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La Calabria e “l’affare ambiente”

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REGGIO CALABRIA — Dipendenti fantasma, parcelle ad avvocati amici, bilanci non certificati e scritti su biglietti volanti. Il tutto per un giochetto da 864 milioni di euro spesi in otto anni. Ecco a quanto assommava il lucroso "affare ambiente" del Commissariato dell’emergenza in Calabria.

A denunciare la situazione, tanto paradossale da strappare un sorriso (amaro), è stato il Commissario Antonio Ruggiero, inviato laggiù per cercare di capire in quale "buco nero" finissero i soldi.  
 
Ebbene, Ruggiero – un prefetto che di situazioni rognose se ne intende – ha messo il naso nei conti del dipartimento calabrese e ha trovato situazione al limite del malaffare. Ne è nata una relazione di 50 pagine inviata a Prodi, al ministro dell’Ambiente Percoraro Scanio, al presidente della Regione Agazio Loiero e al capo della Protezione civile Guido Bertolaso. 
 
Il contenuto del documento è esplosivo. Dal 1998 al 2006 il Commissariato figurava aver avuto entrate complessive per 692 milioni e mezzo di euro e uscite per quasi 645 milioni, tanto che al passaggio di consegne fu detto al nuovo commissario – Ruggiero appunto – con una «certificazione da parte della Tesoreria provinciale dello Stato» che c’era persino un saldo di cassa di 45 milioni di euro. Invece si trattava di una bufala. Neanche il tempo di metter mano ai conti e Ruggiero trovava debiti per oltre 223 milioni. Debiti che non figuravano nei precedenti rendiconti.
 
Dove sono andati a finire quei soldi lo stabiliranno la magistratura e la Corte dei conti. Certo è che tutto è stato occultato in un’inestricabile selva contabile "che rende oltremodo difficoltosa la verifica dell’andamento delle spese relative a ogni singolo intervento", si legge nella relazione. Solo foglietti, per intenderci, con sopra scritto entrate, uscite, senza nessun altra informazione.
 
La giustificazione è di quelle alla Totò: "il programma di elaborazione dei dati contabili – si legge nella relazione – è di fatto inutilizzabile e non ha neppure un contratto di assistenza: anzi, non si trova più manco il carteggio relativo al contratto a suo tempo stipulato».
 
Un primo punto però è stabilito: una parte del buco di bilancio dell’ente è dovuta ai comuni calabresi che non hanno mai pagato il Commissariato per la gestione dei depuratori, semplicemente perchè nessuno glielo ha mai chiesto. Risultato: 21 milioni di euro mai versati.
 
Connivenze, "magna magna" generale, "vulimmose bene"? Certo è che in paesi come Isola Capo Rizzuto, dove il comune è finito in bancarotta, un terzo dei dipendenti municipali aveva precedenti penali o era stato indagato. Il 93 per cento non pagava la tassa sui rifiuti. Il 97 per cento non pagava l’acqua, il 30 per cento non pagava l’Ici.
 
E che dire del personale assunto al Commissariato? I dipendenti in organico, compresi contrattisti ed esperti, sono 64. Ma il prefetto ha scoperto che sul groppone ci sono altri 41 "fantasmi" di cui non si sapeva assolutamente nulla. Mai visti in faccia. Mai al lavoro.
 
Eppure sono stati tutti assunti con contratti stipulati da dirigenti del Ministero dell’Ambiente. "Contratti in cui è espressamente stabilito che il corrispettivo per la prestazione sarà corrisposto dal Commissario delegato, dietro attestazione del committente (ovvero del Ministero – ndr) che il lavoratore ha regolarmente adempiuto agli obblighi contrattuali». In altre parole, ogni mese arrivava da Roma l’ordine di pagare i "maramaldi", senza che il Commissariato fosse in condizione di dire che diavolo avessero fatto. 
 
Altro bel capitoletto è quello dei soldi dati ad avvocati amici sorvolando sulla regola che ogni vertenza deve essere passata all’Avvocatura dello Stato. Denari non ancora quantificati, riporta il Corriere della Sera.
 
Insomma c’è n’ abbastanza per farci una puntata di Bell’Italia…
 

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