Charly Gaul e la tempesta del Bondone: settant’anni fa nacque una leggenda
L'8 giugno 1956 neve, pioggia e freddo trasformarono il Monte Bondone in un campo di battaglia. In quella giornata entrata nella storia del ciclismo, il lussemburghese Charly Gaul costruì una delle imprese più straordinarie mai viste sulle strade di montagna.
L’8 giugno 1956 non si corse semplicemente una tappa del Giro d’Italia. Si assistette a qualcosa che somigliava più a una spedizione di sopravvivenza che a una gara ciclistica. Pioggia, neve, vento, freddo e oltre nove ore in sella trasformarono la Merano–Monte Bondone in una delle giornate più dure mai vissute nello sport professionistico. A vincerla fu un uomo che sembrava nato per soffrire nel gelo: Charly Gaul.
A settant’anni da quell’impresa, ricordata anche in una serata del Trento Film Festival, il suo nome continua a essere legato indissolubilmente al Monte Bondone. Non tanto per la vittoria in sé, quanto per il modo in cui arrivò. In mezzo a una tormenta, mentre gli avversari si ritiravano uno dopo l’altro e il Giro sembrava consumarsi sotto la neve, il lussemburghese pedalò verso la leggenda.
Chi era Charly Gaul
Nato nel 1932 in Lussemburgo, Charly Gaul era un corridore atipico. Schivo, introverso, poco incline alle luci della ribalta, appariva quasi timido lontano dalla bicicletta. In corsa, però, si trasformava.
Leggerissimo, pesava poco più di 60 chilogrammi, possedeva qualità eccezionali in salita e una straordinaria capacità di sopportare il freddo. Le giornate che terrorizzavano il gruppo sembravano esaltarlo. Non a caso venne soprannominato “l’Angelo della montagna”, un nomignolo che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera.
Vinse due Giri d’Italia, nel 1956 e nel 1959, e un Tour de France nel 1958. Ma se si chiede agli appassionati quale sia stata la sua impresa più grande, la risposta è quasi sempre la stessa: il Bondone.
Una tappa impossibile
L’8 giugno 1956 il Giro d’Italia si trovava nella sua fase decisiva. La ventunesima tappa prevedeva 242 chilometri da Merano al Monte Bondone. Un percorso enorme per gli standard dell’epoca e reso ancora più difficile da una successione di passi alpini: Costalunga, Rolle, Gobbera e Brocon prima della salita finale verso il Bondone.
Fin dalla partenza il tempo era pessimo. Pioveva su Merano e il vento freddo annunciava una giornata complicata. Con il passare delle ore la situazione peggiorò drasticamente. La pioggia divenne sempre più intensa e sulle quote più elevate arrivò la neve. Le strade, in parte ancora sterrate, si trasformarono in fango.
Molti corridori iniziarono a cedere. Alcuni si fermarono per il freddo, altri salirono addirittura sulle ammiraglie ritirandosi. La corsa stava diventando una prova di resistenza fisica e mentale.
L’attacco dell’Angelo
Alla partenza della tappa Gaul era lontanissimo dalla vetta della classifica generale. Occupava addirittura il ventiquattresimo posto e accusava circa 17 minuti di ritardo dal leader Pasquale Fornara.
Quando le condizioni atmosferiche divennero proibitive, il lussemburghese iniziò però a recuperare terreno. Mentre il gruppo si sfaldava sotto la pioggia e la neve, lui continuava a guadagnare secondi e poi minuti.
Sulla salita finale del Monte Bondone la situazione assunse contorni quasi irreali. La temperatura scese sotto lo zero e la neve iniziò a cadere con forza. Gaul proseguì da solo, aumentando progressivamente il proprio vantaggio. Dietro di lui gli avversari combattevano soprattutto contro il freddo.
Dopo oltre nove ore di corsa tagliò il traguardo in solitaria. Alessandro Fantini arrivò quasi otto minuti più tardi, Fiorenzo Magni oltre dodici minuti dopo. Quel giorno più della metà dei corridori non riuscì a completare la tappa. Dei partenti ne rimasero poco più di quaranta.
Il corridore congelato
Le immagini e i racconti di quella giornata sono entrati nella storia del ciclismo. Quando raggiunse il traguardo, Gaul era praticamente assiderato. Le cronache raccontano che non riuscisse quasi a scendere dalla bicicletta. Venne preso di peso, accompagnato al riparo e avvolto in coperte. Per farlo riprendere gli venne preparato un bagno caldo.
Solo più tardi riuscì a rendersi conto di ciò che aveva fatto. In una sola giornata era passato dal ventiquattresimo posto alla maglia rosa. Un ribaltamento della classifica che ancora oggi non trova paragoni nella storia del Giro.
Quella tappa non gli consegnò soltanto la maglia rosa. Di fatto gli consegnò il Giro d’Italia. Nelle due giornate successive i distacchi rimasero invariati e Gaul arrivò a Milano da vincitore della corsa. Il suo primo trionfo nella Corsa Rosa nacque interamente sulle pendici del Bondone, in una giornata che trasformò un eccellente scalatore in una leggenda dello sport.
Quando la montagna decide
Settant’anni dopo, la tappa del Bondone continua a essere ricordata non solo dagli appassionati di ciclismo. È una storia che parla anche di montagna. Perché quel giorno il vero avversario non erano gli altri corridori. Erano il freddo, la neve, il vento e la fatica. Erano gli elementi.
La montagna, a volte, decide chi può passare e chi no. Sul Monte Bondone, l’8 giugno 1956, scelse Charly Gaul. E da allora l’“Angelo della montagna” continua a pedalare nella memoria collettiva, avvolto dalla neve di una delle imprese più straordinarie che lo sport abbia mai raccontato.




