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Ritrovare Lorenzo, una speranza più intensa che grande

Agostino Da Polenza
Agostino Da Polenza

CAMPO BASE K2, Pakistan — M’é saltato il cuore in bocca, camminando sul ghiaccio a ridosso del K2, tra i massi sospesi su piccole colonne di ghiaccio. A trenta metri circa s’intravvede un groviglio giallo di stoffa, di quelli che mentre t’avvicini cerchi d’intuirne la forma, il contenuto.

C’é Stefy vicino a me sul ghiacciaio, le ho raccomandato di starmi vicino, anche lei vede la il fagotto giallo e le scappa un lamento acuto, come un dolore in forma di suono che prelude a una paura e a una speranza. Non accellero, mi é vicino anche Rosi Ali, l’amico pakistano che mi ha voluto accompagnare, era l’unico portatore d’alta quota che nel 1996 saliva lungo la via Cezen. Lorenzo lui lo aveva visto da campo due, cento metri verso il grande nevaio sul filo del seracco pensile.

É qui con me insieme al suo inseparabile scudiero Muahmmad, che saltella tra un crepaccio e l’altro, con lo sguardo buono e acuto, vede un vecchio guanto e uno straccio di tenda a 100 metri. Rosi é l’impersonoficazione della persona altruista, generosa fino all’incoscienza. Ama la montagna con la passione con la quale porta la sua vecchia giacca di piumino. Ciondola sulle gambe mentre muove i passi verso il fagotto giallo, come le vecchie guide, si gira e mi guarda con gli occhi disincantati di chi ne ha visti parecchi di quei fagotti, gli arriva sopra e ci infila il bastone. Lo alza verso l’alto e sussurra: “it is a tent!” (è una tenda).

Non son di certo ancora acclimatato, e il dolore al petto chiuso é segno che per troppo tempo ho trattenuto il fiato, che le costole si sono compresse sui polmoni, che la speranza di ritrovare un segno di Lorry, qui ai piedi del K2, é piú intensa che grande.

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