Spedizioni alpinistiche, il CAI protagonista. Montani: “Se non lo facciamo noi, chi deve farlo?”
Con un bando da 50mila euro il CAI rilancia il sostegno all’alpinismo di esplorazione. Montani: "Non solo contributi, ma un investimento culturale su giovani, valori e futuro della montagna".


Il Club Alpino Italiano torna a investire direttamente nell’alpinismo di esplorazione. Lo fa, per il secondo anno consecutivo, con la pubblicazione del bando 2026 per la promozione delle spedizioni alpinistiche, il sodalizio mette sul tavolo 50mila euro e, soprattutto, rilancia un ruolo che negli ultimi decenni era rimasto sullo sfondo: quello di soggetto attivo nel sostenere progetti di alto livello tecnico.
Non si tratta solo di un contributo economico, ma di un segnale culturale. In un momento in cui l’alpinismo si muove tra performance, comunicazione e trasformazioni profonde, il CAI prova a rimettere al centro l’idea di spedizione come ricerca, esplorazione e formazione. Ne abbiamo parlato con il presidente generale Antonio Montani.
Perché un bando per le spedizioni alpinistiche oggi?
Mi stupisco quasi della domanda: se non lo fa il CAI, chi dovrebbe farlo? È vero che negli anni si era un po’ persa questa attenzione verso l’attività alpinistica di alto livello, ma in realtà noi non abbiamo mai smesso di lavorarci, a partire dalle scuole di alpinismo fino ai progetti più strutturati come l’Eagle Team. Con questo bando vogliamo fare un passo in più: andare a cercare e promuovere spedizioni di particolare valore tecnico ed esplorativo, sostenendo concretamente i tre progetti che riterremo più significativi.
Quindi, il CAI torna quindi a finanziare spedizioni, come in passato…
Fino anni Settanta il CAI organizzava direttamente spedizioni, anche importanti. Poi, negli ultimi trent’anni, questa cosa non è più accaduta. Oggi non torniamo a quel modello, ma recuperiamo quello spirito: sostenere l’alpinismo di ricerca, quello che esplora e apre nuove linee, che ha contenuti forti e non è solo ripetizione.
A proposito di questo, seondo lei che ruolo ha oggi l’alpinismo nella società e nella montagna?
Per rispodere a questa domanda mi piace citare una frase di Massimo Mila: l’arrampicata (e quindi l’alpinismo) è un’attività di conoscenza che si fa con le mani. Io sono convinto che l’alpinismo sia prima di tutto un’attività culturale, oltre che fisica, e che abbia un fortissimo valore educativo.
C’è poi anche un aspetto sociologico: viviamo in una società che ha perso il senso del limite, dove tutto sembra piegabile ai nostri desideri. La montagna, e l’alpinismo in particolare, ci insegnano invece che il limite esiste e che c’è qualcosa di più grande di noi, come la natura, da approcciare con rispetto.
Qual è quindi il ruolo del CAI in questo scenario?
Mi ritrovo molto nel pensiero di Reinhold Messner, che distingue tra alpinismo tradizionale e le forme moderne dell’attività. Il CAI deve essere custode dei valori dell’alpinismo di ricerca. Ma “custode” non significa contemplare le ceneri: significa tenere vivo il fuoco.
Vuol dire trasmettere questi valori ai giovani, far conoscere questo tipo di alpinismo. Progetti come l’Eagle Team vanno esattamente in questa direzione: partiamo dalle scuole, poi offriamo percorsi di alta formazione, in linea con la storia del CAI.
Secondo lei, come si inseriscono record e velocità nell’alpinismo di oggi?
Bisogna stare attenti a non fare moralismi. Da quando esistono gli orologi, gli alpinisti hanno sempre guardato quanto tempo impiegavano per fare una via, se ci avevano messo di meno o di più rispetto all’ultima volta. Anche io cado in questo gioco.
Personalmente però, non trovo la dimensione del record particolarmente interessante, almeno per come viene raccontato oggi. Non credo che il grande pubblico sia davvero coinvolto e appassionato da questo tipo di record in montagna. Detto questo, non va nemmeno demonizzato: come ricordava Messner, la velocità in montagna può anche significare sicurezza.
Tornando a noi, come si possono avvicinare i giovani all’alpinismo?
Ai giovani va data un’opportunità. I ragazzi forti ci sono, ma spesso l’unico sbocco che vedono è quello di diventare guida alpina. In realtà poi uno può decidere di fare alpinismo anche senza trasformarlo in una professione. Ma oggi quali possibilità ha un giovane forte che non vuole fare la guida? Spesso solo quello di diverlo come passione. Con progetti come l’Eagle Team abbiamo cercato di offrire un’alternativa, una possibilità concreta. Certo, sono una quindicina a tunro, ma i numeri sono giusti così: pochi e selezionati, ma è un segnale importante. Ai giovani serve una chance.
Quindi, ci sta dicendo che il CAI oggi è più centrale nel mondo dell’alpinismo rispetto al passato?
Credo di sì, e ne sono orgoglioso. Penso, ad esempio, alla serata che faremo al Trento Film Festival con alcuni tra i migliori alpinisti italiani contemporanei sul palco con noi. Vederli riuniti attorno al CAI non è scontato. Se torniamo indietro di venti o venticinque anni, non era così.
Il fatto che oggi chi sta scrivendo la storia dell’alpinismo moderno si ritrovi attorno al CAI è, secondo me, la prova che la strada intrapresa è quella giusta.
Un’ultima domanda che forse esula, ma solo in parte dal tema dell’intervista. Parliamo del tema della sicurezza e della responsabilità in montagna, qual è la posizione del CAI?
Ci sono due concetti chiave che non possono essere separati: autoresponsabilità e consapevolezza. Chi va in montagna lo sa, lo fa a proprio rischio e pericolo, ma per poter rivendicare questo principio bisogna essere sicuri di aver dato alle persone gli strumenti per capire cosa stanno facendo. La consapevolezza, appunto. E la consapevolezza si costruisce solo con formazione ed educazione. I dati del Soccorso Alpino relativi all’anno 2025 parlano di un aumento degli interventi, ma vanno letti e interpretati. Tra i vari dati si parla dell’app GeoResQ che conta 256mila utenti attivi e che ha gestito 354 interventi. Se facciamo una proporzione sugli interventi totali (oltre 13mila) significa avere circa 13milioni di persone che frequentano la montagna. Volendo essere conservativi sui dati, parliamo di 10milioni di persone. Riuscire a raggiungere e a comunicare a questi numeri è difficile, è difficile anche per una grande associazione come il CAI che quest’anno veleggia verso i 380mila iscritti.
Significa che circa un terzo della popolazione italiana, di tutte le fasce di età, frequenta la montagna. Per questo dico che abbiamo bisogno di tutti, la montagna andrebbe insegnata a scuola come educazione civile, serve sia per acquisire consapevolezza e sia per acquisire nozioni di rispetto ambientale.









