Cronaca

Lino Zani: “La montagna era la sua terapia”. Il ricordo di Giovanni Paolo II nel giorno della scomparsa

Tra sciate segrete, camminate e lunghe soste in preghiera, il lato più intimo di Karol Wojtyła raccontato da chi lo ha accompagnato per anni. Un rapporto fatto di silenzio, fede e libertà, lontano dai riflettori del Vaticano.

A ventuno dalla scomparsa di Giovanni Paolo II, il ricordo del pontefice torna a vivere tra i silenzi della montagna che tanto amava. È lì, tra neve e roccia, che Karol Wojtyła si mostrava forse nel modo più autentico: un uomo capace di rallentare, ascoltare, pregare. Non un Papa tra la folla, ma un compagno di cordata, uno sciatore tra gli altri, un pellegrino in cerca di senso. A raccontarci questa sfumatura più umana è Lino Zani, maestro di sci, alpinista e volto della televisione italiana, che con Wojtyła ha condiviso anni di uscite riservate, discese all’alba e lunghe giornate in quota, sugli sci. Un rapporto nato quasi per caso e diventato nel tempo qualcosa di più profondo: un’amicizia fatta di fiducia, silenzi condivisi e parole semplici. Parole che rimangono ancora oggi nei ricordi di Zani. “In montagna non era il Papa: era un uomo che pregava, che ascoltava il silenzio e ritrovava sé stesso”.

Lino, come è nata la tua amicizia con Giovanni Paolo II?

Tutto inizia nell’estate del 1984. Avevo 27 anni e i miei genitori gestivano il rifugio Caduti dell’Adamello, alla Lobbia. Ricevemmo una richiesta particolare: ospitare il Papa per qualche giorno di vacanza, in gran segreto. Dopo un sopralluogo di monsignor Dziwisz, arrivò la conferma.

Che ricordo hai di quei giorni sull’Adamello?

Doveva essere una visita riservata, ma con lui arrivò anche Sandro Pertini, e così saltò ogni discrezione. In poco tempo si riempì di giornalisti e curiosi. Ma al di là di tutto, furono giorni incredibili: sciammo insieme, parlammo molto, e lì nacque un rapporto che sarebbe durato anni.

Cosa avete fatto in quelle giornate?

Visitammo i luoghi dell’Adamello, sul ghiacciaio. Gli raccontai la storia di quei luoghi, della Prima Guerra Mondiale, dei combattimenti sul ghiacciaio. Gli spiegai che proprio lì vicino passava la linea del fronte e che ancora al tempo ogni tanto il ghiacciaio restituiva i corpi dei soldati. Ricordo che a un certo punto mi chiese di portarlo a vedere dove si era combattuto. Arrivammo su una roccia e lui si mise a pregare. Rimase immobile per un’ora. C’era un silenzio totale, una presenza fortissima. È stato uno dei momenti più intensi della mia vita.

Dopo tanti anni insieme, hai capito cosa rappresentava la montagna per Giovanni Paolo II?

La montagna per lui era una terapia, nel senso più profondo. Quando partiva da Roma arrivava spesso stanco, provato. Ma appena metteva piede in montagna cambiava tutto: si rigenerava. Era il suo spazio di libertà, di silenzio, di dialogo con Dio. E non serviva una chiesa: bastava una roccia, un panorama aperto. Si fermava spesso a pregare, anche durante una sciata. Questo è stato forse il suo più grande insegnamento sulla fede.

Quale?

Che non serve una chiesa, che ognuno di noi può trovare la propria fede guardando dentro di sè, a modo suo.

Fino a quando avete sciato insieme?

Fino al 1994. Poi ebbe la frattura al femore e non poté più sciare. Ma non si fermò: iniziammo a camminare. Ha continuato fino alla fine, anche con il Parkinson. La cosa incredibile era la sua forza di volontà. Nonostante tutto, non ha mai rinunciato alla montagna.

Era un buon sciatore?

Sì, molto. Aveva uno stile elegante, sicuro. Gli piaceva la velocità, ma sempre con controllo. Sciavamo spesso fianco a fianco, e si vedeva che si divertiva davvero. Era un uomo che in montagna si sentiva libero.

Toglici una curiosità: come si organizzavano queste uscite “segrete” del Papa?

Con molta discrezione. Solitamente erano il martedì mattina, spesso partivamo dal Vaticano dopo la messa del mattino. Lui si vestiva da sciatore per non farsi riconoscere. Come attrezzatura portava solo gli scarponi, numero 46, difficilissimi da trovare. Sci e bastoncini li prendevo io.

Andavamo a Campo Felice. All’inizio passava inosservato, poi con il tempo qualcuno ha iniziato a riconoscerlo. Ricordo di una volta, a Carnevale, un bambino iniziò a girarci attorno sempre più curioso e un certo punto gli fece: “Ma tu sei il Papa?”. E lui: “Sì, dai, vieni a sciare con noi”. Dopo un po’ eravamo lì che sciavamo tranquilli e sentiamo il bambino urlare alla mamma “mamma, mamma, guarda: sto sciando con il Papa”. La mamma subito preoccupata vedendo il figlio con due sconosciuti ha iniziato ad avvicinarsi di corsa rimproverando il piccolo. Quando si trovò davanti Giovanni Paolo II rimase spiazzata (ride).

C’è un dialogo che ti è rimasto particolarmente impresso?

Ci sono tanti aneddoti, ma forse uno mi è rimasto più altri. Ero da poco rientrato da una spedizione alpinistica in Nepal, ero stato al Cho Oyu. Andai a trovarlo e gli mostrai una foto dalla vetta con la croce che mi aveva regalato. Quando la vide mi chiese cosa mi spingesse ad andare così in alto. Io risposi che noi montanari guardiamo sempre verso la montagna, ma solo salendola possiamo vedere cosa c’è dall’altra parte. E lui mi rispose: “Lino, dall’altra parte puoi andare una volta sola”. Amava scherzare, poi aggiunse una cosa che non ho mai dimenticato: “Tutti abbiamo una cima da raggiungere, ma quando saliamo sempre più in alto, la vera difficoltà è saper rinunciare e tornare indietro”.

Un momento che dice molto sul vostro rapporto…

Era un rapporto molto umano. Per me era più un secondo papà che il Papa. Si parlava di tutto: vita, dubbi, anche debolezze. Era una persona che conosceva bene le debolezze dell’uomo, perché aveva vissuto prima di prendere i voti. Io ero giovane, anche un po’ scapestrato. Lui mi ha aiutato a trovare una spiritualità più autentica, senza imposizioni.

Cosa ti rimane oggi di quell’amicizia?

Un ricordo fortissimo. Ogni volta che torno in quei luoghi, mi sembra di sentire ancora la sua presenza. Rivedo lui che prega, in silenzio, davanti alle montagne. Mi ha lasciato soprattutto un insegnamento: l’umiltà. Nonostante fosse il Papa, era una persona semplice, capace di gioire delle piccole cose. E questa è una lezione che porto con me ogni giorno.

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