Arrampicata

Intervista a Jacopo Larcher, climber per passione tracciatore per professione

Jacopo Larcher ritratto (Photo jacopo-larcher.blogspot.it)
Jacopo Larcher (Photo jacopo-larcher.blogspot.it)

BOLZANO — “Tracciare una via è quasi un’arte: bisogna avere sempre nuove idee per far cimentare gli atleti in nuove sfide, senza però finire sull’impossibile o fare cose troppo strane che rischiano di far cadere tutti alla stessa presa. Bisogna avere il livello per capire che la difficoltà sia adeguata alla competizione, ma anche essere originali per far si che la gente si diverta”. Così parla Jacopo Larcher, giovane e forte atleta altoatesino professionista della tracciatura di vie per le gare di arrampicata sportiva e chiodatore la scorsa estate, insieme a Simone Moro, del The North Face Kalymnos Climbing Festival.

Jacopo, da semplice climber a tracciatore professionista: come è cominciata?
Ho dovuto lasciare le gare per un grave infortunio al dito un paio di anni fa, poi quest’anno ho avuto alcuni problemi con la Federazione e non sono riuscito a partecipare alle competizioni che del resto ormai mi interessano meno. All’inizio la tracciatura era per me più che altro una passione: lo facevo a gratis in palestra da me a Bolzano, poi ho frequentato il corso tracciatore della Federazione d’arrampicata. Così ho iniziato a farlo in maniera più sistematica e ora sono quasi un “tracciatore full time”. L’anno prossimo però vorrei darmi una calmata e farlo solo per le gare più importanti per avere più tempo da dedicare alla scalata.

Cosa significa tracciare una via?
Tracciare una via è quasi un’arte, bisogna sempre avere nuove idee per far cimentare gli atleti in nuove sfide, senza però finire sull’impossibile o fare cose troppo strane che rischiano di far cadere tutti alla stessa presa. Bisogna essere in grado di trovare la difficoltà adeguata alla competizione, e al contempo essere originali per far si che la gente si diverta. Tracciare le vie è un lavoro che mi piace molto. Traccio più o meno 7 o 8 gare all’anno più le vie per le piccole palestre, quindi per me è un grosso impegno. Questa estate ho scalato davvero poco perché sono stato sempre impegnato a tracciare vie o ad aprirne, come a Kalymnos per il The North Face Kalymnos Climbing Festival che si è tenuto questa estate per la prima volta.

Quanto tempo ti ha dedicato alla chiodatura delle vie per il The North Face Kalymnos Climbing Festival?
Sono stato a Kalymnons la prima volta a febbraio per un paio di settimane in cui ho solo camminato in giro per l’isola a cercare la falesia. Poi sono tornato ad aprile 10 giorni per girare il video di presentazione dell’evento e iniziare a chiodare, poi sono tornato ancora altre due volte a luglio e una volta ad agosto. Chiodavamo dalle 4 del mattino a mezzogiorno per via del troppo caldo: quindi alzavamo molto presto per salire con tutto il materiale. Anche solo per l’avvicinamento serviva mezzora, 40 minuti. Il lavoro partiva dal preparare il sentiero, perché la gente non si perdesse né si facesse male. Bisognava poi pulire la falesia, tirare via sassi pericolanti, c’è stato tanto lavoro di cui la chiodatura ha occupato il 50 per cento.

E’ stata una bella esperienza?
Come chiodatura per me Kalymnos è stata una prima volta: una bella sorpresa, ma non pensavo così faticosa. Ho lavorato con Simone Moro, mi sono trovato davvero molto bene. Abbiamo trovato la falesia insieme: la prima volta ho iniziato a chiodarla io, poi il resto l’abbiamo fatto tutto insieme. E’ perfetto lavorare con lui. Quando tracci in palestra sei tu che inventi i movimenti, decidi che movimenti fare, mentre quando sei in falesia a chiodare è la roccia che detta i movimenti, tu cerchi solo di individuare la linea. Io preferisco chiodare perché mi piace più scalare su roccia che in palestra. Ma anche tracciare le vie in palestra mi piace, è comunque il mio lavoro.

Qual è il posto è più bello dove hai scalato?
Il Sudafrica penso, ma in futuro mi piacerebbe visitare il Madagascar, Canada e la Mongolia, dove avrei in programma di andare l’anno prossimo. In falesia ho scalato quasi in tutta Europa: in pratica ultimamente vivo in macchina, sono sempre in giro. Se sono a casa arrampico ad Arco, oppure vicino ad Innsbruck.

Palestra, falesia e alta quota. Cosa c’è nel tuo futuro?
Ad oggi se non sono impegnato a tracciare vie, scalo praticamente solo in montagna, in palestra non vado quasi più. L’alta quota invece al momento non mi interessa: è qualcosa che mi ispira ma a cui vorrei affacciarmi più avanti, magari fra 10 anni.

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