Gran Sasso ferito: dopo il Solagne distrutto anche il Rifugio del Monte
Una ferita profonda per il versante teramano: il Gran Sasso perde un altro presidio del territorio. Un segnale chiaro della necessità di ripensare il futuro dei rifugi.
A distanza di una sola settimana dal drammatico annuncio della distruzione del Rifugio delle Solagne, travolto da una valanga sul versante sud del Monte Corvo, arriva dal Gran Sasso la conferma di una seconda struttura distrutta a seguito di un distacco nevoso: il Rifugio del Monte. Video e immagini condivise sui social mostrano quel che resta dell’edificio in pietra, situato a una quota di circa 1.650 metri di quota sul versante nord del Monte Corvo (2.623 m).
Rifugio del Monte distrutto, il sindaco: “il pensiero corre a Rigopiano”
“Le immagini mostrano una situazione drammatica, che potremo valutare nel dettaglio solo quando le condizioni consentiranno sopralluoghi in sicurezza”, il commento a caldo di Luigi Servi, sindaco di Fano Adriano (TE), comune proprietario della struttura, a seguito del diffondersi delle immagini, raccolte in quota dall’alpinista ed esploratore Davide Peluzzi.
“La prima notizia, la più importante, è che fortunatamente non ci sono feriti – aggiunge il primo cittadino – Resta però una perdita enorme per la nostra comunità.”
Per Fano Adriano, la perdita del Rifugio del Monte rappresenta un lutto collettivo. Costruito tra gli anni Sessanta e Settanta come ricovero per i pastori durante la transumanza, era diventato un punto di riferimento importante per l’escursionismo d’alta quota. “Si trova in un’area strategica, lungo un importante tracciato escursionistico e proprio negli ultimi tempi stavamo valutando nuove possibilità di gestione, anche attraverso interlocuzioni con il CAI provinciale”, commenta Servi, sottolineando che la struttura al momento non sia “raggiungibile in sicurezza, anche per la presenza di diversi metri di neve.”
Il sindaco non usa giri di parole: “È una ferita profonda. Se la slavina fosse avvenuta con persone presenti, oggi parleremmo di una tragedia ben più grave. Il pensiero corre inevitabilmente a Rigopiano, una ferita ancora viva nella memoria dell’Abruzzo”. La linea dell’amministrazione è ora netta: “Sappiamo che il rifugio non potrà essere ricostruito nello stesso punto. Dovremo valutare insieme, con serietà e competenza, una nuova collocazione più sicura, senza disperdere la memoria e la funzione di quel presidio.”
Il rifugio, luogo in cui si incontrano turismo e sicurezza
Un’affermazione, quest’ultima, che trova concorde Peluzzi, che da giorni sta accompagnando alle sue testimonianze fotografiche e video una serie di riflessioni sulla necessità di pensare ad un nuovo modo di amministrare le terre alte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Per l’alpinista, la distruzione di queste strutture – ricostruite spesso dove la natura aveva già colpito trent’anni fa – è il segno di un rapporto uomo-natura ormai obsoleto. “Un rifugio non è un ‘gadget’ o un posto per fare foto su Instagram. È un presidio di sicurezza che deve salvare vite. Non possiamo più ignorare la realtà: serve un’industria verde per un turismo sostenibile sicuro, basato su idee oneste nei confronti della montagna”.
Una politica del turismo che punti sì alla bellezza, all’esperienza, ma soprattutto alla sicurezza, che è l’obiettivo primario cui debba assolvere un rifugio. Il Del Monte ha rappresentato fino a pochi giorni fa un punto di appoggio significativo per gli escursionisti, ma la natura sta segnalando che non si collocasse – perlomeno non più – nel punto giusto per assolvere alla sua funzione.
A confermare il valore turistico della struttura è Francesco Verzulli, Guida Ambientale Escursionistica e fondatore di Maja Trek & Adventures. “Il rifugio è il presidio del territorio per eccellenza – spiega la guida – e quello del Monte era una vera oasi di pace. Parliamo di un versante, quello teramano, che considero tra i più belli dell’Appennino, e quel rifugio rappresentava n un crocevia strategico per una rete di sentieri che risalgono da Prato Selva, Prati di Tivo e Pietracamela, incluso il Sentiero Italia“.
Tuttavia, la bellezza del sito nascondeva un’insidia geomorfologica che oggi si è manifestata in tutta la sua forza. “La struttura – prosegue Verzulli – era inserita alla base di un vallone, sotto il Monte Corvo e il Mozzone, una posizione che rende bene l’idea della sua vulnerabilità. Con questo crollo viene a mancare un punto di riferimento vitale in una zona scoperta e selvaggia”.
Thomas Di Fiore: eventi estremi sempre più frequenti
Ma a cosa è dovuta questa distruzione di massa di rifugi sul Gran Sasso? Thomas Di Fiore, tecnico meteorologo AMPRO e collaboratore di Appennino.tv, punta l’accento sul verificarsi di eventi estremi sempre più frequenti.
“Devo premettere che non conosco la zona – commenta l’esperto di Capestrano (AQ) – , forse l unica del maestoso gruppo appenninico, ma mi viene spontaneo pensare che in questo ultimo mese abbiamo assistito ad un massacro di valanghe, molte anche colossali, come sulla Majella, Laga, Sibillini ed appunto Gran Sasso, dopo l’ondata (che direi estrema, concedetemelo) che in quota, oltre a diversi metri di coltre bianca accumulata in poco tempo, ma soprattutto di una qualità pesante e bagnata e che ancora ora, a distanza di un mese abbondante, sta dando i suoi effetti poiché non ben consolidata.”
Una neve che Di Fiore definisce “nuova”, e che “già nel Marzo 2015, nel Gennaio 2017 ed anche a cavallo tra Marzo ed Aprile del 2025 si presentò rendendo pericolose delle aree che forse prima non lo erano più di tanto.”
“Certamente, al riguardo di questo fattore e cioè dell’esposizione della zona al pericolo valanghe, tocca agli esperti del settore”, chiarisce con rispetto dei ruoli il meteorologo, evidenziando che “nel mio piccolo, resto dell’idea come detto poc’anzi di un tipo di precipitazione nevosa generalmente diversa dal passato ed ove eventi estremi del genere (scusate il gioco di parole) potranno certamente ripetersi nel prossimo futuro per le condizioni termiche dei mari attorno alla nostra penisola, sempre più oltre le medie del passato, in ogni stagione.”
La distruzione dei due rifugi storici in sette giorni sta stimolando dunque una riflessione chiara e congiunta: il Gran Sasso sta parlando, e lo sta facendo con la forza dirompente delle sue valanghe. E non sta dicendo di non ricostruire, ma di riflettere sul dove. Un dove che equivale ai luoghi in cui la montagna lo permette.



