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Cinema di montagna, sempre la stessa storia?

Cinema di montagnaGli occhi di un uomo, il sorriso del ricordo sul volto di una donna, le montagne belle e magnifiche, un libro nelle mani, vecchie fotografie e una musica sospesa e struggente. Che film è? Mi vengono in mente almeno tre titoli e nessuna risposta sarebbe sbagliata. Stessa cosa se penso alle bandierine colorate che sventolano al cielo, a uno yak che cammina nelle immense distese erbose, oppure ancora, a un alpinista appeso a una parete verticale, o che ansima per la fatica avvicinandosi alla vetta. In poche righe abbiamo riassunto forse il 90 per cento della cinematografia di montagna. Alcuni sono esteticamente molto belli, altri particolarmente utili a conoscere una figura da antologia o un remoto villaggio tibetano. Ognuno il suo pregio, per carità. Tra questi però fatico a trovare l’originalità.

C’è davvero un solo modo di ricordare la vita di un alpinista? Davvero si riduce tutto a un’esistenza votata a quella o a quell’altra montagna, principio e meta del suddetto scalatore? Un film di montagna è necessariamente un documentario? Per forza tra i film vincitori del Trento FilmFestival deve esserci in elenco qualche soggetto tibetano o dedicato a un lontano e sconosciuto popolo delle terre alte? Ne me ne vogliano gli autori o gli amanti del genere: vanno benissimo i documentari, ma a mio avviso, spesso ci si concentra troppo sul termine “montagna” finendo per dimenticarsi del “cinema”. Nonostante il potere di alcune pellicole di suscitare commozione, fascino, persino ammirazione, dispiace scoprire la ristrettezza del raggio d’azione. Perché film così, bisogna ammetterlo, faticano ad interessare il largo pubblico, faticano ad uscire dal cerchio dell’autoreferenzialità.

Un’occasione persa mi verrebbe da dire, perché la straordinaria potenza del cinema è anche quella di far conoscere grandi storie attraverso l’immedesimazione; svelare mondi, rendere giustizia a personaggi degni di fama al di là del valore tecnico delle loro azioni. Io regista non sono, nétanto meno un autore. Ma sono di sicuro una grande consumatrice di pellicole e continuo a desiderare un cinema d’alpinismo e di montagna con la C maiuscola, che aspiri a entrare nei multisala, e a concorrere con i registi più famosi, magari a Cannes, magari anche a Hollywood, perché no.

Perché per esempio, i film del Trento FilmFestival raramente escono dal circuito delle rassegne, dei festival di montagna, delle proiezioni Cai? Perché a Trento non si presentano film con ambizioni universali? È davvero una questione economica, vale a dire di fondi e di piccolissime produzioni, oppure l’ambizione è smorzata sul nascere e si tenta troppo poco di uscire dalla dimensione di nicchia per diventare di tutti e non solo degli appassionati e degli addetti ai lavori?

L’anno scorso un regista premio Oscar come Danny Boyle ha scelto di raccontare la storia di Aron Ralston in un film rischiosissimo, perché girato per tre quarti in un’unica scena. Il risultato a mio avviso è stato notevole, sebbene il suo fosse un incidente banale – la caduta in una fenditura di roccia -, con un risvolto estremo certo, ma pur sempre un incidente banale. Quanti episodi ordinari e straordinari sarebbe degni di essere narrati come imprese epiche o come thriller mozzafiato? Senza bisogno di arrivare al Nanga Parbat di Messner, basterebbe forse tener presente fatti più vicini a noi, nel tempo e nello spazio: storie di cronaca quotidiana, non per forza nera (basta con il binomio alpinismo-morte), avventure, vittorie, successi che fanno la storia di questo sport. A me pare un serbatoio ricchissimo, da cui attingere non con il desiderio di parlare a chi quelle storie le conosce già, ma a chi delle montagne ha in mente vagamente il nome.

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Un commento

  1. Concordo pienamente sul “serbatoio” potenzialmente ricco e poliedrico rappresentato dal cinema di montagna, tuttavia… Ricordo che, le poche volte in cui è comparso un film ambientato in montagna destinato al grande pubblico, si sono scatenate le critiche degli addetti ai lavori, di chi la montagna la vive realmente. Penso ad esempio a “Vertical Limit”, con alpinisti in grado di compiere salti improbabili e di arrampicare a 8000 metri con un sensibilissimo esplosivo nello zaino, oppure al buon vecchio “Cliffhanger”. Questo perché un pubblico planetario e cresciuto a suon di film d’azione non si accontenta di documentari, per quanto stupendi e ben concepiti.
    Occorrono quindi una trama, avventure mozzafiato, scontri ed incidenti, lotte tra il bene ed il male… Tutti elementi che, rapportati alla tematica alpina, portano inevitabilmente alla sua mistificazione.
    Ingozzato di effetti speciali, trame contorte e violenza, il pubblico non si accontenta più del bel panorama, della divulgazione storica o scientifica, delle ardite riprese d’alta quota. E’ un po’ la logica di “Voyager” e di tanti altri programmi, che con la storia e l’archeologia c’entrano come il sottoscritto con la matematica: ammiro le piramidi di Giza e la loro incredibile bellezza non è più sufficiente, dunque invento interventi alieni, misteriose fonti di energia. Oppure, trovatemi oggi un testo di storia dedicato agli ordini cavallereschi monacali del Medio Evo, tra tanto ciarpame sul Santo Graal e sui presunti segreti dei Templari.

    Tra i pochissimi film di montagna destinati al grande pubblico che abbia visto e che sfuggano a questo stravolgimento, ricordo (così su due piedi) “Tulla colpa del paradiso”, “Il vento fa il suo giro” e “Touching the Void”. Il resto mi è sempre sembrato voler inseguire stereotipi ed azione, piuttosto che la realtà alpina; ed allora ecco che servono alpinisti improbabili alla “Vertical Limit” oppure un bell’omicidio sull’Eiger. Per questo motivo, a rischio di sembrare ingenuo, sono lieto che il genere documentaristico resti un po’ “arroccato”, e quindi fedele a sé stesso.
    Perché nel mio piccolo preferisco un buon documentario che un mattone di due ore, basato su una trama hollywoodiana e privo di qualsiasi briciola di cultura alpina.

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