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L’Alpago sospeso in un bianco e nero senza filtri

L'Alpago innevato negli scatti di Tita Lorenza Fain: “Non sono foto in bianco e nero: è l’atmosfera stessa ad aver tolto ogni colore”.

Ci sono fotografie, realizzate in ambienti naturali, che sono in grado di trasmettere emozioni così potenti da teletrasportare lo spettatore  in luoghi, lontani anche centinaia se non migliaia di chilometri. L’ingrediente segreto è il modo in cui il fotografo guarda quel mondo, con occhio profondo e paziente. La fotografia diventa un atto d’amore che richiede attesa e, soprattutto, una rara sensibilità. Tita Lorenza Fain incarna perfettamente questo spirito. Fotografa appassionata, da anni colleziona istanti, immortalati tra le vette e i boschi delle montagne venete, in particolare dell’Alpago, regione storica della provincia di Belluno.

La sua passione primaria è rappresentata dalla fauna selvatica ma, nei giorni scorsi, a Tambre (BL), il suo sguardo si è posato su qualcosa di magico, seppur immobile: l’Alpago trasformato in un “mondo sospeso, quasi trattenuto”, dopo le nevicate della notte.

Le emozioni provate in prima persona, vengono trasmesse irrimediabilmente a chi osservi gli scatti realizzati nel mattino del 26 marzo 2026. È impossibile non immaginare un sorriso che le illumina il volto e gli occhi che brillano davanti allo spettacolo di quelle vette, trasformate dalla natura in “scultura antica senza tempo, di gesso, modellata dal vento”.

L’Alpago in bianco e nero

Le immagini, condivise sui social dalla fotografa, sono accompagnate da alcune righe che trasportano virtualmente in quella perturbazione che ha ridipinto le vette d’Alpago.

“Non sono foto in bianco e nero: è l’atmosfera stessa ad aver tolto ogni colore. Il vento, che ha soffiato per tutto il giorno con raffiche sostenute, ha portato via la neve dai tratti più esposti, lasciando affiorare le forme nude delle montagne. Accanto alle superfici ripulite, però, si sono creati piccoli accumuli di neve ventata, morbidi e irregolari, modellati dall’aria come fossero pennellate. Un paesaggio ridotto all’essenza: niente saturazione, quasi nessuna ombra. Solo volumi, curve, incisioni. Paradossalmente, proprio l’assenza di colore e luce, mette in risalto la struttura profonda di queste cime.”

Un paesaggio dunque essenziale, fatto di luce, roccia e neve. Una sensazione che sulle Alpi – fatta eccezione per le quote più elevate che conservano tutto l’anno il loro filtro “bianco e nero” – è transitoria e destinata a svanire non appena la primavera riporta in quota i toni del verde e del marrone.

La memoria della montagna in bianco e nero

Le foto di Tita Lorenza Fain hanno l’effetto di proiettare indietro nel tempo, evocando le origini della fotografia di montagna. Ma a quando risalgono le prime testimonianze? La storia ci riporta alla metà del XIX secolo, quando la fotografia non era finalizzata a collezionare ricordi ma fungeva da strumento di analisi geologica.

I pionieri della fotografia di montagna, come Joseph-Philibert Girault de Prangey e John Ruskin cercavano la verità della roccia attraverso il dagherrotipo, una tecnica che consentiva di imprimere un’immagine su una lastra di rame argentata resa sensibile ai vapori di iodio. All’epoca non esistevano negativi, per cui ogni scatto era un esemplare unico e prezioso. Realizzare un dagherrotipo in quota era un’impresa titanica: tra sostanze chimiche e pesanti lastre metalliche, un’attrezzatura fotografica pesava circa 250 chilogrammi.

In questo contesto storico spicca la figura di Aimé Civiale, considerato il fondatore della “fotogeologia”, che tra il 1850 e il 1882 realizzò circa 150 dagherrotipi per l’Accademia Francese delle Scienze per studiare l’origine dei massicci alpini. Solo più tardi, nel luglio 1861, con la storica ascesa del Monte Bianco dei fratelli Bisson, la fotografia iniziò a diventare la documentazione di un’avventura umana e non solo scientifica.

Una storia lunga, caratterizzata da un’evoluzione ancora in corso d’opera, che merita di essere scoperta. Oggi, con la tecnologia moderna, abbiamo perso memoria della fatica fisica richiesta ai primi fotografi d’alta quota, ma di fronte agli scatti di montagna resta vivo uno stupore senza tempo.

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