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Giuliana Turra: l’esordio alle Paralimpiadi è stata un’esperienza meravigliosa

Giuliana Turra racconta la sua esperienza ai Giochi Paralimpici di Milano Cortina 2026 nella squadra azzurra di wheelchair curling. Dopo l'incidente sul Monviso ha saputo riprendere in mano la sua vita

Ha esordito ai Giochi Paralimpici di Milano Cortina 2026 nella squadra azzurra di wheelchair curling, ma Giuliana Turra non è solo un’atleta: è un’ostetrica che non ha mai rinunciato alla sua professione, neanche quando, dieci anni fa, un incidente sul Monviso le ha causato la paralisi delle gambe. Con determinazione e il sostegno delle colleghe, ha saputo riprendere in mano la sua vita, continuando a lavorare in modalità diverse e trovando nello sport una nuova carriera, ma anche l’amore.

Partiamo dallo sport. Questo è stato un anno importante, quello del tuo esordio alle Paralimpiadi e per di più in casa. Come è andata? Cosa ti porti da quell’esperienza?

È stata un’avventura meravigliosa e poi avendola fatta in casa l’emozione è stata doppia perché c’era grande tifo, i familiari, gli amici. Per me era la prima volta, quindi non sapevo bene cosa aspettarmi e alla fine è stato un evento bellissimo. Il villaggio che abbiamo trovato a Cortina è stato perfetto in termini di accessibilità e comodità e lì abbiamo anche avuto modo di conoscere atleti di tanti Paesi diversi. Ho incontrato molte persone e ho capito che con altre disabilità si possono fare tanti altri sport che non avevo mai visto dal vivo. È stato bello perché è stato un incontro all’insegna dell’inclusione e non solo legata alla disabilità, ma anche a nazionalità, etnia e religione.

Com’è stato praticare il tuo sport in un contesto così importante?

Quello che mi ha colpito è stato giocare in uno stadio così grande, perché non mi era mai capitato. I nostri sono molto più piccoli: quello di Cembra ha solo due piste, il più grande è quello di Pinerolo che ne ha tre, quindi è stata una sorpresa. Poi le luci forti, la musica, lo spettacolo in generale hanno fatto sì che questa esperienza fosse magnifica. Ho solo il rammarico di non aver potuto giocare perché ho fatto la riserva.

Che riscontro hanno avuto questi Giochi Paralimpici?

Già prima dell’inizio, la partecipazione a Sanremo ci ha dato una bella risonanza: è stata una chiamata inaspettata, mi trovavo in un torneo in Norvegia e stavo tornando a casa, all’inizio pensavo di non aver letto bene, invece poi ho capito che era davvero un invito per salire sul palco durante una delle serate del Festival. In quei giorni ero nel bel mezzo della preparazione, ma il mio coach mi ha detto che era un’occasione troppo importante e che non potevo perderla. È stato un modo per promuovere non solo il nostro movimento, ma l’intero mondo del curling. Non ho avuto neanche il tempo per emozionarmi, è successo tutto in fretta, me lo sono goduto dopo ed è stato un tassello importante di questa avventura.

Tu hai scoperto il curling per amore. Come è andata?

Ho conosciuto il mio compagno Emanuele mentre ero in riabilitazione e lui per me è stato fin da subito un esempio da seguire perché lavora, fa sport, guida, e quindi io, che ero ancora ricoverata, mi sono detta che se ce l’aveva fatta lui, ce la dovevo fare anche io. Poi la nostra conoscenza è diventata una relazione. Emanuele mi parlava del curling, che allora era molto poco noto: lui aveva partecipato ai Giochi del 2006 a Torino e poi a quelli del 2010 a Vancouver. All’inizio mi sono buttata perché volevo stare più tempo con lui, poi piano piano mi sono appassionata e dopo due anni è arrivata la convocazione in Nazionale.

Che benefici ha portato lo sport nella tua vita?

Io sono sempre stata una ragazza sportiva e quando ero piccola ho praticato judo e poi la corsa. Dopo l’incidente lo sport è stata una salvezza: all’Unità Spinale Unipolare di Torino usano lo sport come terapia e io non vedevo l’ora di riprendere. Ho fatto tennis in carrozzina, poi tennistavolo, fino al curling. Lo sport per me è vita.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi sportivi a breve termine?

Adesso siamo in pausa estiva e anche i nostri campi sono stati sghiacciati. Dopo le Paralimpiadi sento proprio il bisogno di staccare perché quest’anno ho investito tante energie nel curling e ora voglio pensare a me e a fare una vacanza. Gli allenamenti sono rimandati a settembre.

Tu comunque non ti fermi mai perché intanto, anche mentre preparavi le Paralimpiadi, hai continuato a esercitare la tua professione da ostetrica.

Io non ho mai smesso di lavorare anche grazie ai permessi sportivi che lo Stato ci concede e al fatto che le colleghe mi hanno sempre sostenuto e dato una mano con i turni: anche quando all’ultimo momento mi cambiavano le date dei tornei e dei raduni, loro sono state meravigliose, disponibili al massimo. Lavorare e fare sport è fattibile, ma ci vuole tanta energia: nell’ultimo anno il mio tempo libero è stato dedicato al lavoro, quindi non mi sono mai riposata, però amo troppo quello che faccio.

Quali sono state le maggiori difficoltà nel proseguire la tua professione dopo l’incidente?

Prima vivevo il reparto, la sala parto, il pronto soccorso. Dopo l’incidente, la sedia a rotelle faticava a trovare spazio tra i letti del reparto e quindi non ci potevo più stare, mentre in sala parto c’era un po’ di timore ad avermi in caso di emergenze. Per non mettere a rischio la sicurezza, ci ho rinunciato, anche se mi è dispiaciuto molto. Come ostetrica la sala parto è il nostro pane quotidiano, quando decidi di fare questo lavoro è perché vuoi far nascere i bambini. Questo, però, mi ha permesso di capire che l’ostetricia ha varie sfaccettature e oggi seguo le mamme nei nove mesi che anticipano la nascita. Ho dovuto imparare da zero questa parte del mio lavoro. All’inizio non mi piaceva, mi sembrava che mi avessero messo lì proprio per non lasciarmi a casa, invece poi ho capito che è un compito bello, importante e che in questa nuova veste posso essere una risorsa.

Il tuo incidente è stato dieci anni fa ed è avvenuto dopo una scalata sul Monviso. Sei sempre stata un’amante della montagna? Che cosa ti piaceva?

Sono nata ai piedi della Bisalta e quindi le vette hanno sempre fatto parte della mia cornice. Da bambina con i miei genitori ci andavamo spesso e poi ho iniziato a frequentare il Parco Fluviale. Da lì ho cominciato ad andare a correre in montagna e me ne sono sempre più appassionata. Quei sentieri sono diventati la mia seconda casa. Poi è arrivato l’incidente, durante una gita che purtroppo è finita nel peggiore dei modi: la caduta di un masso mi ha causato l’esplosione di una vertebra e la paralisi delle gambe.

Quanto ha influito l’incidente nel tuo rapporto con la montagna?

Il rapporto è cambiato, ma non per colpa dell’incidente, semplicemente perché non ci posso più andare in carrozzina e mi manca molto: la natura mi dava energia, quando ero in ansia mi toglieva i pensieri, quando avevo delle domande mi dava le risposte.

Hai mai provato un sentimento di rabbia nei confronti di quel posto che è stato lo scenario che ti ha cambiato la vita?

Assolutamente no, provo solo tristezza perché non posso più raggiungerla, perché non posso più vivermela, e quindi la vedo un po’ come un quadro appeso al muro. Fossi stata un’amante del mare, per esempio, ci sarei potuta tornare, avrei potuto continuare a fare il bagno e a stare in spiaggia, invece in montagna no. L’unica cosa che si può fare è salire con la funivia in qualche rifugio e infatti sono stata a Pila, sul Monte Bianco.

Lì hai ritrovato quella sensazione di pace?

Sì, lì mi sono proprio goduta quei momenti. E non ero triste, anzi ero felice: ho riprovato le stesse emozioni di quando ero in piedi.

Dopo l’incidente hai realizzato che le città non sono ancora pensate per le esigenze delle persone con disabilità. Come pensi sia la situazione oggi?

Tante città si stanno muovendo per migliorare, ma c’è ancora molto da fare per quanto riguarda l’accessibilità. È una cosa che vale per noi in sedia a rotelle, ma anche per i passeggini o per chi, anche per un breve periodo, ha un problema che gli impedisce di camminare. Eppure ancora oggi tanti negozi hanno i gradini davanti e quindi automaticamente diventano fuori dalla nostra portata oppure non tutti gli autobus o le metro hanno le pedane. Queste cose dovrebbero essere la normalità, non l’eccezione. Non può essere così difficile muoversi nella propria città, è proprio un discorso di civiltà.

Voci come la tua, grazie alla visibilità che arriva con lo sport, sono importanti anche per rivendicare dei diritti.

Le Paralimpiadi sono state l’occasione per parlare di tante cose, a cominciare dalla mancanza delle strutture: non si può sperare che pubblicizzando la nostra disciplina ci siano tanti iscritti, se mancano i palazzetti. Ne abbiamo 4-5 nell’Italia del nord-est, tra Trentino e Alto Adige, mentre ne esiste solo un altro funzionante nell’ovest, quello di Pinerolo. A Milano non c’è niente, nelle grandi città non c’è niente. E poi torniamo al grande tema delle strade. Tutti noi atleti l’abbiamo ripetuto negli ultimi mesi perché tutti viviamo queste situazioni sulla nostra pelle ogni giorno. Speriamo che questi appelli arrivino a chi di dovere per gettare le basi per un futuro in cui tutti i cittadini possano sentirsi a casa nella loro città.

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