero” ha sempre simpatia.
 
Secondo me invece portano un po’ sfiga.
 
Preferisco nomi sobri, attinenti. Una spedizione alpinistica su un ottomila è sempre certo un gioco, anche di squadra, splendido ma difficile, complesso, durissimo. Per questo la soddisfazione è enorme quando riesce e anche quando la vetta non è raggiunta ma si torna a casa con la coscienza a posto. Come ha fatto Michele Compagnoni durante la recente spedizione alla Nord del GII.
 
“Con l’onore delle armi”, mi verrebbe da dire, se non sapessi di urtare la sensibilità di tutti gli "alternativi" veri e presunti del pianeta alpinismo – ce n’è un fottio, soprattutto dei secondi-. Ma se si "sbraca" già nel nome, o se dietro al nome si vogliono celare cattive virtù, già non si parte bene.
 
La professionalità estrema, dura, conspevole dovrebbe invece essere il valore importante in gioco. Una “spedizione” e un capo spedizione hanno certo il dovere del risultato alpinistico ma anche la responsabilità ultima e totale della incolumità dei componenti della squadra.
 
Nell’86 durante la spedizione “Ragni di Lecco” ho perso Lorenzo Mazzoleni su quella spalla del K2.Anche quella volta erano arrivati in vetta tardi, lui e Mario, alle 17,20. Tardi, certo, ma il tempo era bello stabile e la luna sarebbe stata piena come un uovo.
 
La discesa era iniziata poco dopo. Alle dieci di sera la constatazione che Lorenzo non era rientrato al campo. L’uscita di Giampietro Verza, la sua risalita fin oltre gli 8000 metri, fino alla fine del traverso, oltre il Collo di bottiglia.Nulla, solo richiami nella notte, congetture e dolore fino al giorno dopo con il corpo di Lorenzo visto 800 metri più in basso sull’orlo del ghiaccio pensile a fianco della via Cesen.
 
E ancora nel 2004 quando dopo la vetta, di notte, gli spagnoli Edurne e Juanito – al suo 21esimo ottomila –  si sono persi sulla spalla del K2, sfiniti. Solo il bel tempo e la presenza dei nostri alpinisti al campo 4 aveva consentito  il recupero di quei corpi ancora vivi ma svuotati da ogni volontà, di trascinarli in tenda e salvarli.
 
Ho nella testa le cicatrici di queste esperienze. E mi fanno impazzire dal dolore ogni volta che fatti simili accadono di nuovo.
 
E’ per questo che con la tragedia ancora incombente mi sento di scrivere, anch’io forse in modo consolatorio e per lenire questo dolore insopportabile, che dobbiamo ritrovare lo spirito non già libero, ma quello della montagna e della tradizione tecnico-alpinistica.
 
Dobbiamo sentire la responsabilità estrema e totale  per noi stessi, per la squadra e per la montagna già nel momento che immaginiamo di salirne una e di dare un nome alla nostra avventura.
 
Agostino Da Polenza
 

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