
In montagna, spesso, la differenza tra un intervento efficace e uno troppo tardivo si misura in minuti. Lo sanno bene i soccorritori, chiamati a muoversi in ambienti complessi, dove il terreno rallenta ogni spostamento, le comunicazioni telefoniche non sempre funzionano e raggiungere una persona ferita può richiedere tempo prezioso. È proprio su questo margine, sottile ma decisivo, che si concentra una ricerca condotta da Eurac Research insieme al Soccorso Alpino Alto Adige nella gola del Bletterbach, in Alto Adige.
Lo studio ha testato l’utilizzo dei droni per localizzare e assistere persone ferite in aree difficili da raggiungere. Non in un contesto astratto, ma in uno scenario molto vicino alla realtà: il team guidato da Eurac Research ha simulato 24 missioni in diversi punti della gola, scegliendo luoghi in cui, secondo i rapporti del Soccorso Alpino Alto Adige, negli ultimi dieci anni si erano verificati incidenti reali, con traumi come fratture, lussazioni e contusioni.
La gola del Bletterbach, con i suoi versanti ripidi, i passaggi incassati e l’assenza di copertura telefonica in alcuni tratti, rappresenta un banco di prova ideale. “Qui è particolarmente difficile localizzare le persone ferite. I cellulari non hanno campo e l’area è di difficile accesso”, ha spiegato Michiel van Veelen, medico d’emergenza di Eurac Research.
Il cuore della ricerca era semplice: confrontare i tempi di intervento con e senza l’impiego del drone. Durante le simulazioni sono stati misurati il tempo necessario per individuare il ferito e quello per iniziare il trattamento. In parallelo, i ricercatori hanno registrato anche alcuni parametri fisiologici dei soccorritori, tra cui frequenza cardiaca e respiratoria, temperatura cutanea ed ECG, con l’obiettivo di valutare lo stress fisico e operativo delle squadre impegnate.
I risultati sono netti. Nelle missioni supportate dal drone, il tempo medio necessario per trovare la persona ferita è stato inferiore di circa il 30%. Anche il tempo medio per iniziare il trattamento si è ridotto nella stessa misura. I dati pubblicati sull’American Journal of Emergency Medicine indicano che, con il drone, la localizzazione è avvenuta in media in 14,6 minuti contro i 20,6 minuti delle missioni tradizionali. L’avvio del trattamento è sceso invece da 22,4 a 15,7 minuti.
Sono numeri che, in ambiente montano, pesano molto. In caso di lesioni traumatiche gravi, ipotermia o arresto cardiaco, anticipare l’assistenza anche solo di pochi minuti può incidere sulle possibilità di sopravvivenza e sugli esiti dell’intervento.
Il drone, nello scenario testato da Eurac Research, non serve soltanto a “vedere dall’alto”. Oltre alla telecamera, può trasportare un piccolo pacchetto di primo soccorso con radio, coperta termica, dispositivi di protezione individuale e materiale sanitario di base. Il kit viene sganciato nelle vicinanze dell’infortunato, permettendo ai primi soccorritori o a eventuali persone presenti sul posto di iniziare le manovre preliminari seguendo le istruzioni del personale del 112 via radio.
È qui che entra in gioco la telemedicina. Il drone non sostituisce il Soccorso Alpino, né l’intervento medico, ma può anticipare la catena del soccorso: localizza più rapidamente il ferito, porta sul posto materiale essenziale e crea un primo collegamento operativo con la centrale di emergenza.
Quali sono i limiti?
La ricerca, però, mette in evidenza anche i limiti della tecnologia. Quattro missioni sono fallite a causa di problemi tecnici, un dato che conferma come i droni non siano strumenti infallibili e non possano essere considerati una soluzione universale. In montagna entrano in gioco meteo, vento, freddo, visibilità, autonomia delle batterie e affidabilità dei sensori. Proprio per questo il progetto ha coinvolto anche ingegneri elettronici del Center for Sensing Solutions di Eurac Research, impegnati nello sviluppo di tecnologie capaci di migliorare la localizzazione dei feriti anche in condizioni difficili.
La ricerca prosegue ora con un progetto di follow-up, finanziato attraverso un Fusion Grant della Fondazione Cassa di Risparmio, che vede collaborare Eurac Research e la start-up MAVTech, con sede al NOI Techpark. L’obiettivo è sviluppare un drone per il primo soccorso in caso di arresto cardiaco in aree montane, dotato di defibrillatore utilizzabile anche da persone non specializzate.
Il tema è particolarmente rilevante per l’Alto Adige, dove, secondo quanto riferito da Michiel van Veelen, si verificano in media circa 50 arresti cardiaci all’anno in zone di difficile accesso. In questi casi il tempo è tutto: ogni minuto senza defibrillazione riduce drasticamente le possibilità di sopravvivenza.
Per rendere questi strumenti operativi anche in condizioni ambientali severe, i droni di MAVTech sono stati testati nel terraXcube, il simulatore di climi estremi di Eurac Research, dove è possibile riprodurre freddo, vento, quota e situazioni meteorologiche difficili. L’obiettivo è arrivare a dispositivi capaci di operare non solo in condizioni ideali, ma anche negli scenari reali in cui il soccorso in montagna è spesso chiamato a intervenire.
Lo studio del Bletterbach non consegna quindi una risposta definitiva, ma indica una direzione chiara: i droni possono diventare un supporto concreto per il soccorso alpino, soprattutto nelle prime fasi dell’emergenza. Non sostituiscono l’esperienza dei soccorritori, la valutazione medica e l’organizzazione delle squadre sul terreno. Possono però guadagnare tempo. E in montagna, spesso, il tempo è la prima cura.