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Mario, le risate e quella volta dell’autostop

Mario Merelli nella redazione di Montagna.tv
Mario Merelli nella redazione di Montagna.tv

BERGAMO — Eravamo Mario, la mia amica Elisa ed io. Avevamo fatto insieme la ferrata della Porta, in Presolana. Il tempo era uggioso, e dopo una merenda a base di pane e salame in cima alla Presolana, siamo scesi al Passo. Lì ci siamo resi conto che avevamo lasciato le chiavi della macchina di Mario, parcheggiata lassù, nell’auto di Elisa, che avevamo lasciato a Colere…

“Ragazze, fate l’autostop, voi che siete carine. Sicuramente qualcuno si ferma” dice Mario. Ci mettiamo sul ciglio della strada col pollice alzato. Passa un’auto, niente. Ne passano due, tre, niente. Qualcuno strombazza ma nessuno si ferma. Dopo aver fumato una sigaretta, Mario si alza dal guardrail e sogghignando dice “se’ mia bùne gna de fa autostop” (non siete capaci nemmeno di fare autostop). Alza il pollice e l’auto in arrivo si blocca immediatamente: “Ma lei è Mario Merelli! Ha bisogno di un passaggio? Salga, la porto dove vuole”.

Era così, Mario. Tutti lo amavano, sulle sue montagne. Lo conoscevano anche i muri. Quando due anni fa ho fatto il giro delle Orobie, nei rifugi delle valli bergamasche campeggiavano i suoi poster autografati e la sera, ai tavoli di legno, le chiacchiere dei rifugisti finivano sempre sulla spedizione in corso di Mario Merelli e su come stava andando.

Forse non aveva lo stesso numero di comparse televisive di Reinhold Messner, nè il palmares di serate di Simone Moro o i Piolet d’Or di Steve House. Ma Mario sapeva conquistare tutti, col suo fare semplice e i suoi modi da “montanaro” d’altri tempi.

Qualche anno fa è venuto a fare una serata nel paesino della Valcamonica dove passo le ferie da una vita. Gli appassionati di alpinismo lassù sono una manciata, ma era l’evento dell’estate e la piazza dove lui ha proiettato il filmato di K2 2004 era gremita più che mai, anche da semplici curiosi. Alla fine, dopo i suoi racconti, ho visto perfino la vecchietta del paese, tutta chiesa e veletta nera, alzare la mano tremolante per chiedergli dettagli dei suoi viaggi e delle sue montagne.

Perchè lui la montagna la amava, e sapeva trasmetterlo agli altri. Il senso del suo alpinismo non era la fama, era quello che gli aveva insegnato suo padre. Era un alpinismo che sapeva di rispetto, di prudenza, di altruismo, di valori veri, di preghiera, di roccia, di cordata e di aiuto reciproco.

A Mario piaceva la compagnia, piaceva raccontare le barzellette, piaceva la sua casa e la sua baita. Ci teneva al suo meublè, che voleva far diventare un punto di ritrovo per scialpinisti. Gli piaceva guidare il gatto delle nevi d’inverno, come scalare gli ottomila d’estate. Non gli piaceva vedere i giovani alpinisti alle serate o nelle chiese con le etichette degli sponsor esposte come mostrine sulle giacche. Non gli piacevano le polemiche gratuite, le bugie o i protagonismi. Per lui era importante vivere la montagna in tutti i suoi aspetti: scalare gli ottomila e condividere ciò che poteva con le genti di quei luoghi lontani che, dopo tanti anni, erano diventati anche un po’ suoi: proprio là aveva conosciuto Mireia, la sua dolcissima compagna, che soltanto un anno fa aveva sposato. Da ricordare anche il suo impegno per i più deboli, sfociato l’anno scorso nell’inaugurazione dell’ospedale di Kalika in Nepal.

Non è un caso che di fronte alla sua scomparsa la prima reazione sia stata il silenzio. Gli amici hanno letteralmente perso le parole di fronte a questo assurdo incidente, capitato sulle montagne di casa che lui aveva scalato mille volte. Ma il pensiero comune era lo stesso per tutti: abbiamo perso una bellissima persona, oltre che un grande sportivo.

Da ieri mattina penso a come scrivere questo editoriale. E dopo mille telefonate, tra momenti di tristezza e di sconcerto, ho pensato che il modo migliore per ricordarlo non fosse soltanto ripercorrere la sua straordinaria carriera a fil di cresta. Ma regalarvi un sorriso, condividendo alcuni dei momenti vissuti che in queste ore continuano a tornare alla memoria.

Mi viene da dire che di alpinisti così non ne fanno più. La sua semplicità mancherà a tutti. Se n’è andato un amico ieri mattina. Un uomo, prima che un grande alpinista. E più che rimpiangerlo, ringrazio di averlo conosciuto.

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3 Commenti

  1. Belle parole e vere su Mario. Io l’ho conosciuto in Himalaya e nelle serate gioiose a Kathmandu.
    Era unico nella sua semplicità, sincerità, amore immenso per la montagna grande o piccola che fosse. Non contava la quota, ma la gioia di essere arrivati in cima e poter gioire dello spettacolo che si vedeva dall’alto. Un abbraccio Mario e al prossimo sentiero assieme quando ci incontreremo.

  2. non ti conoscevo,però lasci un grandissimo vuoto nel mondo della montagna.si capisce da questa immagine la persona che eri! ciao!

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