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Interviste, Primo Piano

Maurizio Gallo: ascoltare chi sa parlare la lingua della montagna

Maurizio Gallo in Pakistan durante la formazione del Concordia Rescue Team
Maurizio Gallo in Pakistan durante la formazione del Concordia Rescue Team

PADOVA — “Gli sherpa dimostrano spesso di avere una maggior sensibilità di noi nel parlare la lingua della montagna. Mi è capitato quest’estate sul Broad Peak di vedere 5 alpinisti coreani travolti da una valanga perchè si sono voluti muovere nonostante loro gliel’avessero sconsigliato. Fare formazione è giusto. Ma dobbiamo noi essere i primi a essere più autonomi e competenti. E smettere di pretendere la sicurezza dagli altri”. Queste le parole di Maurizio Gallo, responsabile EvK2Cnr per le attività in Pakistan tra cui la formazione del Concordia Rescue Team, il primo soccorso alpino organizzato del Karakorum.

Gallo, la prevenzione e la formazione sulle valanghe in Himalaya e Karakorum è davvero così arretrata?
E’ un po’ di tempo che sento parlare di guai e disguidi provocati dall’incapacità do sherpa, portatori, e personale locale. Ma sinceramente devo dire che loro dimostrano, per la mia esperienza, di avere una maggior sensibilità di parlare la lingua della montagna. Mi è capitato quest’estate sul Broad Peak di vedere 5 alpinisti coreani travolti da una valanga perchè si sono voluti muovere nonostante gli sherpa gliel’avessero sconsigliato. E lo stesso è accaduto sul K2, quando sono morti gli alpinisti neozelandesi Martin e Denali Schmidt. Insomma, forse è meglio ascoltare chi quelle montagne le conosce meglio di noi.

E riguardo l’uso di Artva, pala e sonda?
Purtroppo, anche i grandi alpinisti non ce l’hanno quando scalano gli 8000. Quindi la prima cosa che mi viene da dire è che ognuno guardi nel so zaino: un famoso detto delle Dolomiti recita: “Chi porta, magna”. Comunque, io credo siano importanti. La tecnologia a volte ti salva la vita. Sono anni che ripeto che andrebbero usati, ma mi viene risposto che le valanghe in Himalaya sono mortali e quindi servono a poco. Secondo me non è vero. Sul Broad Peak, i 5 coreani sono stati salvati. Io sono convinto che possano essere utili, come il Gps per localizzare l’ultimo campo ad esempio. Non pretendiamo sempre che siano gli sherpa ad aprirci la strada. Iniziamo a usare noi certe precauzioni e a ragionare in modo diverso, dovremmo farlo anche sulle Alpi.

In che senso?
Valanghe mortali capitano anche sulle Alpi: pensiamo ad esempio al Mont Blanc du Tacul. Anche lì le tracce sono discutibili e sono state fatte dalle guide alpine più famose del mondo. Insomma a volte è colpa nostra, dobbiamo avere più attenzione in queste cose. I ciaspolatori, per esempio, come gli himalaysti non hanno ancora chiaro che l’autosoccorso in valanga riguarda anche loro. La credenza diffusa è che Artva, pala e sonda debbano essere usati solo d’inverno e solo se hai gli sci ai piedi. Ma le valanghe colpiscono ovunque e chiunque, se la montagna è innevata e il pendio è pericoloso, bisogna iniziare a pensare che possono servire anche d’estate, anche agli escursionisti e così via.

Come state lavorando per la formazione del Concordia Rescue Team in Pakistan?
Stiamo programmando proprio ora dei corsi valanga approfonditi che terremo probabilmente l’anno prossimo, sono stati chiesti anche dalle autorità, che tengono molto a questo tema. Abbiamo già lavorato sul soccorso organizzato e la ricerca con la sonda, l’Artva sarà il prossimo passo. Li svolgiamo in collaborazione con il Cnsas. Sicuramente anche gli sherpa sarebbero entusiasti di corsi del genere, ma ci vogliono anche i fondi. Potrebbero fare molto le spedizioni commerciali, ad esempio. Ma non possiamo aspettarci che siano gli sherpa a garantirci la sicurezza sugli 8000: dobbiamo essere noi per primi, soprattutto oggi: le stagioni, e le montagne, sono più instabili e tutti devono avere competenza nel valutarle.

Le montagne himalayane stanno cambiando?
Sì. Si parla spesso di climate change, sembra una cosa teorica, ma già molto è cambiato sulle montagne. Io sono abbastanza vecchio per ricordare che negli anni 70-80, quando c’è stato il boom delle spedizioni in Himalaya, c’erano due stagioni ben definite: pre monsonica e post monsonica, nelle quali il bel tempo era garantito per 3 mesi di fila. In queste condizioni non c’erano problemi di valanghe, fatta eccezione per alcuni celebri casi. Oggi il post-monsonico praticamente non esiste più, e nel pre-monsonico non ci sono 3 mesi di bello ma nevica frequentemente. E’ chiaro che così cambiano le condizioni del manto nevoso sulla montagna ed aumentano i pericoli. Lo stile alpino diventa necessario.

Lo stile alpino?
Lo stile alpino vuol dire soprattutto autonomia, intendo questo. Ognuno deve avere il suo materiale, le competenze sufficienti per valutare la situazione e prendere decisioni. Non dobbiamo sempre far riferimento agli altri. Poi è giustissimo promuovere la formazione per il personale locale e l’uso di Artva pala e sonda. Ma il discorso è più generale: bisogna che tutti diventiamo più responsabili.

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