Gli uccelli delle alte quote sono unici (e sempre più a rischio)
Uno studio MUSE-IMIB su oltre 800 specie evidenzia l’eccezionale specializzazione dell’avifauna montana e la sua crescente vulnerabilità al cambiamento climatico.
Vivono sopra il limite del bosco, in ambienti estremi e frammentati, dove il freddo, il vento e la scarsità di risorse impongono adattamenti radicali. Gli uccelli di montagna rappresentano uno dei gruppi più specializzati del Pianeta, ma proprio questa unicità li rende oggi particolarmente esposti alla crisi climatica. A metterlo nero su bianco è un nuovo studio internazionale realizzato da MUSE – Museo delle Scienze di Trento; IMIB – Instituto Mixto de Investigación en Biodiversidad; dalle Università di Jaen e di Malaga (Spagna), di Trieste, dalla Statale di Milano e dalla Mount Allison University (Canada). Lo studio, pubblicato sulla rivista Ecology, ha analizzato oltre 800 specie nidificanti nell’Olartico, la vasta regione che comprende Europa, Nord America e gran parte dell’Asia settentrionale.
Specie uniche in ecosistemi estremi
Dalle Alpi all’Himalaya, fino al Caucaso, le specie di alta quota, come il gipeto, la pernice bianca o ilfringuello alpino, svolgono funzioni ecologiche fondamentali: disperdono semi, regolano le popolazioni di insetti, contribuiscono all’impollinazione e al riciclo dei nutrienti.
Ma ciò che emerge con forza dalla ricerca è la loro unicità funzionale: ogni specie occupa un ruolo difficilmente sostituibile negli ecosistemi montani. Molte, inoltre, hanno areali ristretti e popolazioni limitate, caratteristiche che le rendono particolarmente vulnerabili.
“Abbiamo messo insieme i dati disponibili in letteratura sulle caratteristiche funzionali di 800 specie nidificanti nell’Olartico, integrandoli con informazioni sulla distribuzione geografica e sulla nicchia termica”, spiega Maria Delgado, prima autrice dello studio. “Questo ci ha permesso di analizzare il legame tra temperatura, distribuzione e unicità delle specie”.
Uno dei risultati più significativi riguarda il rapporto tra quota e specializzazione: nelle regioni montane delle alte latitudini, e quindi anche sulle Alpi, le specie associate a climi più freddi risultano ancora più uniche dal punto di vista funzionale. “Le condizioni ambientali estreme selezionano caratteristiche peculiari che permettono la sopravvivenza, ma allo stesso tempo aumentano la fragilità”.
Il clima cambia (e gli habitat scompaiono)
Negli ultimi trent’anni, il riscaldamento globale ha già prodotto effetti concreti: in oltre un quarto delle aree che ospitano specie rare di uccelli montani le temperature sono aumentate di più di 1,5 °C.
Le conseguenze di questo sono facilmente visibili, spiega lo studio. Si è infatti assistito a spostamenti di areale verso quote più alte; alterazioni della fenologia, cioè dei cicli biologici; riduzione degli habitat aperti, come le praterie alpine invase dagli arbusti. Il risultato è uno squilibrio che si riflette anche sulla riproduzione: sempre più spesso gli uccelli si trovano a nutrire i piccoli quando il picco di risorse alimentari è già passato, o non è ancora arrivato.
Sulle specie di montagna pesa poi un’altra questione. Vivono spesso in habitat isolati, con scarso scambio genetico tra popolazioni. Se una di queste scompare, il rischio è quello di innescare effetti a cascata sull’intero ecosistema. “Le specie funzionalmente uniche hanno un ruolo insostituibile nelle reti ecologiche”, avvertono gli studiosi. “Le regioni fredde delle montagne olartiche potrebbero essere particolarmente esposte a perdite di specie indotte dal cambiamento climatico, con conseguenze sull’intera comunità di organismi”. Le strategie di conservazione dovrebbero quindi “concentrarsi sul mantenimento e sul recupero delle specie specialiste che svolgono ruoli ecologici unici e sulla preservazione dei rifugi climatici, cioè quelle aree in grado di offrire habitat idonei a queste specie anche in futuro, a prescindere dalle condizioni climatiche”.







