Corridoi ecologici: cosa sono davvero?
Angela Tavone (Rewilding Apennines) fa chiarezza sulla natura dei corridoi ecologici e sulle sfide quotidiane per garantire un futuro all'orso fuori dalle aree protette.
Nell’Appennino Centrale, il destino dell’orso bruno marsicano è legato a doppio filo a un concetto di cui sentiamo parlare sempre più spesso: i corridoi ecologici. Ma di cosa si tratta esattamente? Quando usiamo questo termine, dobbiamo immaginare infrastrutture artificiali come ponti verdi e cavalcavia o stiamo parlando di qualcos’altro? Spesso la terminologia tecnica trae in inganno, portandoci a pensare a “costruzioni” fisiche, mentre la realtà è molto più complessa e riguarda la gestione del territorio nel suo insieme.
Per capire come funzionano quelle che nella nostra mente appaiono come “autostrade della biodiversità”, abbiamo contattato Angela Tavone, responsabile della comunicazione dell’ETS Rewilding Apennines. Con lei abbiamo approfondito la natura di questi spazi e il necessario lavoro sul campo per rendere la convivenza tra uomo e fauna selvatica non solo possibile, ma sicura.
L’espressione “corridoio ecologico”, per chi non sia esperto della materia, può portare a immaginare un sentiero verde che agevoli il passaggio degli animali o anche un’infrastruttura, come un ponte, un cavalcavia, realizzati appositamente per la fauna selvatica. Tecnicamente, di cosa si tratta?
Un corridoio ecologico è una porzione più o meno estesa di territorio che mette in connessione habitat cruciali, favorendo lo spostamento, l’espansione e lo scambio genetico tra popolazioni. In Appennino centrale, nello specifico, i corridoi ecologici sono territori non protetti che connettono parchi e riserve. Territori in cui è dunque attiva la caccia, sono presenti strade a traffico veicolare, privi di una speciale attenzione alla tutela e alla conservazione della natura e della fauna, ma che per la fauna rappresentano siti privilegiati per spostarsi da un’area idonea, come può essere il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, verso un’altra area altrettanto idonea, come per esempio il Parco Nazionale della Maiella.
I corridoi non vengono dunque costruiti, nonostante la stessa espressione inglese talvolta utilizzata per indicarli – “building ecological corridors” – sembri fare riferimento a una costruzione. Il nostro intervento consiste nel ridurre i rischi per la fauna che si muove su questi territori. Interveniamo per mettere in sicurezza strade, trappole ecologiche come possono essere dei pozzi di raccolta dell’acqua, potenziali attrattori alimentari, come piccoli allevamenti o apiari.
Come sono stati o vengono identificati i corridoi ecologici?
Nell’Appennino Centrale sono stati individuati attraverso uno studio svolto diversi anni fa dall’Università La Sapienza di Roma (Maiorano et al. 2019, ndr), sulla base delle caratteristiche ecologiche dell’orso bruno marsicano. È l’orso stesso ad aver fornito dunque informazioni su quali siano le aree in cui preferisce transitare. Vorrei chiarire che si tratta di modelli elaborati con tecniche informatiche oltre che monitoraggi e sopralluoghi, necessari per effettuare valutazioni di stampo ecologico o per verificare la presenza di infrastrutture. Pertanto, sono corridoi definiti in termini probabilistici ma è poi l’orso a confermare la validità dei modelli. Per farvi un esempio, il corridoio che si estende tra PNALM e Alto Molise era stato ritenuto dallo studio non molto idoneo all’espansione dell’orso, e invece la specie lo sta frequentando.
Sono dunque dei percorsi lungo i quali gli orsi si trovano in transito?
Non esclusivamente. Talvolta sono così idonei dal punto di vista ecologico che non si verificano solo passaggi fugaci, ma la fauna insiste sui territori. Non dobbiamo dunque immaginare il corridoio ecologico essenzialmente come luogo di migrazione, in cui gli animali transitano per pochi giorni, ma va inserito in una scala temporale più ampia.

Vi mostro questa mappa dell’area in cui lavoriamo, in cui potete vedere i corridoi ecologici come grandi porzioni di territorio colorate in rosso, che si estendono tra i Parchi (in arancione). È in queste aree che noi, in qualità di ONG, concentriamo i nostri sforzi, perché sono territori meno attenzionati da enti e istituzioni. Nelle aree protette c’è l’Ente Parco che tutela, vigila, garantisce indennizzi. Nei corridoi ecologici tutto questo è svolto da organi regionali o istituzioni specifiche ma con grandi difficoltà di risorse umane ed economiche. Pertanto, ci facciamo portatori di buone pratiche, stando a diretto contatto con le comunità che qui vivono, collaborando con gli enti e le istituzioni locali, nazionali, regionali e municipali.
In cosa consistono queste “buone pratiche”?
Azioni che promuovono la coesistenza, partendo dalla prevenzione di danni. Ad esempio l’installazione di recinti elettrificati, pollai, cancelli o porte a prova d’orso, oppure cassonetti a prova d’orso laddove vi sia il rischio di una concentrazione di rifiuti, come le aree picnic o ristoranti decentrati rispetto al paese. All’interno dei paesi cerchiamo anche di incentivare la raccolta della frutta prima che maturi, offrendo la nostra disponibilità e quella dei nostri volontari così da ridurre gli attrattori che attirano gli orsi nei paesi. Con la collaborazione dei proprietari di queste piante da frutto, talvolta alla raccolta segue la redistribuzione del raccolto, sottoforma di cesti di frutta fresca o trasformato in marmellata. Un’altra buona pratica riguarda i pozzi di raccolta dell’acqua, un tempo utilizzati nel settore della pastorizia. A seconda dei casi cerchiamo la soluzione migliore per metterli in sicurezza, prediligendo interventi che garantiscano l’accesso all’acqua. Laddove l’acqua non sia più presente, li chiudiamo con griglie metalliche. In un caso in particolare – la vasca di Villavallelonga che ha causato la morte di 5 orsi – si è scelta la via della demolizione.
Ci impegniamo inoltre nella crescita della consapevolezza da parte delle comunità locali attraverso una partecipazione diretta, per far percepire loro i benefici di queste azioni di coesistenza e, in generale, del rewilding (il ritorno della natura), che può comportare un vantaggio socio-culturale ma anche economico. A questo proposito, vi menziono il nostro impegno per la creazione di una rete di imprenditori consapevoli e responsabili per la coesistenza, che attualmente conta circa 40 piccole aziende sparse su questo grande territorio entro cui operiamo, che si estende su oltre 500.000 ettari, aree protette incluse.
Le attività che conducete nei corridoi ecologici sono autofinanziate?
I finanziamenti di Rewilding Apennines sono all’80% circa derivanti da fondi privati non italiani. Siamo strettamente legati a Rewilding Europe, grazie alla quale riceviamo finanziamenti che provengono a loro volta da donatori europei e non. Inoltre, come ETS partecipiamo direttamente a bandi internazionali. Unico co-finanziamento pubblico di cui disponiamo è quello dell’Unione Europea per il LIFE Bear-Smart Corridors, avviato nel 2021 e che terminerà nel settembre 2026. Un progetto che ha l’obiettivo di replicare su 16 comunità totali (gli orsetti della mappa che vi mostravo prima) l’approccio delle Comunità a Misura d’Orso in Appennino centrale, la prima delle quali è stata realizzata dalla nostra organizzazione e da Salviamo l’Orso a Pettorano sul Gizio nel 2015, insieme al Comune e alla Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio. A seguire, nel 2018 e 2019, sempre in collaborazione con Salviamo l’Orso, sono state realizzate altre due comunità in Alto Molise e Valle Roveto. Queste 16 Comunità a Misura d’Orso ricadono sia nei corridoi ecologici sia nelle aree più marginali del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga , che sonno partner di questa iniziativa su larga scala.
Le Comunità a Misura d’Orso sono una “invenzione” italiana?
No, si tratta di un approccio dal basso mutuato dalla British Columbia in Canada – dove esiste dagli anni Novanta – che abbiamo deciso di applicare in Appennino a seguito dell’uccisione nel 2014 di un orso a Pettorano sul Gizio. Un evento che ci ha portati a comprendere che fosse necessario un grande cambiamento per promuovere la coesistenza.
L’orso marsicano è il protagonista principale dei corridoi ecologici, ma questi corridoi non sono esclusivi dell’orso…
L’orso marsicano è la specie ombrello, che porta beneficio a tutte le altre. Proteggendo l’orso e garantendo la sicurezza dei corridoi ecologici per l’orso, si agevolano in maniera indiretta anche le altre specie.














