
Il 15 ottobre del 1978, tre alpinisti francesi e un austriaco raggiungono la cima dell’Everest. Non sono dei personaggi qualunque. Pierre Mazeaud, 49 anni, alpinista e giurista, ha arrampicato con René Desmaison e Walter Bonatti, sopravvivendo alla tragedia del 1961 sul Pilone Centrale del Monte Bianco. Kurt Diemberger, 46 anni, è il solo uomo al mondo ad aver compiuto le prime ascensioni di due “ottomila”, il Broad Peak e il Dhaulagiri, e ora ne sta mettendo in carniere altri tre. Nicolas Jaeger, 32 anni, diventerà famoso per i 60 giorni passati sulla cima dello Huascarán, 6757 metri, in Perù, e per la sua tragica fine sul Lhotse Shar nel 1980. A 8848 metri, si toglie la maschera dell’ossigeno e si accende una Gitane senza filtro.
Non è chiaro se quel giorno anche il quarto componente del gruppo, Jean Afanassieff, 25 anni, fumi una sigaretta sull’Everest. Negli anni successivi, però, lo stesso alpinista si farà fotografare con una Gauloise o una Gitane tra le labbra su altre cime.
In discesa, a 8300 metri di quota, Afanassieff e Jaeger salutano gli altri due, calzano gli sci, e scendono in un’ora, una curva dopo l’altra, fino a quota 6500 metri, in vista del campo-base avanzato. Alle discese integrali di Hans Kammerlander, Davo Karničar, Andrzej Bargiel e Jim Morrison manca ancora qualche anno, ma anche l’impresa dei due transalpini non è male.
L’alpinismo francese degli ultimi anni del Novecento è ricco di personaggi straordinari, da Jean-Marc Boivin a Patrick Bérhault e a Christophe Profit. Invece Jean Afanassieff, francese di origine russa, nato a Parigi nel 1953 e prematuramente scomparso a causa di un tumore undici anni fa, non diventa una star mondiale. Ma la sua storia, come alpinista e filmmaker (ma lui usava réalisateur o cinéaste) merita di essere conosciuta.
Parigino di origini russe (suo nonno era fuggito dalla Crimea nel 1917, davanti alla Rivoluzione di Lenin), figlio di un ingegnere appassionato di montagna, Jean impara la lingua di Tolstoj e Dostoevskij, che userà per girare dei documentari prima e dopo lo scioglimento dell’URSS.
Scopre l’arrampicata da ragazzo, sui blocchi di arenaria di Fontainebleau. Quando ha 14 anni i genitori lo iscrivono al Club Alpino Francese, a 16 inizia a praticare l’alpinismo. A 18 anni si trasferisce a Chamonix, dedicandosi alle ascensioni solitarie. L’elenco comprende lo Sperone Tournier dell’Aiguille du Midi, lo Sperone Couzy sulla parete Nord delle Droites e lo Sperone Croz delle Grandes Jorasses.
“Eravamo imbevuti delle idee del maggio ‘68. Cercavo la libertà spinta all’estremo, e avevo l’impressione di trovarla solo arrampicando su itinerari che non conoscevo già”, scrive Afanassieff qualche anno dopo. “Ne sono uscito vivo solo perché ho avuto fortuna. Non si è mai al riparo di una caduta di sassi, anche se si arrampica bene”.
A 20 anni Jean, inconfondibile grazie ai lunghi capelli castani, diventa guida alpina. A 22, insieme a Patrick Cordier, Gilles e Patrice Bodin, fonda l’Association Indépendante des Guides du Mont Blanc, che infrange il monopolio della Compagnie des Guides de Chamonix. Ma la sua fantasia non riguarda solo l’organizzazione del mestiere.
Nello stesso 1975, con Cordier, Patrice Bodin e Denis Ducroz, sale il Mont Ross nelle Isole Kerguelen, uno dei luoghi più remoti della Terra, ai confini dell’Antartico. Un’avventura che i media transalpini presentano come la conquista dell’“ultima cima inviolata in territorio francese”.
E’ la spedizione del 1978 all’Everest (un’altra prima francese) e la discesa in sci da 8300 metri di quota, a spingere il giovane Afanassieff verso le grandi montagne della Terra. La sua abilità con una telecamera in mano, insieme alla sua capacità di scovare storie sorprendenti, lo fa diventare un alpinista-regista, e poi a concentrarsi sulla seconda attività.
Nel 1979, da alpinista, apre con Guy Abert, Jean Fabre e suo fratello Michel una via di 1700 metri di dislivello sulla parete Nord-ovest del FitzRoy, in Patagonia. Seguono il K2 con Yannick Seigneur, il Nanga Parbat, ancora il FitzRoy e altre tre spedizioni all’Everest, e poi temi e storie lontani dall’alpinismo.
Cinquanta tra film e documentari, spesso premiati, portano la sua firma
“Qualcuno mi considera un alpinista, altri un regista. Sono stato alpinista in una vita precedente ma oggi, anche se continuo a praticare l’arrampicata e lo sci per piacere, il mio mestiere e la mia passione consistono nel fare dei film”, scrive dopo questa metamorfosi professionale ed esistenziale.
Nell’elenco dei suoi film (oltre 50 opere), spiccano documentari su alpinisti famosi come Georges Livanos, Gary Hemming, Guido Magnone, Eric Escoffier, Jean-Marc Boivin e Lynn Hill. Le sue opere vengono premiate nei Festival di Trento, Banff, San Sebastian, Les Diablerets, Graz, Katowice, Telluride, La Plagne, Antibes e Autrans.
Altre opere di Afanassieff sono girate in Russia come Tank sur la Lune (la storia del Lunokhod, il primo veicolo sulla Luna), Peuples de la steppe et de la taïga e Aral, mer de la soif, dedicato al prosciugamento del grande lago a est del Mar Caspio, causato dagli errori dell’uomo.
Le destin du Koursk, premiato al Festival Internazionale del Film Marittimo e di Esplorazione di Tolone racconta la fine del sottomarino nucleare russo Kursk, affondato dopo un’esplosione nel Mare di Barents nel 2000, causando la morte di tutti i 118 uomini a bordo.
Nel 1978, dopo l’Everest, Jean Afanassieff viene insignito dell’Ordre du Mérite National. Nel 2003, per la sua opera di documentarista, diventa Cavaliere della Legion d’Onore, la massima onorificenza transalpina. Dal sito del Festival di Trento si scopre che, negli anni, hanno partecipato alla rassegna ben 14 film di Afanassieff.
Sabato 17 gennaio 2015, nella parrocchiale di Chamonix, alpinisti francesi e del resto del mondo partecipano al funerale di Jean, celebrato da un religioso ortodosso all’interno di una chiesa cattolica. Assistono al rito molte guide, Pierre Mazeaud il vecchio amico dell’Everest, Doug Scott e Catherine Destivelle. Eric Fournier, sindaco della cittadina, ricorda “un personaggio atipico, un uomo affascinante, che aveva altrettanto talento in montagna di quanto era ribelle in fondovalle”.
Il ricordo di Emilio Previtali
In Italia, il ricordo più bello appare sul blog di Emilio Previtali. “Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berhault aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Tutti quelli cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine” scrive Emilio.
Ma a stupire lo sciatore e blogger bergamasco è il nome. “Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia (parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore e come appassionato di storie da raccontare), penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu”.