
La stagione himalayana è ormai iniziata da qualche settimana, ma già fin dai primi giorni ha regalato qualche sorpresa. Poche, dal punto di vista alpinistico, molte per quanto riguarda gli scandali. Come quello che ha coinvolto alcune agenzie di trekking e compagnie assicurative nel caso dei falsi soccorsi in alta quota.
Dall’altra parte sembra che ci sia una ritrovata etica ai piedi delle grandi montagne della Terra. Sono sempre più infatti gli alpinisti che si stanno avvicinando agli Ottomila con uno stile più pulito: meno ossigeno, meno supporto, più autonomia. Resta da capire se queste scelte rappresentino un’evoluzione dell’alpinismo o un ritorno, forse idealizzato, a un passato che l’Himalaya moderno rende sempre più difficile da replicare.
Everest: i primi arrivi
Sull’Everest i primi alpinisti stanno raggiungendo il campo base, mentre il lavoro degli “Icefall Doctors”, gli alpinisti incaricati di attrezzare la via attraverso la cascata del Khumbu, procede a rilento. Nevicate recenti e forti venti in quota, legati alla presenza jet stream, stanno ritardando la preparazione della via tra i 5500 e i 6200 metri.
Come sempre il numero di permessi rilasciati agli alpinisti stranieri rimane alto. Ai primi giorni di aprile si parlava di circa 73 permessi. Sintomo di una stagione, come sempre, numerosa, ma con un cambio di approccio. Molti degli scalatori presenti quest’anno stanno infatti programmando spedizioni con approcci più etici e meno commerciali. C’è chi punta alla salita senza ossigeno e chi prova ad ampliare la sfida partendo dal livello del mare.
Tra i primi arrivati al campo base ci sono anche alcuni alpinisti americani che hanno già completato una fase di acclimatazione su vette minori, come il Lobuche East. Tra i nomi più attesi c’è Kristin Harila, che dopo aver stabilito il record di velocità sui 14 Ottomila punta ora a un nuovo obiettivo: salire Everest, Lhotse e Nuptse senza ossigeno, la “Triple Crown” himalayana. Sicuramente uno degli obiettivi più ambiziosi, per la stagione attuale, sul Tetto del Mondo.
Curioso, è forse provocante, quanto sta realizzando l’alpinista polacco, che sui social si presenta come Lucas “Wigry” Extreme, alpinista polacco che sta raggiungendo l’Everest in bicicletta, non una bici qualsiasi mauna pieghevole d’epoca, con l’obiettivo di tentare la salita senza ossigeno, in autonomia e senza campo base. Un progetto che richiama un alpinismo d’altri tempi, ma che solleva anche dubbi sulla preparazione e sulla reale fattibilità, soprattutto nel contesto attuale dell’Everest, sempre più regolato e logisticamente complesso.
Prima vetta di stagione? L’Ama Dablam
Le prime salite della stagione sono arrivate dall’Ama Dablam (6812 m), dove una squadra di Sherpa guidata da Pasdawa Sherpa ha raggiunto la vetta il 4 aprile, completando il lavoro di attrezzatura della via normale prima dell’arrivo del maltempo.
Tradizionalmente più frequentata in autunno, l’Ama Dablam resta una meta chiave anche in primavera, sia per spedizioni indipendenti sia come fase di preparazione per gli Ottomila.
Annapurna, pronti per il tentativo di vetta
Sull’Annapurna, tutte le squadre hanno completato i cicli di acclimatazione fino al campo 3 (circa 6400 metri), e sono pronte per il tentativo di vetta. Al momento però tutti si trovano al campo base, bloccati dal maltempo. Si tratta di una perturbazione importante, con nevicate diffuse e venti oltre i 50 km/h in quota. Anche per questa ragione molti alpinisti hanno preferito lasciare temporaneamente il campo base e scendere verso il villaggio di Tatopani, dove stare in maggior relax. Allo stesso modo altri sono rientrati a Pokhara, in elicottero.
Ma il problema principale sull’Annapunrna non è tanto il meteo, quanto le corde fisse che al momento sono fissate fino a poco sopra il campo 3. La parte superiore della via resta quindi ancora da attrezzare. Dopo la fine del periodo di maltempo, e atteso che la montagna si scarichi e si assesti, le squadre torneranno in quota per completare le operazioni e verificare le condizioni delle corde già fissate. Solo dopo si potrà immaginare un attacco di vetta da parte degli alpinisti presenti al campo base.
Uno scenario simile a quello che si sta osservando sul Dhaulagiri, dove l’abbondanza di neve e il vento stanno rallentando ogni tentativo, nonostante le squadre siano tecnicamente pronte.