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Punta Dufour: oltre la ragione (2)

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"Il tempo sembrò fermarsi, mentre la mia concentrazione era allo spasimo. Piccozzino con la mano sinistra e stampella con la destra, sedere a terra". Ecco l’emozionante finale del racconto di Oliviero Bellinzani, alpinista disabile che due estati fa è salito alla Punta Dufour, la più alta del Monte Rosa. "L’urlo nel mio petto era un rombo assordante – racconta Bellinzani – ma dalle mie labbra non uscì nulla. Tutto era silenzio".

Senza andare tanto per il sottile, scalciando col piede arrivai allo scalino roccioso. Tirai il fiato, quindi lo  superai in arrampicata. Dopodiché, riprendendo la posizione eretta, con un’infinità di equilibrismi delicati quanto azzardati, raggiunsi il colle.

Bene, mi dissi, fin qui siamo arrivati. Ora, però, avevamo da percorrere tutta la lunga cresta innevata, e avrei dovuto farlo col moncone a valle, che per me faceva  una grossa differenza. Poterlo appoggiare al pendio mi avrebbe stabilizzato, dandomi sicurezza e  possibilità di riposo, così invece, tutto era molto più aleatorio se non addirittura precario.

In ogni caso, attaccammo le rocce che a nord chiudevano il colle con un’impennata. Duemilacinquecento metri più sotto il rifugio Zamboni riluceva al sole.  Ben presto la fatica divenne insopportabile. Saltellare con lo scarpone ramponato era una delle cose più spossanti, e farlo su una crestina innevata a sessanta gradi con peste appena accennate non era il massimo della vita. Ansante, mi guardai attorno.

La bellezza che mi circondava mi dava la forza per proseguire. Cervino, Monte Bianco, Badile e tutte le altre montagne che avevo scalato non contavano più. Ero qui, e questo soltanto contava. Tutto il resto aveva perso di consistenza, come se appartenesse a qualcun  altro, mentre in quel frangente per me esisteva esclusivamente ciò che stavo vivendo, come se d’ improvviso il tempo, il mondo stesso si fosse fermato.

Altra crestina superata. Alcune rocce. Mi ci issai a forza di braccia. I sovraguanti zuppi per tutte le volte che avevo piantato le mani nella neve come piccozze, non avevano presa. Perchè tanta fatica, la sofferenza, i rischi e tutto ciò che gli veniva  dietro? Me lo chiedevo spesso, senza  mai trovare  risposta. Un po’ come domandare al vento perché soffiava. Non c’ era una ragione precisa, era così e basta.

“Stanco?” Alberto mi guardò. Stavamo su uno spuntone, in procinto di discendere l’ ennesima crestina.
“Tutto ok” lo tranquillizzai, calmo. Non potevo negare di essere stanco, ma al contempo mi sentivo magnificamente e di sicuro Alberto non aveva scorto il lampo di gioia che mi illuminava lo sguardo, gli occhiali  glielo impedirono, altrimenti non mi avrebbe fatto quella domanda. Gli sarebbe bastato guardarmi.
 
Davvero ero stato fortunato. Alberto era un compagno esemplare, affidabile e  mi dava una grande sicurezza. Mi conosceva solo per quanto aveva visto quella sera a Quarona, eppure non si era tirato indietro nonostante fosse ben consapevole dei rischi che correva nell’affrontare con me questa scalata. Forse anche in lui c’era un pizzico di pazzia, quel tanto che serviva per oltrepassare certi limiti. Lo amavo quel pizzico di pazzia, fin da ragazzino, quando mi arrampicavo su alberi sempre più alti. Era parte di me, da che mi ricordavo, e non potevo fingere che non esistesse. Ad esso dovevo l’essere riuscito a superare i drammatici momenti successivi all’amputazione, altrimenti probabilmente neppure io sarei sfuggito al baratro dell’autocommiserazione, comune alla gran parte dei disabili che avevo conosciuto.
 
L’estasi dell’infinito, la gioia, il senso di sconfinata libertà, il sentirmi esattamente lo stesso di prima, di nuovo uomo, forte come un tempo che mi dava il trovarmi in montagna , era  quanto cercavo, quasi fosse una necessità improrogabile. Riappropriarmi delle emozioni, del corpo, della  mia vita, e  molto altro ancora, era ciò che più desideravo e pur di ottenerlo ero  disposto a pagare qualsiasi prezzo. 

L’alpinismo significava qualcosa di più di un semplice sport, diveniva una espressione filosofica con la quale affrontare il mondo, un modus vivendi, poiché richiedeva non soltanto doti atletiche, ma anche intellettuali, emotive. Uno sguardo sull’ universo. Un universo che dall’alto assumeva tutt’altro aspetto. Questo voleva dire scalare montagne.
 
Non occorrevano altre parole. Alberto doveva aver compreso. Perciò, senza aggiungere altro riprendemmo il cammino. Discesa la ripida crestina, in breve ci ritrovammo  alla base della parete terminale, tappezzata da innumerevoli nevai. Max e Boris ci stavano aspettando. Nelle mie intenzioni avrei dovuto salirla con la scarpetta d’ avvicinamento, come sul Cervino.

Allora, però, le condizioni erano ben diverse. Eravamo io e Max, con Andrea Perron. Lasciammo l’Oriondè alle quattro e mezza del mattino, arrivando in vetta alla una lungo la Cresta del Leone. Non avevo idea delle migliaia di saltelli che ero stato costretto a fare, ma quasi non me n’ero accorto tanta era la voglia di arrivare. Si era nel 2003, anno caldissimo, in cui le montagne parevano sgretolarsi. Tre settimane dopo la nostra ascensione, difatti, la Cheminé, uno dei passaggi più famosi della via normale da Cervinia, era crollata, lasciando al posto del gigantesco diedro una spoglia parete. In quell’occasione non avevamo pestato un filo di neve, il Cervino si presentava nudo, spoglio e ciò mi aveva consentito, appunto, di utilizzare una scarpa bassa e leggera, grazie alla quale  saltellare sull’ unica gamba risultava meno faticoso.

Ora, al contrario… scarpone rigido e rampone. Muscoli tesi, corpo inarcato, in una eterna ricerca di equilibrio spinta all’eccesso, con le braccia tese al prossimo appiglio. Una trazione, aggrappato ad un’illusione. Poi ancora la stessa operazione di raccogliere le forze, prendere lo slancio e spiccare il salto, alla ricerca di un punto di arrivo tale da non cadere. All’infinito.

Fiato grosso, polmoni in fiamme. Di nuovo. La neve dura, gelata. Un passo dopo l’altro, i tricipiti doloranti, il vuoto attorno, ovunque. Sputavo sangue. Mi fermai, spiando verso l’ alto. Si, non mancava più molto, ma avrei preferito che la vetta fosse più vicina. Abbassai gli occhi, fissandoli al terreno e percorsi l’ ultimo tratto del ripido nevaio. Ormai eravamo alle rocce , proprio sotto la vetta. Allora tolsi il rampone, abbandonandolo, e mi arrampicai sino a toccare la vetta italiana.

L’urlo nel mio petto era un rombo assordante, ma dalle mie labbra non uscì nulla. Tutto era silenzio. Gli altri mi si fecero intorno, complimentandosi con me. Li contraccambiai quasi senza rendermene conto, al pari di un automa. Intanto, il rombo nelle mie orecchie non faceva che aumentare, rendendomi insensibile all’euforia che sembrava pervadere i miei compagni.

In quel momento magico, per il quale avevo lottato e sofferto per otto interminabili ore, mi sentivo solo, stramaledettamente solo, e avrei voluto piangere. Allora, mi chiesi, perchè questa immane lotta? Ancora una volta mi posi la domanda senza tuttavia trovare  risposta. E il mio pensiero prese a correre lungo il filo di cresta, che avrei dovuto ripercorrere a ritroso sino alla vetta della Zumstein, da dove poi saremmo scesi alla Capanna Gnifetti. Chiusi gli occhi, dimenticandomi di tutto, e respirai profondamente. 

 

Oliviero Bellinzani

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Punta Doufur: oltre la ragione (prima puntata)

 

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