È davvero ora di pensare a una montagna invernale diversa
Per troppe medio-piccole stazioni sciistiche la neve programmata è ormai diventata insostenibile anche economicamente. Ma tutti possiamo seguire i suggerimenti della natura. E divertirci
È trascorsa l’Epifania e l’unico bianco che finora abbiamo visto è quello della nuova campagna pubblicitaria di Armani, che ha appunto, come headline, “Neve”. Estinti entrambi, il benemerito Giorgio nazionale e la neve, in questo inizio 2026, che tra guerre, aggressioni e rapimenti internazionali non comincia benissimo, e ci dà motivi di preoccupazione ben più gravi e pressanti della meteorologia, ma tant’è, dobbiamo anche guardare ogni tanto al nostro giardino di casa. Che in questa stagione sarebbe bello trovare ricoperto di un candido mantello, con tanto di pupazzo col naso-carota, e invece è desolatamente grigio.
Manca un mese all’inizio delle Olimpiadi invernali e i cannoni si danno da fare: verrà anche una provvidenziale nevicata (naturale) a ingentilire un po’ il paesaggio? Guardo le webcam di Cortina, Bormio, Predazzo, e vedo tetti senza neve, prati e boschi bruciati in un presagio di eterna siccità. Solo le piste sono bianche ma è una magra consolazione: quanto costa quella roba artificiale (immagazzinare l’acqua negli invasi, sparare la neve, lavorarla con i gatti), e quante sono le stazioni invernali che, sul periodo medio-lungo, possono sostenerne i costi? Quali sono gli “altri” costi, quelli ambientali? Dice: non ci sono additivi, tutta roba naturale. Dice anche: poi la neve programmata si scioglie e viene restituita all’ambiente. Tutte balle. Gli invasi sono quanto di meno ecologico e l’acqua “restituita” non varrà mai come quella “rubata” in precedenza. Ormai il 90 per cento delle piste vive di questa neve finta e non c’è economista (o semplice ragioniere) che tirate le somme a fine stagione possa dare un bilancio positivo.
Ce la faranno (ancora per un po’) Cervinia e Zermatt, ce la faranno Gstaad e St. Anton, ma siamo nel mercato del lusso e dell’economia di scala, un sistema finanziariamente complesso che con le realtà locali ha poco a che fare. Ma le piccole stazioni della nostra infanzia, Foppolo, Montecampione, Asiago, Padola… le centinaia di imprese poco più che familiari che hanno costituito l’ossatura del turismo invernale nelle Alpi non reggeranno i costi. Senza neve naturale sono finite. Non lo dico io, lo dicono i numeri, quelli per esempio dell’ultimo dossier Nevediversa di Legambiente (marzo 2025): 265 impianti sciistici dismessi dal Piemonte all’Abruzzo, contro i 132 censiti nel 2020. In cinque anni, il 100 per cento di aumento, un trend quasi esponenziale. Il prossimo rapporto non sarà migliore, anche perché quest’inverno stiano registrando il – 60 % di neve.
Conclusioni? Contro il cambiamento climatico non possiamo più nulla. A favore di economie più sostenibili, qualcosa ancora sì. Per esempio, possiamo seguire i suggerimenti della natura. Sciare (ciaspolare, mettere le pelli…) solo se c’è neve vera, altrimenti dedicarsi ad altro, camminare, con o senza ramponcini, leggere un bel libro, pensare, respirare. Da quanto tempo non ci prendiamo tempo per respirare?
E poi, affidarci ad amministratori lungimiranti, che non straparlino di costosi e inutili impianti di arroccamento, che non favoleggino di funivie togli-traffico (quella sulla mobilità dolce in montagna è un’altra balla colossale), ma che facciano lavorare la fantasia. Servirebbero, magari, anche politici disposti a votare leggi scomode, come quella che imporrebbe il ripristino del paesaggio naturale dopo il fallimento degli impianti.
Infine: speriamo che nevichi. Le Olimpiadi ne hanno bisogno e anche il bambino che vive in tutti noi ne ha bisogno. Perché la neve è magia, è sogno, ma poi ci si sveglia e il mondo è meglio vederlo con occhi adulti.






