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Gran Sasso, distrutto da una valanga il rifugio delle Solagne

Un imponente distacco nevoso nella Valle del Chiarino travolge il rifugio delle Solagne, già distrutto negli anni '90 da una valanga.

Un distacco nevoso ha raggiunto e sepolto il rifugio delle Solagne, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. La massa di neve e detriti, scivolata dal Monte Corvo (2.623 m), ha investito con violenza lo stazzo in cui sorgeva la struttura, situato a una quota di circa 1.700 metri, un luogo simbolo della Valle del Chiarino che fungeva da punto di appoggio sia per i pastori sia per i numerosi escursionisti e alpinisti che frequentano il massiccio. Fortunatamente non si sono registrati feriti ma l’episodio ha riacceso il dibattito sulla sicurezza e sulla gestione del territorio montano.

Il rifugio delle Solagne ricoperto da metri di neve

A lanciare l’allarme attraverso un post condiviso sui social, che mostra le prime immagini del rifugio delle Solagne sommerso da metri di neve, è stato Davide Peluzzi, alpinista ed esperto conoscitore del territorio, nonché presidente dell’associazione Explora.

La valanga, distaccatasi dal versante sud del Monte Corvo e discesa nella Valle Chiarino, un anfiteatro naturale di origine glaciale, si inserisce in un quadro meteorologico particolarmente delicato. Agli inizi di aprile la zona del Gran Sasso è stata interessata da copiose nevicate tardive, che hanno ricaricato i bacini d’alta quota. Tuttavia, il repentino rialzo termico degli ultimi giorni, ha promosso il verificarsi di distacchi spontanei.

Considerata tra le valli più suggestive dell’Appennino centrale, la Valle Chiarino non è nuova a simili fenomeni. La sua conformazione la rende infatti un corridoio naturale per le masse nevose che scivolano dalle vette circostanti. Secondo quanto riportato dai quotidiani locali e testimoniato dalle immagini raccolte e condivise da Peluzzi, il distacco che ha raggiunto il rifugio delle Solagne non è stato un episodio isolato.

Una seconda valanga avrebbe interessato la zona del rifugio Fioretti, a circa 1.500 metri di quota, sradicando faggi secolari che sono stati trascinati a valle dalla massa nevosa.

Il monito di Davide Peluzzi: “La Natura corregge i compiti agli uomini”

Dalla testimonianza condivisa sui social traspare un atto d’accusa contro scelte del passato che oggi appaiono azzardate. L’alpinista evidenzia come la valanga dei giorni scorsi abbia sepolto il rifugio “di nuovo, dopo circa 30 anni”, facendo riferimento a un distacco che, agli inizi degli anni Novanta, scendendo dal Pizzo di Camarda (2.332 m), portò alla distruzione del precedente edificio, che sorgeva a poche centinaia di metri dalla struttura sepolta nei giorni scorsi.

Peluzzi ricorda che, a seguito dell’incidente, si fosse tentato di delocalizzare la struttura: “Partecipai insieme alla Guida Alpina Lino D’Angelo ad una riunione operativa organizzata dal Parco per individuare il nuovo sito. Proponemmo un’area superiore a basso rischio, a fianco del dente del Pastore. Ma alcuni pastori a ‘gran voce’ imposero il loro pensiero: il sito non era utile e doveva essere ricostruito nella stessa area del precedente rifugio distrutto.”

Secondo l’alpinista, il ripristino della struttura a breve distanza dal punto raggiunto in precedenza dalla valanga è equivalso a sfidare la natura. “La natura corregge sempre i compiti agli uomini. Spero che questa volta i tecnici del Parco e del Comune possano essere più incisivi nelle future decisioni per il Bene Comune di Tutti.”

Oltre che stimolare a una riflessione sul passato per operare scelte future più oculate, Peluzzi ha lanciato un messaggio agli utenti, invitando alla massima attenzione nell’area. “Lungo la strada carrozzabile vi è una profonda buca piena di fango ed acqua oltre 70 cm. Attenzione”.

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