
Mentre l’Italia celebrava la Festa della Liberazione, dal cuore dell’Appennino si levava un segnale di rinascita e di speranza, un raggio di luce in settimane oscurate dal dramma dei bocconi avvelenati e delle stragi silenziose di lupi e fauna selvatica. Un grande maschio di orso bruno marsicano, di circa 193 chili e un’età stimata tra i 10 e i 12 anni, è tornato a correre nei boschi, dopo essere stato liberato dal cappio d’acciaio che portava da tempo al collo, con il rischio di un soffocamento.
Un’operazione di salvataggio estremamente delicata, conclusasi alle 2:45 della notte del 24 aprile, che ha permesso di regalare all’animale un nuovo destino e un nome che è un manifesto: Libero.
Una corsa contro il tempo per salvare Libero
Come raccontato dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), il salvataggio non è stato frutto del caso, ma di un mese di appostamenti, utilizzo della tecnologia e dedizione assoluta. L’allarme era scattato fuori dai confini del Parco, lungo il corridoio ecologico che collega l’area protetta ai Monti Simbruini, nel territorio di Civitella Roveto.
“Dopo settimane di osservazioni e diversi tentativi, l’orso è entrato nella tube trap e questo ne ha reso possibile la cattura finalizzata alla liberazione dal laccio di acciaio al collo che lo stava letteralmente uccidendo, come reso evidente anche dalle immagini del video. Una corsa contro il tempo conclusasi nel migliore dei modi”, riporta l’Ente, mettendo a disposizione degli utenti un resoconto video dell’accaduto.
Le operazioni non si sono rivelate semplici. Solo una settimana prima, l’esemplare era riuscito a sottrarre l’esca dalla trappola senza far scattare il meccanismo. “Purtroppo, con gli animali selvatici non si può improvvisare: nessuno può ordinare a un orso di entrare in una trappola, nemmeno chiedendo “per favore”.
Ma la squadra di cattura non si è arresa. “A chi lavora nei parchi, troppo spesso, non è concesso nulla: neppure fermarsi, neppure cedere alla stanchezza e al dolore. Si continua, giorno e notte, spesso nel silenzio, perché la tutela di un patrimonio naturalistico prezioso e unico non conosce pause e non ammette resa”, sottolinea il Parco, ribadendo il proposito di proseguire nella battaglia per la biodiversità, fianco a fianco con le Istituzioni e le realtà associative che agiscono sul territorio, dentro e fuori i confini dell’area protetta. Una resistenza quotidiana e congiunta per difendere la Natura e onorare il compito di tutela affidato.
A chi tenta di delegittimare o mettere in dubbio questo sforzo, l’Ente risponde “con i fatti, con il lavoro, con le presenze sul campo, con interventi come questo”, testimonianza di una dedizione da parte dei tecnici che è un punto fermo. “Quando dipende da noi, ci siamo. Sempre. Altra cosa, ben diversa, è la mano vile di chi continua a colpire la fauna selvatica con lacci e veleni.”
L’episodio lascia ad ogni modo l’amaro in bocca per la sua origine dolosa. “In un momento già così duro, segnato dall’efferata strage dei lupi – commenta il Parco – dover tornare ancora una volta a parlare di strumenti di bracconaggio è penoso, irritante e profondamente drammatico.”
Rewilding Apennines e Salviamo l’Orso: “Una buona notizia, ma non basta”
Se Libero è tornato alla foresta, il merito è anche della collaborazione di Salviamo l’Orso e Rewilding Apennines, che per prime avevano individuato e segnalato il caso dell’esemplare al PNALM. Le associazioni hanno documentato tramite fototrappole il calvario del plantigrado, che girava con un cavo d’acciaio – tipico del bracconaggio ai cinghiali – stretto intorno alla gola.
“Un cappio scorrevole: più l’animale si dibatte, più stringe. L’orso era riuscito a spezzarne l’estremità libera e a non restare immobilizzato, ma il cavo era rimasto al collo e continuava a ferire”, spiegano i referenti delle due organizzazioni.
La soddisfazione per la riuscita dell’intervento è naturalmente ampia, ma non cancella la preoccupazione per la sorte degli orsi marsicani, più in generale della fauna selvatica: “Siamo grati a chi non si è arreso e possiamo immaginare cosa ha significato il momento della liberazione. Ma poi restiamo fermi sull’aspetto più inquietante di questa storia. Per ogni animale fotografato, soccorso, raccontato, ce ne sono decine che spariscono in silenzio. Avvelenamenti, lacci, fucilate. Il bracconaggio è un crimine tanto vile quanto diffuso, in certi contesti organizzato, troppo spesso tollerato”.
Il 25 aprile di Libero diventa così un monito. La coesistenza non è solo un’aspirazione teorica, ma una battaglia quotidiana contro l’illegalità. “L’orso Libero è salvo. È una buona notizia, ma non è abbastanza”, concludono le associazioni, ricordando che la vigilanza deve restare massima.