
Cima del Lago, Sella delle Ciaule, Cima del Redentore, Monte Vettore. Ogni inverno, migliaia di alpinisti con piccozza e ramponi e di scialpinisti raggiungono la cresta più alta e spettacolare dei Sibillini. Solo pochi di loro, però, sanno che l’alpinismo invernale sulle vette dell’Appennino è nato qui centocinquanta anni fa, nei primi giorni di marzo del 1876.
Il merito è di un personaggio dell’alpinismo italiano che merita di essere meglio conosciuto. Damiano Marinelli, di professione geografo, nasce nel 1843 ad Ariccia, nei Castelli Romani. Le poche foto che sono arrivate fino a noi ce lo mostrano alto, magro, precocemente stempiato.
Lavora per molti anni a Firenze, dove diventa presidente della locale Sezione del CAI. Dalle rive dell’Arno, in estate e d’inverno, parte per salire molte cime importanti dell’Appennino tosco-emiliano, dal Rondinaio (che lui chiama Rondinaia) al Cimone. Più a sud, compie le prime salite invernali della Cima del Redentore e del Vettore.
Damiano Marinelli, però, ama e frequenta con passione anche le Alpi. Sui monti tra la Valtellina, la Svizzera e il Tirolo sale l’Ortles, il Gran Zebrù e il Disgrazia e compie la prima ascensione della via normale italiana del Bernina, l’unico “quattromila” delle Alpi centrali. Oggi, ai piedi di questa montagna, lo ricordano il più importante rifugio del versante italiano del Bernina e la facile e panoramica Punta Marinelli, 3183 metri.
L’alpinista e geografo di Ariccia muore nel 1881, a trentotto anni, sulla gigantesca parete Est del Monte Rosa, la muraglia di roccia e ghiaccio più himalayana delle Alpi. Viene travolto da una valanga insieme alle guide Ferdinand Imseng e Battista Pedranzini, si salva il portatore Alessandro Corsi, che era rimasto indietro di qualche minuto. Cinque anni dopo, viene dedicato a Marinelli un bivacco a 3036 metri di quota, nel cuore della grande parete.
La conquista dell’Appennino d’inverno
Ma torniamo al 1876, l’anno nel quale Damiano Marinelli compie molte delle sue ascensioni più belle. Il 14 febbraio, dal valico dell’Abetone, sale il Libro Aperto e poi il Cimone, “tetto” dell’Appennino settentrionale. Ad aprile, con la montagna ancora abbondantemente innevata, raggiunge il Rondinaio e il Pizzo d’Uccello, una delle vette più eleganti delle Apuane.
Il 3 marzo dello stesso anno, nel cuore di un inverno particolarmente ricco di neve. Marinelli arriva a Visso e prosegue verso Castelsantangelo sul Nera, dove le carrozze si devono fermare. Prosegue a piedi verso Gualdo e Castelluccio, “un piccolo villaggio di pastori e contadini”, dove passa la notte “nella modesta casa del signor Domenico Pasqua, la più agiata persona del villaggio”.
L’indomani, alle prime luci dell’alba, il geografo e le sue due guide locali (G. – forse Giovanni? – Cicoria di Visso e il pastore Angelo Capocci di Gualdo) sono già in marcia sul Pian Grande, in direzione delle vette più alte dei Sibillini.
La prima meta della giornata è il “Monte Pretara”, l’odierna Cima del Redentore, 2448 metri, che viene raggiunta in tre ore e trentacinque minuti di salita dal paese. La telegrafica relazione di Marinelli apparsa nel 1877 sul Bollettino del CAI, ci dice che la temperatura è di otto gradi sotto zero. Del panorama, dell’itinerario seguito e delle difficoltà dell’ascensione non si parla.
Di fronte alla Cima del Redentore, che è il punto più elevato dell’Umbria, si alza imponente il Monte Vettore. Lasciata la prima cima della giornata, i tre scendono in una ripida conca, scoprendo alla loro sinistra le architetture rocciose del Pizzo del Diavolo, poi raggiungono il Lago di Pilato. D’inverno, scrive Marinelli, il bacino è invisibile “a causa della immensa quantità di neve che in questa stagione copre i monti”.
Una salita per “ripidi pendii di neve ghiacciata” conduce i tre alpinisti ai 2238 metri della Sella delle Ciàule, dove più tardi sorgerà il piccolo rifugio Zilioli, e da cui lo sguardo si allarga verso i Monti della Laga, il Gran Sasso e l’Adriatico. Una larga e facile cresta di neve, da lì, conduce i tre sui 2476 metri del Vettore, il “tetto” dei Sibillini e delle Marche.
Anche qui, l’alpinista di Ariccia non racconta a chi lo legge sul Bollettino del CAI di emozioni o panorami. Sappiamo solo che i tre uomini tornano verso Castelluccio “pel piano grande e piccolo”, e questo rende naturale pensare che siano scesi verso Forca di Presta. La sera, nonostante la partenza antelucana, Marinelli non si ferma a Castelluccio, ma prosegue verso Gualdo e di Visso, dove arriva dopo undici ore di cammino.
Confrontando lo scarno racconto del geografo e alpinista con l’avventurosa prima invernale del Corno Grande, avvenuta quattro anni più tardi, si potrebbe addirittura pensare che i due montanari dei Sibillini fossero più abili su neve dei loro colleghi di Assergi. Per fare paragoni, però, dovremmo sapere qualcosa delle condizioni della neve, e dell’effettivo svolgimento dell’ascensione.
Damiano Marinelli, invece, ci ha lasciato solo un “Veni, vidi, vici” simile a quello di Giulio Cesare. Come il condottiero romano sul Rubicone, anche l’alpinista dei Castelli destinato a morire sul Monte Rosa ha traversato un confine importante. Grazie a lui, e a chi lo accompagna con coraggio e perizia quel giorno, l’Appennino innevato smette di essere una wilderness sconosciuta, e inizia a diventare quel terreno di gioco che è ancora.
Il ricordo, forse tardivo ma sentito, della ”sua” Ariccia
Dopo la sua morte Damiano Marinelli viene ricordato a Firenze, ai piedi del Monte Rosa e in Valtellina. La sua memoria, invece, si perde a lungo ad Ariccia, una cittadina traversata dalla Via Appia, affacciata sulla costa del Tirreno, sorvegliata dall’imponente Palazzo Chigi ma poco attenta all’alpinismo e alla sua storia.
Le cose cambiano il 18 marzo del 2000 quando, per iniziativa di Mario Leoni, ad Ariccia si tiene una giornata di studi dedicata a Marinelli. Accanto alla sua tomba nel Cimitero comunale, pulita e restaurata dai volontari dell’Archeo Club e del CAI di Genzano, viene collocata una lapide. Alla manifestazione partecipa Teresio Valsesia, scrittore, alpinista ed ex-vicepresidente generale del CAI.
Il successivo 30 luglio, sempre su impulso di Leoni, una delegazione di cittadini di Ariccia visita Macugnaga e sale con l’aiuto dei soci del CAI locale alla Capanna Marinelli, dove viene collocata un’altra lapide.
Nella primavera del 2023, a 180 anni dalla nascita dell’alpinista, il Comune di Ariccia promuove la pubblicazione di un libro dedicato all’illustre concittadino. Il volume, che s’intitola Diario di Damiano Marinelli (1843-1881) alpinista e viaggiatore, a cura di Francesco Petrucci, è edito da Arti Grafiche Ariccia.
Oltre ai diari dell’alpinista, in buona parte inediti, il libro include due saggi di Petrucci, un profilo biografico di Marinelli a cura della sua discendente Emanuela Marinelli, e i suoi scritti pubblicati tra il 1876 e il 1881 sul Bollettino del CAI.