Cronaca

Kalymnos, climber muore dopo 5 ore. “Soccorsi disorganizzati”

Il 60enne ceco è precipitato per il cedimento di un ancoraggio. La testimonianza dal posto denuncia ritardi e gravi criticità nella gestione dell’emergenza.

È successo a Kalymnos, dove un climber ceco di 60 anni ha perso la vita dopo una caduta in falesia. Secondo quanto riportato dal quotidiano greco Kathimerini, l’uomo è precipitato mentre si stava calando lungo una via. A provocare la caduta sarebbe stato il cedimento dell’ancoraggio: un dettaglio confermato anche da una testimonianza diretta pubblicata sulla pagina Facebook Kalymnos Climbing.

“Due chiodi dell’ancoraggio si sono spezzati”, scrive Kęstutis Skrupskelis, testimone dell’accaduto. Il climber, dopo aver iniziato la calata, è precipitato nel vuoto. Ma la testimonianza di Skrupskelis non vuole ricostruire la dinaminca di una tragedia, quanto denunciare i presunti gravi ritardi nella gestione dell’emergenza da parte dei soccorritori.

Secondo il racconto, subito dopo la caduta l’uomo è cosciente, sotto shock, con escoriazioni e una caviglia probabilmente distorta. Ma ci sono segnali più preoccupanti: dolore al fianco, alla zona lombare, e pressione in calo, sintomi che fanno sospettare un trauma interno.

L’emergenza e i primi ritardi

Da quel momento inizia una lunga attesa. E, soprattutto, una gestione dei soccorsi che la testimonianza definisce problematica fin dalle prime fasi. La chiamata al numero di emergenza si trasforma subito in un ostacolo: “Gli operatori del numero di emergenza non parlano inglese. Dopo essere stato passato a diverse persone, cercano in qualche modo di comunicare ma non riescono a capire dove siamo né da dove provenga la chiamata.

La difficoltà non è solo linguistica, ma anche logistica. “Abbiamo dovuto spiegare più volte che eravamo a Kalymnos, non a Kos, indicare il settore, il punto di accesso… anche dettare le coordinate si è rivelato complicato”.

Nel frattempo, il ferito resta a terra. È cosciente, respira, risponde, ma è sotto shock e le sue condizioni iniziano a preoccupare. Chi è sul posto prova a gestire la situazione, mentre i minuti scorrono senza che arrivi un intervento strutturato. La richiesta di un elicottero viene avanzata fin da subito, ma senza esito: “Ci è stato chiaramente detto che non avrebbero inviato un elicottero, anche se tutti capivano che trasportare una persona in quel terreno roccioso sarebbe stato estremamente difficile”.

2 ore dopo

Quando i primi soccorritori arrivano, sono passate oltre due ore dalla chiamata. E anche in quel momento, secondo la testimonianza, la sensazione è quella di un sistema impreparato. “Non voglio commentare la preparazione fisica dei soccorritori, ma la squadra di quattro persone che è arrivata per prima sembrava più un gruppo di operai scesi da un’impalcatura, con una semplice borsa di primo soccorso presa dall’auto”.

Secondo i racconti mancano strumenti essenziali: non ci sono barelle adeguate, né sistemi di immobilizzazione. Si cerca di capire cosa fare, ma senza una direzione chiara. “Non c’era una leadership evidente nella squadra di soccorso, e ancora peggio: tutti cercavano di prendere iniziative diverse. Intanto le condizioni del climber peggiorano. La pressione sanguigna inizia a scendere, e il sospetto si fa sempre più concreto: un’emorragia interna.

“Non sono un medico, ma ho cercato di spiegare che sospettavo un’emorragia interna e che la situazione stava diventando davvero grave: dovevamo muoverci rapidamente”.

A questo punto c’è una reazione da parte della squadra di soccorso e viene attivato un elicottero. Ma il tentativo di recupero fallisce. Il mezzo arriva, sorvola la zona, ma non riesce a intervenire: troppo vicino alla parete, troppo vento.

Il trasporto nel buio

Con il passare delle ore, la situazione si complica ulteriormente. Il buio arriva, insieme alla pioggia. A quel punto viene presa una decisione drastica: trasportare il ferito a valle su una barella, lungo un terreno ripido, roccioso e scivoloso. “È buio, scivoloso e incredibilmente pericoloso. È difficile capire se stai tenendo la barella o se ti stai aggrappando a essa per non cadere. Tutto è sull’orlo di un altro disastro”.

La progressione è lenta, faticosa, piena di soste. Il gruppo avanza di pochi metri alla volta. Qualcuno illumina il sentiero, altri cercano di stabilizzare la barella. Intanto il ferito perde conoscenza più volte. La gestione sanitaria, secondo il racconto, appare sempre più caotica: “Caos completo… farmaci e siringhe cadono dalla borsa del medico. Quando l’uomo inizia a vomitare, gli viene messa sotto la testa una borsa piena di aghi aperti. Anche tra i soccorritori iniziano a verificarsi incidenti: uno di loro cade per alcuni metri, si ferisce a una caviglia e continua a scendere zoppicando.

Ormai siamo a più di cinque ore dalla chiamata ai soccorsi e, mentre il gruppo è ancora impegnato nella discesa, la situazione precipita. Il ferito perde definitivamente conoscenza e iniziano i tentativi di rianimazione, che si interrompono poco dopo.“È finita. Il medico dichiara la morte. Qualcuno prova ancora a fare il massaggio cardiaco, ma il medico ferma tutto”.

5 ore per salvare una vita

Più di cinque ore per salvare una vita sono troppe. In Europa. In Grecia. Su un’isola che vive grazie alle persone che vengono qui ad arrampicare” prosegue il racconto del testimone. “Non ci sono squadre di soccorso pronte, non c’è un medico reperibile, i soccorritori non sono abituati a muoversi in ambiente montano.

Al netto delle responsabilità che andranno eventualmente chiarite, resta un dato: in contesti come le Alpi o i principali poli dell’arrampicata europea, standard di intervento, tempi e organizzazione sono oggi considerati parte integrante della sicurezza. Il racconto restituisce un’altra immagine.

Il racconto integrale di Kęstutis Skrupskelis

Una delle mecche europee dell’arrampicata sportiva è Kalymnos (Grecia). Il tempo è soleggiato, ma non troppo caldo, ed è la nostra seconda settimana di arrampicata, ecc. Stiamo scalando vicino alla “Olympic Wall”, nel settore “Jurassic Park”. Vie divertenti e roccia incontaminata, dato che l’avvicinamento è piuttosto lungo e decisamente non è un sentiero.

Mentre sto recuperando la corda dalla via, vedo un climber ceco nelle vicinanze, che sta scalando forte, superare la distanza di una sosta e, appeso alla corda, scomparire dietro la roccia che separa le nostre linee. La caduta è stata sicuramente importante, quindi grido dall’alto per chiedere se va tutto bene, ma senza ricevere una risposta chiara prendo lo zaino con il kit di primo soccorso e mi dirigo verso l’uomo caduto… i suoi amici lo hanno già calato a terra, lo hanno sistemato in una posizione più confortevole e stanno valutando la situazione.

L’uomo è cosciente, circa 60 anni, chiaramente sotto shock, con le gambe sanguinanti e escoriate. A prima vista solo ferite superficiali e una distorsione alla caviglia. Ma lamenta un colpo al fianco e dolore nella parte bassa della schiena; respira normalmente, risponde agli stimoli, parla e si comporta in modo adeguato. Cerco di valutare la gravità della situazione e di trovare aiuto… il segnale telefonico prende solo 20 metri più in alto sulla parete, e anche se i cechi coinvolti nell’incidente hanno chiamato i loro amici, suggerisco con decisione di chiamare i soccorsi.

È qui che inizia la parte GRECA dell’operazione di soccorso… Gli operatori del numero generale di emergenza non parlano inglese. Sul serio: non lo parlano. Dopo essere stato passato forse alla terza persona al telefono, cercano in qualche modo di comunicare e dicono di non riuscire a determinare la nostra posizione o da dove provenga la chiamata. Dobbiamo ripetere più volte che siamo a Kalymnos, non a Kos, specificare il settore, il punto di accesso e così via. Alla fine, anche dettare le coordinate della posizione si rivela tutt’altro che semplice per chi riceve la chiamata. Ancora alcune “richiamate” da parte dei soccorritori per chiarire la situazione, e un chiaro rifiuto di inviare un elicottero… anche se tutti capiscono che trasportare una persona in un terreno così montuoso e roccioso sarà molto difficile. Sono sicuro che non ci sia bisogno di farlo comunque…

“I soccorritori sono partiti e vi raggiungeranno a breve” — ricevo un messaggio dall’operatrice che mi ha chiamato. Le dico che stiamo aspettando da un’ora e che stiamo raccogliendo le cose rimaste, poi torniamo dall’infortunato… la situazione sembra abbastanza stabile, ma i soccorritori non ci sono… dopo 2 ore raggiungono la strada, vicino al nostro settore… Dicono che ci vorrà un’altra ora per salire… È chiaro che sono disorientati e non abituati a muoversi in ambiente montano… Gli amici cechi accorsi stanno tranquillizzando la vittima e mostrando ai soccorritori la strada… 2 ore e mezza dalla chiamata di emergenza… Io ho impiegato circa un’ora per camminare da casa mia, nel paese di Myrties, recuperando la mia attrezzatura da arrampicata, senza fretta.

Non commenterò la preparazione fisica dei “soccorritori”, ma la squadra di quattro persone arrivata per prima sembra più un gruppo di operai scesi da un’impalcatura, con un kit di primo soccorso preso dalla loro auto… Non ci sono stecche, né barelle, nulla… Cerchiamo di spiegare che il tempo sta finendo e che serve un elicottero, non una barella e altre due ore per trasportare la vittima lungo sentieri da capre… Inutile dire che questi soccorritori comunicano solo in greco… Tuttavia, tra loro c’è un operatore locale che conosce un po’ l’inglese e sembra conoscere già il gruppo ceco. La comunicazione a gesti e grazie a conoscenze precedenti ci permette di convincerli della necessità di un elicottero.

Passa un’altra ora e arriva un secondo gruppo di soccorritori/pompieri con una barella. Hanno attrezzatura medica più seria, ma nessun medico nel team… fortunatamente hanno almeno un misuratore di pressione.

Ed ecco i primi segnali che mi preoccupano… la pressione sistolica sta scendendo… Non sono un medico, ma cerco di dire alla squadra che sospetto un’emorragia interna e che la situazione è davvero grave — dobbiamo sbrigarci… tuttavia i soccorritori stanno rifacendo le medicazioni alle abrasioni sulle gambe, discutendo tra loro in greco…

Mezz’ora dopo, un elicottero è già in arrivo… purtroppo non c’è una leadership chiara nel team di soccorso, e ancora peggio: tutti cercano di prendere iniziative… l’elicottero che arriva non può recuperare la vittima perché siamo troppo vicini alla parete… Non posso giudicare la competenza dei piloti, ma di certo problemi del genere non ci sarebbero nei Tatra o nelle Alpi. Ma così stanno le cose…

Mettiamo la vittima sulla barella e, lavorando insieme, la trasportiamo verso un punto più sicuro indicato dai soccorritori. Purtroppo hanno paura di volare anche lì. Il tempo sta finendo e le condizioni dell’uomo stanno chiaramente peggiorando… Si decide di trascinare la vittima fino in cima alla parete, su un pendio aperto e pianeggiante. Una squadra di circa 6–7 persone, usando corde e tutto ciò che è utile, trasporta il ferito lungo la stessa via che stavamo scalando. L’area è aperta, con la parete più vicina a oltre 100 metri. Il vento aumenta… L’elicottero torna, gira intorno a noi a distanza e non tenta nemmeno di atterrare — il vento è troppo forte, riferiscono i soccorritori…

Sta facendo buio e inizia a piovere… arriva il primo medico… la pressione continua a scendere… la situazione diventa critica.

I soccorritori decidono di scendere verso la strada, anche se al buio, con la pioggia e le rocce scivolose, sembra una follia… cerco di discutere, ma nessuno ascolta… Ora, con una squadra di circa 8–10 persone, stiamo trasportando l’uomo sulla barella verso il basso… uno dei soccorritori cade da una parete (2,5–3 metri), si fa chiaramente male alla caviglia e continua a scendere zoppicando…

È buio, scivoloso e incredibilmente pericoloso… è difficile capire quando stai portando la barella e quando ti stai aggrappando a essa per non cadere. Ci fermiamo ogni 10–12 minuti per riposare. Due persone aprono e illuminano il percorso, mentre gli altri cercano di far avanzare la barella passo dopo passo… Tutto è “sull’orlo di un altro disastro”.

In qualche modo riusciamo ad arrivare circa a metà discesa… la vittima perde conoscenza… il medico lo risveglia, inserisce il catetere al terzo o quarto tentativo; speriamo già nei farmaci, ma purtroppo sono rimasti in macchina…

Caos completo… pillole e aghi cadono dalla borsa del medico; invece di un cuscino, quando la vittima inizia a vomitare, gli viene messa sotto la testa una borsa piena di siringhe aperte… Uno dei soccorritori si taglia le mani, sanguinano abbondantemente… continuiamo a muoverci… un passo in più, un’altra sosta… la vittima perde di nuovo conoscenza… il medico cerca adrenalina… non la trova… capendo cosa serve, gli passo il mio kit di primo soccorso e gli do la fiala…

Ancora pochi minuti e…

…è finita. Il medico ne dichiara la morte… qualcuno prova ancora a fare la rianimazione, ma il medico ferma la procedura… non resta che togliersi il casco e rimanere in silenzio per un momento…

Sono passate più di 5 ore dalla chiamata di emergenza e dalla comunicazione delle coordinate al centro di soccorso…

Ai soccorritori sono servite altre 2 ore per trasportare il corpo fino alla strada…

L’incidente è avvenuto quando due bolt che sostenevano l’ancoraggio si sono spezzati, mentre il climber, che aveva agganciato una corda doppia all’ancora, stava iniziando la calata. Era riuscito a sganciare tre moschettoni, quando l’ancoraggio ha ceduto e, insieme al climber, è precipitato verso il basso…

Credo sia impossibile controllare ogni singolo punto, anche se voglio credere che le vie su un’isola così dedicata all’arrampicata siano mantenute…

Ma questo non è il punto… più di cinque ore per salvare una vita sono troppe. In Europa. In Grecia. Su un’isola che vive esclusivamente delle persone che vengono qui ad arrampicare, non ci sono squadre di soccorso pronte… non c’è un medico reperibile… i soccorritori hanno difficoltà a muoversi su questo terreno…

Non so se voglio arrampicare in un paese dove le garanzie di soccorso sono al livello del Bangladesh… e non lo consigliamo a voi…

Per favore, abbiate cura di voi stessi.

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Un commento

  1. A kalymnos vivono molto di arrampicata ma guardate che tutto è lasciato all’improvvisazione: me ne sono accorto qualche anno fa essendo proprio a Kalymnos in vacanza
    Hanno un libro eccezionale su tutte o quasi le vie possibili e immaginabili di arrampicata ma tutto si ferma lì; ci sono ottimi arrampicatori del posto ma evidentemente a nessuno di loro è venuto in mente di formare una squadra di pronto intervento già sull’isola formata da personale competente sia medico che alpinisticamente…forse ci voleva il morto per darsi una mossa?

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